Jimmy Carter: il dovere del tributo (e di alcune puntualizzazioni)



Uomo del Sud rurale, devoto, imprenditore e lontano dai vertici del Partito Democratico, Jimmy Carter riuscì ad accreditarsi come la nemesi di quel modello di potere entrato in affanno con gli scandali che avevano travolto la presidenza e la vice-presidenza degli Stati Uniti (Nixon e Agnew), con la sconfitta vietnamita e la crisi economica del 1973-1975. 

La sua sobrietà e il suo rigorismo etico di memoria jeffersoniana e jacksoniana si rilevarono però, sul lungo periodo, delle armi  doppio taglio, imbrigliandone spesso l’azione e facendolo apparire come un pessimista incapace di risollevare le sorti del Paese, secondo un cliché sfruttato abilmente da Ronald Reagan (suo rivale nelle presidenziali del 1980).

Fu comunque un buon presidente (non solo un ottimo ex presidente) ed un uomo perbene, cui la Storia riconosce oggi i meriti e la statura, non più sottovalutato come un Andrew Jackson od un Chester Arthur.

* emblematico  a riguardo il cosiddetto “malaise speech”, un discorso alla nazione del 1979 per il quale Carter fu accusato di pessimismo e rassegnazione. Anche il ripensamento del “linkage” nixoniano (politica del “bastone e della carota” con l’URSS), che Carter giudicava un inaccettabile compromesso sulla difesa dei diritti umani oltrecortina, fu visto da molti come il motivo della nuova fase di tensione con Mosca

La Crisi degli ostaggi del 1979, tra Storia, storiografia e rigore metodologico

Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.

“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora  Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di  una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto  sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia.  Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione.  Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.

Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciònonostante, è possibile constatare  come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come  da programma, probabilmente i pur  abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.

Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan,  si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del  governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh,  da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma  il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché  i repubblicani erano riusciti  ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).

Appunti di comunicazione – I  mega pregiudizi della Fagnani?


Francesca Fagnani ha risposto con incredula ironia a Taylor Mega, quando l’influencer le ha detto di amare la lettura,  Seneca e i classici. In questo caso, la giornalista  e presentatrice ha dimostrato di (s)cadere in una tipica rappresentazione stereotipata, secondo cui un’influencer, bella e all’apparenza disimpegnata, dovrebbe essere, “ipso facto”, superficiale ed ignorante (a tal proposito è bene ricordare come Elisa Todesco, vero nome della Mega, sia laureata in Psicologia).

Come già detto, aver innalzato Fagnani ad icona “femminista” (quale sarebbe stata la sua reazione davanti ad un uomo?) e di un giornalismo “impegnato” e “coraggioso”, è stato forse un po’ prematuro ed avventato.

Le dimensioni della lezione siriana e perché (forse) non sarà ascoltata


Con la Siria, Mosca perde un alleato storico, di primaria importanza non solo per la garanzia delle basi sul Mediterraneo. Soltanto gli agit-prop del Kremlino, o quel segmento meno obiettivo del movimento d’opinione filo-russo, possono di conseguenza credere e sostenere che Putin abbia abbandonato Assad al proprio destino perché poco interessato alla questione siriana. La verità è che, non essendo una potenza globale ma regionale, la Russia  odierna non ha la capacità di coprire in modo adeguato più fronti, il che dovrebbe suggerire allo “Zar” di accettare l’ipotesi di un progetto trumpiano sul solco del 1953, così’ da concentrarsi sulla ricostruzione economia (ottenendo, non in ultimo, l’eventuale fine delle sanzioni) e sulla difesa degli interessi nel resto del mondo, ad esempio in Africa ed Asia.

E’ tuttavia probabile che Putin non accetterà. Personaggio formatosi in un’epoca completamente diversa da quella attuale, per lui l’Ucraina ricopre un’importanza irrinunciabile, soprattutto per ragioni storiche (a tal proposito, è bene ricordare come non sia l’Ucraina a “derivare” dalla Russia” bensì il contrario). L’assenza di un autentico dibattito interno, della possibilità di un confronto aperto con il suo staff, lo imprigiona inoltre in una sorta di “caverna di Platone”, impedendogli l’elaborazione di un quadro lucido e realistico della realtà; nella sua visione delle cose, l’Occidente si stancherà, consegnando l’Ucraina alla Russia la quale, nel volgere di poco tempo, potrà edificare il sogno della Novorossija, magari allargata a Miensk.

