Se da bambino il soggetto X non sarà stato incoraggiato, dalla famiglia o dai caregiver, nei suoi “tentativi di padronanza” (fare da solo), svilupperà bisogno di approvazione, ansia, diminuirà la sua percezione interna di competenza (da qui l’ “evitamento” della prova). Questo porta, in senso più ampio, alla cosiddetta “visione entitaria/statica”*: “ho paura di fallire”, “non sono abbastanza bravo”, “se faccio un grande sforzo e poi fallisco nel compito, dimostrerò di non essere capace, quindi meglio dire che non sono riuscito perché non mi sono nemmeno impegnato, non ho nemmeno provato”, ecc. Ad una valutazione fatta sulla persona, per cui se la prova andrà male, X darà solo la colpa a sé stesso (Dweck) e sarà incentrato sui “obiettivi di prestazione” e non di “padronanza”. Ancora, tutto questo potrà sfociare nella cosiddetta “impotenza appresa”; resa completa, in partenza, talvolta alla base di gravi stati depressivi (Seligman). La motivazione e le sue dinamiche, è bene ricordarlo, fanno capo anche a fattori di tipo biologico. Il vulnus negli approcci di molti motivatori, mental coach, ecc, è proprio non tener conto (non conoscere?) del potenziale substrato che può “bloccare” un individuo. Non basta, insomma, dire “devi provarci” o “devi credere in te stesso”, ma bisogna agite sulla cause della crisi intesa come stasi, come paura. *l’opposto è la visione “incrementale” (obiettivi di padronanza”
Il Sistema Motivazionale Interpersonale (SMI) dell’ “accudimento”, reciproco a quello dell’ “attaccamento”, si attiva quando abbiamo di fronte un soggetto che percepiamo come più fragile, in difficoltà, bisognoso di aiuto. Se impossibilitati ad assisterlo, proveremo ansia, tenerezza protettiva e senso di colpa, emozioni che giocano un ruolo intermedio tra la presa d’atto della situazione e il comportamento per raggiungere l’obiettivo, nel caso di specie il soccorso*.
Non si tratta, è bene evidenziarlo, di teorizzazioni e ipotesi astratte, bensì di meccanismi psicobiologici facenti capo al sistema limbico (amigdala e giro del cingolo).
Appellarsi alle ragazze affinché non facciano da “crocerossine” a individui problematici e narcisisti**, è quindi un approccio scorretto, superficiale e sostanzialmente privo di utilità, com’è sbagliato colpevolizzare le famiglie delle vittime (anch’esse inconsapevoli di certe dinamiche complesse), imputando loro disattenzioni e mancanze di iniziativa. Le istituzioni dovrebbero invece, tramite la scuola, “educare” i giovani a riconoscere certi segnali di allarme nell’altro e, nel caso, a chiedere aiuto.
*Bowlby-Liotti
**la cosa riguarda anche gli uomini, dato che anche loro possono diventare vittime di relazioni “tossiche” e pericolose
Il cliché dell’intellettuale o dell’artista “pazzo” non è, a ben vedere, qualcosa di infondato e “naïf” come si potrebbe, di primo acchito, pensare. Secondo il Prof. Hans Eysenck esisterebbe infatti un legame tra psicoticismo (basso senso di colpa, bassa capacità di gestire le proprie emozioni, scarsa empatia, ecc) e creatività.
Più nel dettaglio, lo psicopatico sarebbe caratterizzato dal pensiero “overinclusive”, che tende ad inglobare anche dettagli irrilevanti nel “problem solving” (quindi potenzialmente creativi ma pure “bizzarri”). La teoria viene però negata dai sostenitori dell’inibizione cognitiva che distingue il creativo, cioè la predisposizione ad eliminare i dettagli superflui nella soluzione dei problemi e nell’atto del creare (aspetto peraltro connesso al “pensiero divergente”, tratto cardine della creatività).
Ulteriori studi evidenzierebbero tuttavia come lo psicoticismo sia legato al pensiero divergente, alla “fluenza” e all’ “originalità” (quantità e originalità di idee e progetti) benché dopo una certa soglia inibirebbe l’estro. Le persone con un forte disturbo psicopatoligico hanno inoltre scarso controllo sulle proprie idee e spesso non sono nemmeno consapevoli di produrle e di produrre arte (un possibile esempio sarebbe l’Art Brut).
