Il normale paradosso del M5S

Il caso del M5S che pur sposando ufficialmente una linea atlantista e pur sostenendo, come primo partito, un governo attestato su posizioni atlantiste ed un “premier” convintamente atlantista, sconfessa e quasi espelle il proprio ministro degli Esteri perché considerato troppo vicino agli USA, alla UE ed alla NATO, è solo all’apparenza grottesco, irrazionale e paradossale.

Destino di tutte le compagini che acquisiscono forza e consensi vantando un’alterità politica e morale, è infatti perderla, con pesantissime conseguenze in termini di voti e credibilità, una volta entrati nella “stanza dei bottoni”, una volta alle prese con le difficoltà, gli obblighi e i limiti derivati dalla gestione del potere, nel caso di specie le alleanze internazionali e gli equilibri euro-atlantici e globali che impongono al Movimento scelte sgradite a ciò che rimane del proprio elettorato (l’altenativa è invece condannarsi ad un’opposizione perenne, dunque alla marginalità, per preservare tale presunta diversità/superiorità).

Nota: la Lega è in questo senso un’eccezione, perché se vero che all’inizio prendeva soprattutto voti di “protesta” (contro il malcostume pentapartitista) è altrettanto vero che si trattava e si tratta di una formazione localistico/identitaria e di destra, quindi con una forte caratterizzazione ideologico-politica che invece manca al M5S. Da qui Matteo Salvini è ripartito per trovare quei temi (prima il padanismo e dopo la sicurezza e la lotta all’immigrazione) che gli hanno consentito di far risalire la china al Carroccio (anche grazie ad un’esposizione mediatica anomala e per questo al centro di interrogativi e speculazioni).

Da Ford a Di Maio: forza e debolezza dell’uomo della strada

timthumb

Gerald Ford e Ronald Reagan non ebbero in comune soltanto l’appartenenza al GOP e la Presidenza degli Stati Uniti d’America ma anche l’essere indicati da esperti e giornalisti come “uomini qualunque”, prestati alla politica. Ciò che tuttavia li distingueva era il fatto che se il mite Ford era oggettivamente un “uomo qualunque”*, Reagan piaceva all’ “uomo qualunque” ma non era un “uomo qualunque”

L’ex attore poteva infatti contare su un’ eccezionale capacità comunicativa (oltre ad una fisicità molto peculiare ), dote che mancava a Ford, che infatti non riuscì a confermarsi alla Casa Bianca

Chi in questi giorni indica nell’essere un “everyman” la forza dell’On. Luigi Di Maio, non tiene conto proprio di questa fondamentale lezione del marketing politico: per piacere all’elettore, un candidato/leader deve far sì che l’elettore si riconosca in lui (Reagan, Berlusconi, Trump, Hollande, ecc) ma non deve essere come lui. Agentico o cooperativo, ideologico o pragmatico, dovrà infatti mostrare doti comunicative, una personalità e tratti distintivi fuori dal comune, elementi e abilità di cui l’ “uomo della strada” Di Maio non dispone

Il vice-presidente della Camera sarà dunque e probabilmente solo un “frontman”, dannoso o nella migliore delle ipotesi non influente per il M5S nel 2018

* per le circostanze che lo avevano portato alla Casa Bianca, fu definito “the accidental president”, il “presidente accidentale”

Giannini e Grillo: quando l’arte non è acqua

Quando Guglielmo Giannini irruppe sulla scena politica nazionale in quel drammatico 1944, lo fece con tutto la pittoresca esuberanza di cui soltanto una vecchia volpe dell’ ars retorica come lui, consumato commediografo partenopeo, sarebbe stata capace. Ecco allora l’ingresso della parola colorita e dello “splatter” nella dialettica pubblica di un Paese che stava cercando, a poco a poco, di ricucire lo strappo, anche in termini di buongusto, con il linguaggio politico. Avversari e membri del CLN vennero sbeffeggiati, in maniera simpatica, con l’alterazione dei loro nomi e cognomi, in una rocambolesca torsione degli schematismi normativi: Ferruccio Parri divenne “Fessuccio Parmi”, Pietro Nenni “Il bell’ addormentato nel basco”, Palmiro Togliatti “Il cosacco onorario”, i democristiani “i demofradici cristiani”, ecc, in un esercizio di dissacrazione delle nuove icone di un’Italia che si stava liberando dal giogo nazi-fascista. In pubblico storcevano il naso, gli avversari di Giannini, ma in fondo sorridevano a queste acrobazie, tutto sommato divertenti, innocenti e spiritose, dell’estro del “Fondatore” (celebre la storiella del pappagallo, che divertì anche lo ieratico De Gasperi).

Quando Beppe Grillo definisce Enrico Letta “Capitan Findus”, si consegna invece e soltanto al cattivo gusto ed all’equivoco, mortificando, in primis, il suo genio istrionico con un frame disancorato da qualsiasi logica semantica e discorsiva.