In quel caso, Trump non rafforzerà, almeno da subito, il sostegno militare e finanziario a Kyïv (anche per non “rimangiarsi” le promesse elettorali), ma ricorrerà alla leva economica, si pensi all’intensificarsi delle sanzioni ed all’abbattimento del prezzo del petrolio (“a-là Reagan”), ma tutto dipenderà dal Kremlino. Qualora l’ “Orso” dovesse inasprire ulteriormente le relazioni con Washington e/o aumentare l’impegno bellico, allora la Casa Bianca metterà in atto risposte simmetriche, che potrebbero tradursi persino in un confronto diretto. Un’azione rivolta agli oligarchi e ai loro interessi, dovrebbe ad ogni modo essere sufficiente per l’avvio di un “regime change” nella Federazione Russa. Chi scrive sarebbe sorpreso se, a queste condizioni, il potere di Vladimir Putin  dovesse durare oltre il prossimo biennio.

La comunicazione irresponsabileEh, no, Francesca Fagnani non è Francesca Woodman (e neanche Oriana Fallaci)


Una parte del pubblico e dei commentatori italiani ha già dato per scontato che Teo Mammucari sia una primitivo “patriarca” trovatosi spiazzato dal carattere di una professionista come Francesca Fagnani, la quale è di conseguenza divenuta una sorta di icona femminista, paradigma plastico e vivido della donna, e della giornalista, che sa “mettere a posto” un “maschio” aggressivo e narcisista. 

Ai fautori e seguaci di questa equazione semplicistica, perché  frettolosa (non falsa “ipso facto”, ma neanche dimostrabile), andrebbe ricordato come la conduttrice non abbia invece battuto ciglio (anzi, abbia sorriso ed ammiccato) quando Elisabetta Canalis ha ammesso di aver malmenato, minacciato ed offeso più volte Christian Vieri ed altri  ex partner, e cosa sarebbe accaduto a parti invertite.

Per concludere, sarebbe interessante conoscere la posizione di costoro quando una sportiva si trova a dover sfidare un’iperandrogena, una transessuale od un’intersessuale, magari a rischio della vita.

Appunti di comunicazione -Lapsus Lavroviano (di nuovo)



“La Russia è pronta a usare ogni mezzo per evitare che l’Occidente le infligga una sconfitta strategica”; così il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, in un’intervista al giornalista americano Tucker Carlson. In parallelo, le consuete minacce apocalittiche, stavolta basate sull’inesistente “arma segreta” (il missile “Oreshnik”).

Non è la prima volta che Lavrov cade in “lapsus” di tal genere. “Lapsus” perché ha fatto riferimento all’eventualità di una “sconfitta strategica”, concetto  che non dovrebbe trovare spazio nella retorica russa, così come viene impostata dal Kremlino.

Ancora, Lavrov può lanciare in questo modo un “frame” capace di insinuare il dubbio nell’opinione pubblica del suo Paese, forse già meno compatta di quel che vorrebbe far credere il regime.

La comunicazione irresponsabile – La guerra farlocca di Adnkronos: cui prodest ?



Nell’ormai lontano 25 novembre, l’ammiraglio Rob Bauer, presidente del comitato militare della NATO, disse che l’Occidente dovrà investire di più per implementare la propria capacità di DETERRENZA, in ragione dell’attuale quadro globale. Ciononostante, l’agenzia Adnkronos pubblica, quasi ogni giorno (caso pressoché  unico al mondo), la  notizia, manipolandola, dandole un taglio allarmistico-apocalittico come si può vedere. Un comportamento che non è solo deontologicamente scorretto, ma pure socialmente pericoloso. Un copione già visto, con il Covid e con altri argomenti capaci di determinare un forte impatto emotivo. Canali da evitare, smettendo di seguirli.