« Caro XX perché ti scrivo questa lettera: a dire il vero, papà, ricordo quasi tutto quello che mi hai fatto. Che tu lo ricordi o no, non ha importanza, l’importante è che io ricordi. L’altro giorno ho avuto questa esperienza di regressione fino a quando ero bambina. Stavo urlando e piangendo ed ero assolutamente isterica. Avevo paura che saresti venuto a prendermi e a torturarmi. Questo è ciò che l’abuso sessuale rappresenta per un bambino: la peggiore tortura… Avevo bisogno della tua protezione, guida e comprensione. Invece ho ricevuto odio, violazione, umiliazione e abuso. Non devo perdonarti…non ti do più l’onore di essere mio padre. “C” »
Questa lettera, dal contenuto drammatico e terribile, fu scritta da una figlia al proprio padre. La donna aveva creduto, a seguito di alcune sedute con lo psicanalista, di aver “recuperato” i ricordi delle violenze subite dal genitore. Da qui, anche la decisione di citare in giudizio l’uomo. La “False Memory Sindrome Foundation”, associazione statunitense composta da psicologi, medici e avvocati che si occupa di fornire assistenza alle persone colpite da false accuse dovute a falsi ricordi, riuscì tuttavia a dimostrare l’infondatezza della denuncia, facendo assolvere l’uomo.
In un’indagine del 2001, il “Death Penalty Information Center” aveva invece rilevato come il grosso delle condanne a morte sulla base di errori giudiziari fosse dovuta, ancora, ad errori di testimonianza determinati da false accuse scaturite da falsi ricordi. Entrando più nel dettaglio, “The Innoncent Project” osservò come le false accuse da falsi ricordi colpiscano, nella maggior parte dei casi, cittadini afro-americani (negli USA).
Come abbiamo visto, la vittima o il testimone possono mentire non per malafede ma, appunto, perché convinti di dire la verità e il giusto.
Un falso ricordo può essere “spontaneo” (Roediger e McDermott) e “indotto” (Loftus) o il prodotto di “false aspettative” (cliché ) mentre le giurie possono, se ben manipolate dagli avvocati e dagli investigatori, cadere nella bias della “sicurezza del testimone”, ovvero credere al testimone quando egli si dimostra sicuro di ciò che afferma.
Le false accuse, pure in ambito sessuale, non sono, insomma, una mistificazione misogina e patriarcale, come vorrebbe suggerire un certo movimento d’opinione, ma una drammatica realtà con solidissime evidenze scientifiche.
Durante l’ultimo (e in corso) conflitto arabo-israeliano, l’Iran si è limitato a manifestazioni di solidarietà verso Ḥamās senza tuttavia spingersi oltre ed anzi mostrando più volte irritazione verso l’ “alleato”. L’ipotesi di un attacco diretto e frontale ad Israele da parte di Teheran, usando come “casus belli” l’attentato di oggi (rivendicato dall’ISIS), è anche per questo del tutto irrazionale, com’è irrazionale credere che qualcuno, soprattutto una potenza non-nucleare, possa realmente voler muovere guerra ad una potenza nucleare.
Chi di nuovo paventa imminenti scenari apocalittici, e di nuovo una Terza Guerra Mondiale, è poco attrezzato per l’analisi geopolitica o cerca di spaventare il proprio bersaglio, di destabilizzarlo nel quadro di un disegno tattico o strategico preciso.
Nel 2001 un informatico italo-americano di nome Jonah Peretti inviò provocatoriamente alla NIKE la richiesta di personalizzare le proprie scarpe con la scritta “Sweatsop”*, termine che indica un luogo di lavoro caratterizzato da condizioni povere e socialmente inaccettabili per il dipendente. L’allusione era alle fabbriche della multinazionale nei paesi del Secondo e Terzo Mondo.
Il vivacissimo scambio di mail che ne derivò (“potete mandarmi un paio di scarpe del colore della pelle della bimba vietnamita di dieci anni che ha lavorato per farle?”) fu reso virale da una catena partita dagli amici dell’informatico, che nel giro di poche settimane si ritrovò famoso a livello globale e a dibattere sui media dei diritti dei lavoratori. Lui, senza alcuna competenza ed esperienza a riguardo, come infatti ebbe a riconoscere per primo.
