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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Ancora sui nemici del vaccini

In piena ed aperta campagna vaccinale, l’opinionismo catastrofistico di certi ben noti pseudo-esperti (sarebbe superfluo farne i nomi), sempre presenti sui media ad annunciare senza alcuna prova alla mano che ogni nuova variante potrebbe “bucare” i vaccini e/o l’imminenza di nuovi ceppi capaci di fare altrettanto , è oltremodo pericoloso. Questo perché rischia di creare sfiducia e scoramento, convincendo le persone a non immunizzarsi, che sarebbe inutile immunizzarsi.

Benché possa sembrare una soluzione drastica, il governo e i partiti di maggioranza dovrebbero allontanare, e avrebbero il potere di farlo, questi personaggi (che peraltro non hanno spesso alcun ruolo nella gestione della crisi sanitaria) dalla ribalta mediatica, o, al limite, consigliare loro un profilo più basso, maggiore prudenza, maggior rigore scientifico.

Allo stesso tempo, la comunicazione istituzionale andrebbe rivista e corretta anche sotto questo aspetto, perché paventare nuove chiusure pur con una sufficiente copertura delle categorie “fragili” genera ugualmente scetticismo tra i cittadini sull’efficacia e l’utiltà finale della vaccinazione,

La comunicazione d’emergenza è ambito assai complesso e delicato, che impone competenze specifiche e non ammette l’avventurismo o l’improvvisazione.

Cuba Libre? Purché non vada di traverso

Nell’accostarsi alla situazione cubana, molti occidentali, spesso anche analisti di indubbio prestigio, commettono l’errore di usare i loro parametri, i parametri del mondo occidentale, del Primo Mondo. Di conseguenza il confronto non potrà che risultare, nella maggior parte dei casi, impietoso per l’isola. Analizzando la realtà di Cuba inserendola in quello che è il suo contesto geografico e geopolitico, cioè l’area caraibica e meso-americana, apparirà invece un quadro molto diverso del Paese della “Revolución”.

Cuba non è una democrazia (non lo era nemmeno prima del 1959) e non è un Paese ricco, ma anche gli altri stati limitrofi hanno sperimentato o stanno sperimentando regimi non democratici o democratici solo sulla carta e sono storicamente imprigionati in una condizione di arretratezza e ritardo. A differenza loro, però, i cubani hanno potuto godere di 62 anni di stabilità, autonomia, sicurezza e, soprattutto, possono fare affidamento su un sistema avanzato in settori-chiave della società, come l’istruzione, la sanità e il welfare, con parametri non lontani, se non talvolta superiori, a quelli occidentali.

Sandro Pertini diceva che la peggiore delle democrazie è preferibile alla migliore delle dittature, ma un lucido esercizio di realismo impone, in casi come questo, riflessioni più approfondite e disincantate. Il Cuba Libre è buono ed ha un buon sapore, ma se la fine del Socialismo (di ciò che ne resta) significa tornare ad essere una “repubblica delle banane”, una delle tante, un bordello e un casinò a cielo aperto, terreno di caccia degli USA , dei potentati stranieri e delle mafie, se i cubani devono vedersi portar via, in nome di qualche obsoleta teoria pseudo-liberista, i diritti sociali acquisiti , o, peggio, se devono trovarsi scaraventati in una drammatica instabilità come quella dei popoli usciti dalle “primavere arabe”, allora, forse, è meglio posarlo sul bancone e rimandare la bevuta.

Perché non è solo una partita, perché non è solo calcio, perché non è solo sport

“Ma buon Dio! Ma che ci sia una sosta nelle preoccupazioni, nella tristezza e nelle insoddisfazioni: che ci sia un po’ di sosta! Dopo sei giorni di lavoro viene la domenica, no? Chi ha lavorato sei giorni avrà diritto di andarsene con la famiglia a gioire sulla spiaggia, in montagna, o altrove. Che gli si deve dire? Oh, ma come mai gioisci? Guarda che ti attende il lunedì!”

Così Sandro Pertini nel 1982, a un giornalista che gli chiedeva se la grande esultanza per la vittoria al Mundial spagnolo non rischiasse, come paventato da qualcuno, di far dimenticare i problemi del Paese, di un Paese.