La (prevista e prevedibile) parabola del M5S


Già oltre dieci anni fa previdi, in alcuni articoli realizzati per testate di settore e proiezioni per i clienti, la parabola del M5S, ciò che oggi sta vivendo. Non che il sottoscritto possieda chissà quali abilità analitiche o divinatorie, ma era sufficiente una conoscenza, anche basica, della politica italiana, della sua storia e di certe dinamiche della psicologia sociale, per giungere alla stessa conclusione.

Questi soggetti hanno infatti nel loro punto di forza, cioè l’ostensione dell “alterità” e della trasversalità, la loro stessa debolezza; solo con l’isolamento potranno conservarle, tuttavia esso porterà, alla lunga, all’inazione più inutile ed al conseguente abbandono da parte del cittadino. Entrare invece nella “stanza dei bottoni” farà smarrire loro la “verginità”, piegandoli a quegli obblighi e compromessi derivanti dall’arte del governare (vincoli di bilancio e normativi, alleanze internazionali, “deep state”, ecc). A ciò si aggiungeranno la ricattabilità e la scarsa affidabilità di una classe dirigente composta in buona parte da deputati e senatori di fatto “presi dalla strada” (condizione di per sé non disdicevole), i quali ben difficilmente saranno pronti a rinunciare ad uno status ottenuto quasi all’improvviso ed in modo inaspettato.

Il paragone con la Lega e il futuro del Movimento

L’accostamento con la Lega Nord potrebbe essere fuorviante, perché per il Carroccio l’antipolitica non era un elemento centrale bensì subordinato ad un discorso di tipo localistico-identitario (cosa che gli assicurava e gli assicura un radicamento nei territori, che ai grillini, di nuovo, manca). E’ vero che il M5S non si esauriva, neanche nei giorni migliori, nella progettualità del “vaffa”, tuttavia “sklills” come il pragmatismo liquido hanno sempre avuto un peso relativo, almeno nella percezione dell’elettorato. La creazione di Grillo e G.Casaleggio era forse più simile all’UQ gianniniano (anch’esso paragonato spesso alla Lega*), forza estintasi nel volgere di pochi anni. Se poi Salvini è riuscito a ridare linfa al suo partito trasformandolo da forza “localista” a nazionalista”, andando con naturale facilità a riempire spazi liberati dalla scomparsa di protagonisti quali AN, il futuro dei cinque stelle appare incerto e da definire e definirsi, non in ultimo pensando alla difficoltà di inserirsi come alternativa di sinistra ad un PD targato Schlein. I “lumbàrd” potevano inoltre contare, volendo concludere, su una serie di dirigenti esperti e rodati, opportunità di cui il M5S non dispone anche a causa del vincolo dei due mandati e dell’autoritarismo dei fondatori; è, questo, un “vulnus” che li ha costretti a cercare un leader altrove, un Giuseppe Conte estraneo alla loro tradizione e che, infatti, li sta portando non solo a collezionare sconfitte su sconfitte ma pure a snaturarsi.

*a riguardo mi permetto di consigliare il saggio “La Lega qualunque”, di A. Sarubbi. Pur non condividendone l’impianto di base (il paragone tra Carroccio e “torchietto”), trovo offra spunti di un certo interesse

Appunti di comunicazione – Caso Bove: è vera empatia? Il dovere del realismo



Un personaggio famoso sfugge alla sua dimensione privata, per appartenere a quella pubblica, al pubblico che lo sente legato a sé, come una figura familiare. È dunque normale, fisiologico, nel quadro di tale dinamica psicologico-sociale-culturale, l’affetto e il trasporto dimostrati ad Edoardo Bove, la preoccupazione per lui quasi fosse un amico, un parente (qualcuno si è non a caso spinto a chiamarlo confidenzialmente “Edo”).

Un disincantato realismo ci obbliga tuttavia al confronto con l’indifferenza verso tragedie analoghe, quando  colpiscono estranei-sconosciuti, addirittura sotto i nostri occhi. Non solo; e se Bove avesse militato in una squadra “polarizzante” ? Sarebbe stato circondato da tanta, premurosa, attenzione?