L’aneddoto è emblematico non solo dei meccanismi della viralità ma pure dell’informazione, specialmente al giorno d’oggi; più del messaggio, in sé, conta chi lo veicola. Anche il caso di Gino ed Elena Cecchettin può essere per certi versi paragonabile a quello di Peretti.
*la NIKE aveva lanciato un sito tramite il quale i clienti avrebbero potuto scegliere colore e scritta delle loro scarpe
Ognuno gestisce, o prova a gestire, il dolore come sa e può, pertanto evito l’errore di cadere nelle “norme emozionali” e scelgo di non giudicare le reazioni e i comportamenti del signor Cecchettin. Può darsi abbia solo bisogno di “caos” intorno, di sentirsi attivo e circondato da impegni, energie e persone. Quella che ha vissuto negli ultimi due anni è, non va dimenticato, una situazione gravemente destabilizzante.
Resto ad ogni modo perplesso nel vedere la sua “iconizzazione” e quella della figlia Elena, come fossero numi oracolari, esempi da prima pagina virtuosi ed infallibili. Non è così ed un simile approccio può condurre, di nuovo, alla polarizzazione, con ricadute negative anche su quel padre e quella sorella.
Nel febbraio 1970, l’esponente democristiano, nonché vice-presidente di Alitalia, Vaccari, compì un viaggio negli USA (“missione Nita”), incontrandosi, tra gli altri, con l’allora segretario ai Trasporti americano John Volpe e con l’allora assistente presidenziale e addetto ai rapporti con i media Herbert Klein.
Nel corso della missione, Vaccari invocò l’aiuto di Washington a favore della DC, per arrivare ad elezioni anticipate così da liquidare la formula del centro-sinistra e per il contenimento del PCI. Stando alle sue parole, in ragione del suo “carattere latino” il popolo italiano era sovente “motivato non dalla logica, ma dalla psicologia” e l’Italia era “un Paese dove la democrazia è giovane. In alcune sue zone (storicamente sottosviluppate) lo stesso concetto di democrazia rappresentativa è difficile da far comprendere e quindi applicare”.
Oltre a confermare quella che era la tendenza ad ingigantire i problemi della Penisola in modo da ottenere il sostegno degli alleati, prassi tipica del conservatorismo italiano del tempo (il riferimento non è alla sola DC), l’episodio dimostra come per raggiungere l’obiettivo certi esponenti di spicco della politica nostrana non esitassero a far leva sui peggiori stereotipi degli anglosassoni sui popoli latini e mediterranei (L. Guana).
Nota: in quella come in altre occasioni, l’aiuto americano non sarebbe arrivato, almeno nelle forme e nelle modalità richieste. Il “mito” dell’ingerenza dell’alleato d’oltreoceano nella politica italiana è in parte da sottoporre a revisione
La reazione con cui un settore del movimento d’opinione filo-russo ha accolto il messaggio di prova sulle allerte nazionali, servizio peraltro già attivo da molto tempo in altri Stati, è interessante e senza dubbio emblematica.
Se infatti da un lato si è voluta vedere nell’iniziativa della Protezione Civile la preparazione ad una guerra eventuale e futura, sull’onda di un dietrologismo scontato, dall’altro si è messa in atto una forma di propaganda tanto “esterna” quanto “interna per convincere, ma forse soprattutto per autoconvincersi, della forza della Russia e della sua pericolosità, ovviamente se provocata e ovviamente laddove i provocatori sarebbero il blocco euro-atlantico e l’Ucraina.
Si torna, di nuovo, a quel meccanismo psicologico difensivo di occultamento della realtà, nel caso di specie la realtà-presente della Federazione Russa, con il conseguente arroccamento ad un immaginario novecentesco non più concreto dove essa è ancora la temibile e prestigiosa Unione Sovietica, con tutto il suo corredo di valori e significati.