Aveva ragione, Pertini, che per inciso non era un superficiale ma un uomo che aveva conosciuto e sperimentato il peggio della vita e degli uomini; il calcio non è solo calcio, non è solo sport, e sbaglia chi non vuole rendersene conto. Ma sbaglia anche chi lo ritiene una “semplice” emozione. A certi livelli, su certi palcoscenici, il calcio e lo sport trascendono e diventano politica, geopolitica, cultura, costume, economia, diplomazia. Ed è così dall’età Antica, dall’antica Grecia. Si potrebbe scrivere un trattato di Storia o di scienze a sociali a riguardo, e infatti ce ne sono, ce ne sono tantissimi.

Pensiamo, ad esempio, al valore ed al significato di Olimpiadi come quelle del 1936 o quelle del 1980 e del 1984 (del “boicottaggio”), ai Mondiali di calcio del 1978 o a quelli di rugby del 1995, che diedero al “nuovo” Sudafrica l’oppotunità di mostrarsi, e di farlo in maniera vincente, al mondo. Si pensi a match di pugilato come la duplice sfida tra Max Schmeling e Joe Louis, con l’America rooseveltiana e la Germania hitleriana che si sfidarono sul ring prima che sulle spiagge della Normandia, e al Tour de France del 1948. Si pensi all’influenza, nella società e nella politica, di atleti del calibro di Muhammad Ali, Jackie Robinson, Tommie Smith, John Carlos, Arthur Ashe, Greg Louganis, Diego Maradona, Primo Carnera o i già menzionati Schmeling e Louis.

La Guerra Fredda si consumò non sui campi di battaglia, per nostra immensa fortuna, ma su quelli da gioco, dove USA e URSS, Est e Ovest, ebbero l’occasione di mostrare la qualità e la superiorità dei rispettivi modelli.

Si consideri, inoltre, il ruolo che i successi sportivi hanno avuto per la Germania Ovest nel secondo dopoguerra, aiutandola a riscostruire la propria immagine. Stessa cosa per la Spagna degli anni 2000, i cui calciatori, cestisti, piloti e tennisti le hanno permesso di accreditarsi come un Paese moderno e competitivo, dopo i decenni bui del franchismo e dell’aretratezza. E quanto merito hanno avuto, le arti marziali nel promuovere la cultura dell’Oriente? Moltissimo. Il Brasile punta oggi all’ingresso nel club delle grandi potenze, a non essere più solo la nazione delle favelas, anche in virtù dei suoi ambasciatori nelle discipline sportive. Tornando al 1982, grande fu l’impatto sulla nostra economia e su noi tutti. Quel successo, per diversi storici è stato addirittura uno spartiacque tra gli “anni di piombo” e i “dorati” anni ’80.

Si chiama, risiamo alla geopolitica, “soft power”, ovvero “l’abilità di un potere politico di persuadere, convincere, attrarre e cooptare, tramite risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni della politica”* ed è spesso molto più potente, incisivo e duraturo dell’ “hard power”, il potere che deriva dalla forza militare. E nel “soft power” rientrano le arti, tutte e sette, la moda, la cucina, la lingua, e, appunto lo sport, gli sport.

Si è parlato anche di diplomazia; bene, lo sport non è esclusivamente un terreno di “scontro” ma pure di confronto, di dialogo. Chi può dimenticare la “diplomazia del ping pong” tra gli USA di Nixon e la Cina di Mao?

Da ieri, un italiano qualsiasi che si trovi all’estero non sarà, volendolo spiegare meglio, un anonimo turista o un anonimo “expat”, ma il simbolo e l’ambasciatore di un sistema che funziona e sa competere, in un ambito importante e popolare, che attira l’attenzione.

Non è solo calcio, non è solo sport, non è solo emozione. E’ prestigio, è forza, è genio. Ed è una serie infinita di opportunità, a 360 gradi, che aspettano di essere colte. Non riguarda più solo Roberto Mancini ma pure Mario Rossi e non perché la FIGC si mantiene anche con le tasse del contribuente. Non comprenderlo, snobbare con alterigia il trionfo di Wembley (“è solo una partita”, “adesso cos’è cambiato?”), significa non conoscere il passato e nemmeno il presente.