Ad li là delle considerazioni sulle opacità che ne accompagnarono l’ascesa, il Berlusconi-imprenditore fu per certi versi una figura straordinaria ed unica nel suo genere. Non solo seppe rinnovare la televisione italiana, anche liberandola da un anacronistico monopolio di Stato, ma riuscì a trasformarla e metterla al passo con i tempi nelle forme e nei contenuti, “svecchiando” lo stesso Paese, nel suo insieme. Chi giudica la sua Fininvest con termini apocalittici, vedendo in essa l’inizio di un decadimento dei costumi se non di un’ipnosi di massa, tradisce quindi una visione limitata, limitante e ideologica, derivata da quel pedagogismo marxiano e della Scuola di Francoforte che assegna alla cultura e ai media un ruolo unicamente didascalico (politicamente indirizzato), aborrendo ogni altra opzione come ad esempio l’intrattenimento. Un approccio che un segmento della sinistra adottò pure negli anni ’50 e ’60, verso la RAI (ed anche per questo la sinistra italiana comunista/post-comunista, che fino al 1993 mantenne un ottimo e proficuo rapporto con l’allora Cavaliere, fu per anni persino contraria alla programmazione a colori, giudicandola immorale, frivola e forviante).
Altra riflessione merita invece il Berlusconi-politico. Se menzionare i suoi discutibili atteggiamenti, a danno dell’immagine di un’intera Nazione, e le innumerevoli violazioni e gli innumerevoli abusi compiuti sarà pleonastico, gioverà tuttavia ricordare come egli avesse l’opportunità di costruire, finalmente dopo quasi un secolo, una destra moderata e di rinnovare il Paese potendo contare su un consenso molto ampio, ma non lo fece. Al contrario, radicalizzò talune posizioni ormai superate dalla Storia e dalla fine della contrapposizione bipolare e bloccò quel processo di crescita civile e politica iniziato nel 1992. Semplicemente, la politica gli interessava solo nella misura in cui gli sarebbe servita a proteggersi e a proteggere le sue aziende, come peraltro ammise lui stesso nel corso degli incontri avvenuti ad Arcore nel 1992-1993 con Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Franco Tatò, Gianni Letta, Paolo Del Debbio, Giorgio Gori, Carlo Vetrugno, Michele Franceschelli, Maurizio Costanzo, Emilio Fede, Enrico Mentana, Andrea Monti, Roberto Briglia, Edvige Bernasconi, Carla Vanni e Federico Orlando*. Una grande, e forse unica ed irripetibile, occasione persa.
*Tra il 1992 e il 1993, nell’epicentro cronologico del terremoto polito-istituzionale causato dall’inchiesta “Mani Pulite”, Silvio Berlusconi organizzò una serie di briefing nella sua villa di Arcore, con lo scopo di studiare e mettere in campo una strategia che consentisse alle sue aziende di attraversare in modo indenne il delicato passaggio storico e di potere.
Agli incontri, verbalizzati da Guido Possa e sequestrati il 22 giugno del 1993 dalla procura di Milano nell’ambito di una delle inchieste sul gruppo Fininvest, presero parte Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Franco Tatò, Gianni Letta, Paolo Del Debbio, Giorgio Gori (direttore di Canale 5), Carlo Vetrugno (direttore di Italia 1), Michele Franceschelli (direttore di Retequattro), Maurizio Costanzo, Emilio Fede, Enrico Mentana, Andrea Monti (direttore di “Panorama”), Roberto Briglia (direttore di “Epoca”), Edvige Bernasconi (direttore di “Donna Moderna”), Carla Vanni (direttore di “Grazia”) e Federico Orlando (direttore de “Il Giornale”).
Nelle riunioni, il gruppo decise anche l’adozione di una strategia editoriale di pieno e totale sostegno al pool di Milano*, “nonostante Craxi” (Federico Orlando, seduta del 24 ottobre 1992); da allora, sia le emittenti televisive che i giornali al servizio del futuro Presidente del Consiglio si allinearono infatti a quel discusso e discutibile giacobinismo mediatico che caratterizzò quegli anni e che avrebbe convinto l’Ordine a varare la Carta di Milano sulla deontologia da osservare nel trattamento delle inchieste e per la salvaguardia dei diritti degli indagati-imputati.
L’appoggio di Berlusconi al pool meneghino non si limitò a questa scelta editoriale ma proseguì con l’offerta, una volta vinte le elezioni del 1994 , del ministero dell’ Interno a Di Pietro e della Giustizia a Davigo.
Se a questo si aggiungerà la partnership tra FI, la Lega Nord ed il MSI (due tra i più accaniti avversari del Pentapartito nel periodo di “Mani Pulite”), la ricostruzione che vuole Berlusconi difensore e paladino dei diritti degli indagati di allora, dei principi del garantismo democratico e dell’ amico Bettino Craxi, non potrà dunque che venire ridimensionata se non addirittura smentita e confinata nel perimetro del mero e più interessato propagandismo.
Approfondimento
La sinistra e il falso mito del Biscione-burattinaio
Fin dal 1954, quando la RAI inaugurò i suoi programmi, la postura del PCI (e più in generale delle sinistre comuniste) alla televisione si è sempre caratterizzato per una certa diffidenza e ostilità, con rare, deboli e tardive aperture. Emblematici a riguardo gli attacchi a programmi come “Lascia o raddoppia?”, “Canzonissima” e “Il Musichiere”, le battaglie contro il colore e la creazione dei “teleclub” per educare i telespettatori ad un uso critico e distaccato del piccolo schermo.
Un simile atteggiamento traeva origine dall’impianto ideologico marxista e della Scuola di Francoforte, che assegnava e assegna alla cultura e all’arte un ruolo pedagogico. I programmi di evasione e l’intrattenimento leggero erano quindi percepiti dai comunisti come strumenti usati dal potere democristiano e pentapartitista per tenere le masse nell’ignoranza, in modo da gestirle e controllare meglio. Un “modus cogitandi” rimasto inalterato con l’avvento delle tv commerciali. Dopo l’entrata in politica di Silvio Berlusconi, in particolare, prese piede a sinistra la convinzione che il successo nelle urne del tycoon milanese fosse dovuto ad una manipolazione continua e costante delle coscienze degli italiani messa in pratica dalle sue reti televisive. Come la DC grazie a “Lascia o raddoppia?” e “Il Musichiere” , Berlusconi avrebbe creato un nuovo tipo di italiano, servendosi ad esempio di “Ok, il prezzo è giusto” o “Drive in”*. Un cittadino superficiale, orientato esclusivamente al profitto e all’edonismo, compatibile quindi con il messaggio forzista.
Si tratta ad ogni modo di un’analisi ideologica, sommaria e grossolana, che non tiene conto dell’evidenza che i programmi offerti da Canale 5, Italia Uno e Rete Quattro fossero perlopiù format stranieri e/o in ogni caso diffusi anche all’estero, mentre un fenomeno quale il berlusconismo è e resta peculiarità esclusiva del nostro Paese, senza riscontri nemmeno nelle democrazie occidentali più fragili.
La chiave del successo politico dell’ex Cavaliere fu invero la sua capacità di porsi come uomo nuovo in una fase di crisi sistemica e valoriale acuta (1992-1994) e di coagulare intorno a se un elettorato già esistente e molto ben definito e definibile, quello missino, leghista e del pentapartito in disfacimento, ossia le forze che durante l’intera storia repubblicana si erano contrapposte alle sinistre comuniste, post-comuniste e ai loro alleati. Pur riconoscendo al suo arsenale mediatico e al suo prestigio come imprenditore un ruolo forse fondamentale nella sua ascesa politica, la teoria che vuole le tre reti di Cologno Monzese come oscure burattinaie della psicologia del popolo italiano non ha drtitto di cittadinanza nell’elaborazione di alcuno storico.
*Molta dell’offerta del Biscione rispondeva inoltre a standard qualitativi elevati. Il già citato “Drive In”, emblema con le sue soubrette discinte dell’ imbarbarimento collettivo che avrebbero esercitato i canali di Berlusconi, non era né il primo né l’unico programma a mostrare vallette poco vestite mentre si trattava prima di tutto di un contenitore comico con artisti di indiscussa professionalità. Ricordiamo a tal proposito Giorgio Faletti, Gaspare e Zuzzurro, Corrado, Guido Nicheli, ecc. “Drive in” traeva inoltre ispirazione anche da programmi come “Carosello”.