*Robert Keohane-Joseph Nye, “Power, Interdependence and the Information Age” from Conflict After the Cold War

Europei: il “monito” di un folla gioiosa

I festeggiamenti per l’Europeo, in Italia come nel resto del continente, sono la spia rivelatrice, la manifestazione di un bisogno, naturale e quindi insopprimibile, che è quello del ritorno alla vita “reale”, alla socialità, allo stare insieme. E sono un monito. Limitarsi a stigmatizzarli, a puntare il dito, ancora e di nuovo, sarebbe infatti miope e controproducente, per i cittadini e per le istituzioni, come miope e controproducente sarebbe voler rincorrere una “massima sicurezza” impossibile, cedendo all’isteria anti-scientifica ad ogni minima e inoffensiva variazione della curva dei positivi. Facendo, in poche parole, carta straccia dei risultati della campagna vaccinale.

Oggi le persone sono scese in piazza per fare festa, ma non è da escludere che domani, se non cambierà l’atteggiamento dei decisori, vi possano tornare, ma con altre intenzioni.

“La libertà e la vita appartengono a quelli che le conquistano ogni giorno” (Johann Wolfgang Von Goethe)

Scherza con la Carrà ma lascia stare i santi: il cortocircuito del black humor “selettivo”

Anche la morte della Carrà ha offerto lo spunto al “black humor” per qualche incursione iconoclasta. E’ ad ogni modo interessante notare come certe categorie siano invece tutelate persino dai dissacratori più pungenti; tra queste, le vittime del Covid. Per qualcuno, insomma, si può e si deve scherzare e ironizzare su tutto e tutti in nome di un materialismo caustico e spavaldo, ma non lo si può fare sul virus cinese e sui morti/ospedalizzati che gli vengono attribuiti.

Un fenomeno per certi versi curioso, ma niente affatto imprevisto o imprevedibile, che dimostra come un certo movimento d’opinione (il quale ha in Italia una sua precisa collocazione politica) abbia “slaicizzato” il virus, proiettandolo in una dimensione che non è più quella della razionalità e del metodo scientifico ma dell’emotività, del pàthos ideologico, della polarizzazione più miope e fanatica.

Anche da qui, da questo approccio “confessionale” diffuso, derivano molti dei problemi nella gestione dell’ormai infinita “crisi” sanitaria.

Il Covid, il vaccino e la Boschi persa tra i boschi

“Perché più siamo a vaccinarci e prima batteremo il Covid”; così Maria Elena Boschi, in un post sulla sua vaccinazione (prima dose).

Ma che cosa intende, l’ex ministra, quando parla di battere il Covid?

Puntare, seguendo l’esempio inglese, ad una razionale soglia di morti e ospedalizzati (da dicembre la media dei decessi nel nostro Paese è comunque già in linea con gli anni passati) sotto la quale riprendere la vita in modo normale e naturale?

O ambire all’eradicazione, al famigerato “rischio zero” o ad avvicinarsi ad esso, come peraltro ventilato da Roberto Speranza, Gualtiero “Walter” Ricciardi ed altri personaggi vicini all’esecutivo? Ambire, cioè, ad un traguardo impossible (quantomeno in tempi ragionevoli), perdendosi in una battaglia dagli esiti devastanti e catastrofici per tutti, SSN compreso?*

Chi riveste certi ruoli, chi è tanto esposto, dovrebbe sempre comunicare con chiarezza, consapevole del peso che le sue parole hanno e possono avere. A meno che, e allora avremmo ragione di preoccuparci, certa “ambiguità” non sia, nel caso di specie, studiata e voluta.

*battaglia che sarebbe anche anti-etica, quella del “rischio zero”, perché assegnerebbe una priorità, un ruolo qualitativamente differente, ai morti attribuiti al Covid.

Tra il DDL Zan e lo ius soli

Rilanciati in agenda dal blocco giallo-rosso anche per serrare le fila, ricompattarsi e recuperare consensi dopo i cali nei sondaggi e le difficoltà degli ultimi mesi, il DDL Zan e la questione del cosiddetto “ius soli” potrebbero adesso trasformarsi in un pericolosissimo boomerang per i loro sostenitori.

Si tratta infatti di argomenti divisivi, all’interno della maggioranza come nel resto del Paese, inoltre gli italiani potrebbero non capire (e non avrebbero tutti i torti) la priorità assegnata a certe battaglie in un momento delicato e drammatico come quello attuale.

L’unica possibilità che hanno i soci i maggioranza del governo per cercare di recuperare il terreno perduto, è, o meglio sarà, avviare una politica pandemica radicalmente diversa, meno rigida e meno dogmatica (in questo li aiuterebbe la campagna vaccinale in corso), dando speranza alle categorie più colpite dalle restrizioni e, più in generale, ai cittadini.

In caso contrario, ovvero perseverando nel chiusurismo medievale*, si condanneranno al declino, rischiando di condannarvi pure la Nazione.

*si tratta di un’iperbole, giacché le restrizioni adottate in epoca medievale durante le epidemie/pandemie erano assai meno rigide, quantomeno rispetto al primo lockdown contiano (che non ha precedenti a memoria d’uomo)

L’esempio inglese e i veri nemici dei vaccini

L’Inghilterra dà prova, almeno per adesso, di grande raziocinio, avvicinandosi alla normalità senza lasciarsi intimorire dall’allarmismo (infondato) sull’ennesima variante, guardando al dato, buonissimo, dei morti e degli ospedalizzati e non a quello dei contagi. Una “lezione” quanto mai utile per i governi più chiusuristi, in primis quello italiano a trazione giallo-rossa.

Puntare al “rischio zero”, o comunque a lambirlo, come peraltro suggerito da Speranza, Ricciardi o da altri esponenti della maggioranza e dell’esecutivo, e attribuire al numero dei semplici positivi, asintomatici compresi (inseguiti con un tracciamento a tappeto), la stessa importanza di quello dei morti e dei ricoveri, significherebbe infatti rendere inutile o quasi l’arma dei vaccini (non tutti possono essere vaccinati, i vaccini non possono “funzionare” al 100% e tantomeno possono bloccare la diffusione del virus), fare carta straccia dei parametri dell’immunità di gregge e rimandare “sine die” il ritorno alla vita ante-marzo 2020.

A quel punto non saremo più di fronte, si faccia attenzione, ad un problema medico-sanitario, bensì ad un problema etico-politico, con la politica incapace di scendere a patti con il Covid, incapace di metabolizzare lucidamente e laicamente ogni rischio, anche il più lieve e fisiologico, collegato al virus cinese.

Uno scenario in linea teorica catastrofico per i cittadini come per le istituzioni, che vedrebbe tra i suoi responsabili anche l’intossicazione ansiogena e polarizzante causata dai media, da taluni opinionisti e dalle stesse autorità.

Vaccini e fuoco “amico”

La disinformazione allarmistica sui rischi derivati dalla vaccinazione non è diversa, nella forma e nella sostanza, da quella sui rischi derivati dal Covid. Fa quindi sorridere, volendo essere indulgenti, che a debunkizzare e denunciare con pedanteria didascalica la prima siano gli stessi che in questi mesi hanno favorito e alimentato (e continuano a farlo) la seconda, senza preoccuparsi minimamente delle ricadute psicologiche, pesantissime, sulle persone.

Come previsto e prevedibile, la cattiva informazione è un “mostro” che presto o tardi si rivolta anche contro chi lo nutre ed alleva.

“Forza Belgio!”: il “tifo contro” e l’escamotage dell’inginocchiamento

Per effetto di un’interpretazione arbitraria dell’internazionalismo marxiano e del tabù dell’esperienza fascista, una certa sinistra ha sempre rigettato ogni elemento patriotico e identitario, confondendo il patriottismo con il nazionalismo, con il Fascismo. Per costoro, la bandiera diventa ad esempio un simbolo “fascista”, lo diventa l’Inno di Mameli (che infatti chiedono di sostituire con i canti partigiani) e lo diventa anche e persino la Nazionale di calcio.

Il “non li tifo perché non si inginocchiano” (solo tre nazionali si inginocchiano sempre) è così un ghiotto escamotage, l’ultimo e l’ennesimo, per nascondere il proprio sentimento anti-nazionale ed esterofilo (che non ha il più delle volte riscontro nelle sinistre degli altri paesi), per “nobilitarlo” e conferirgli una patina di legittimità morale. In Qaṭar ne troveranno probabilmente un altro, magari un “non li tifo perché vanno a giocare in uno Stato autoritario che ha fatto morire decine di operai per la costruzione degli stadi”.

Un fenomeno forse favorito anche dal carattere non solidissimo della nostra coscienza nazionale e che ha contribuito ad allontanare quella sinistra dal cittadino(-elettore) comune e viceversa, in un “circolo vizioso” per cui la comunità-Paese diventava e diventa ancora più estranea.