Elitarismo della primordialità

La pubblicistica più disattenta (e più partigiana) ci ha consegnato la vulgata e il luogo comune di un populismo-qualunquismo elaborazione e peculiarità esclusiva delle destre. Alla sedimentazione dell’equivoco hanno senza dubbio contribuito anche le esperienze di movimenti, personaggi e partiti come il fascismo sansepolcrista, Guglielmo Giannini e il suo Uomo Qualunque, il monarchico Lauro, le piattaforme vetero-post fasciste ed alcune porzioni della vecchia Democrazia Cristiana (in special modo al centro-sud). Se, però, il populismo si pacca perfettamente in due nel panorama politico internazionale (le sinistre vantano una pattuglia estremamente nutrita a riguardo, da Herze, a Sorel passando per Cardenas, El -Nasser, Nyerre, Gheddafi per arrivare ai più recenti leader sudamericani), anche il quadro italiano propone un equilibrio quasi omogeneo tra l’emisfero demagogico conservatore e quello progressista. Le incursioni sulla strage lampedusana e le accuse di correità, morale e sostanziale, tanto opportunistiche quanto imprecise e inconsistenti al sistema italiano tout court provenienti dai “liberal”, ne sono la cifra, ma soltanto una delle tante. La sterzata verso la semplificazione è una strategia comune alla propaganda politica ed al suo linguaggio; a mutare è soltanto la scelta della forma nella quale incapsulare e presentare l’opzione, variabile a seconda del target che il propagandista vuol raggiungere o far raggiungere.

P.s: a questo proposito, mi permetto di consigliare e segnalare i lavori del sociologo Mikhail Mikhailovich Bakhtin. Secondo questo autore russo, le elites erano convinte che i loro generi di intrattenimento fossero più elevati rispetto a quelli dei ceti più poveri in quanto maggiormente elaborati e più costosi. Si tratta di un fenomeno che si può sovrapporre anche a casi come quello di specie: una parte della sinistra ritiene di essere immune dall’inganno mediatico, rispetto ad una certa destra, perché più attrezzata sul piano culturale. A ben vedere, tuttavia, anche loro rimangono intrappolati nella rete delle persuasione, incamerando, ad esempio, qualsiasi “emergenza” costruita ad hoc dal mondo dell’informazione (il cosiddetto “femminicidio”, l’aumento dei suicidi per la crisi, la cosiddetta “fuga dei cervelli”), tutti argomenti statisticamente infondati e fraudolenti quando e se presentati attraverso i contorni dell’allarme. Conosco personalmente fior fior di docenti universitari, intellettuali di vario genere e membri della classe dirigente che fanno propri in modo assolutamente acritico e senza il vaglio della verifica tutto ciò che i cronisti (categoria che ben conosco facendone parte) propinano loro, arrivando ad imbastire incontri, giornate a tema, ecc, su piattaforme in realtà evanescenti ed infondate. In questo e per questo, dimostrano di essere vulnerabili come e quanto i vituperati pensionati berlusconiani e la “Casalinga di Voghera”, categorie che, però, hanno la scusante di una preparazione culturale non completa.

Corsi, ricorsi e rincorse: il muro contro muro che non giova alla sinistra

Quando nel 1944 il Qualunquismo fece la sua apparizione nel panorama politico italiano con l’impatto di una cometa impazzita dai colori bislacchi, le sinistre gli riservarono lo stesso trattamento “ab irato” con il quale oggi si approcciano al M5S ed al suo leader. Il PCI arrivò persino a chiedere (ed ottenere per un brevissimo periodo) la sospensione delle pubblicazioni dell’ organo ufficiale del partito gianniniano, mentre l’Unità, così si esprimeva nel suo numero del 7 gennaio 1945: “Quando un uomo qualunque ci dice che non crede più a niente nè a nessuno, che sono la stessa cosa Fascismo ed antifascismo e cento altre cose del genere che non possono in nessuno modo contribuire allo sforzo di guerra, nessuno può contestarci il diritto di affermare che quest’uomo qualunque è oggettivamente un fascista e un provocatore”. Nulla, nel programma qualunquista, dava adito e spazio ad interpretazioni­ in grado di sostenerne la vocazione fascista o reazionaria, anzi; l’UQ metteva sul tavolo un programma evoluto mirante a liberare il sistema-paese dai rami secchi del dirigismo e dello statalismo (il contrario di quello che avvenne nel 20ennio), così da iniettare linfa e vitalità a quel travet, a quella piccola e media borghesia imprenditoriale­ che da sempre costituisce l’ossatura di qualsiasi circuito capitalista (e non solo). Non era sufficiente, anzi, era proprio questo il “male”. Il rifiuto dell’UPP (uomo politico di professione), di qualsiasi tipo di legaccio, statale o clericale che fosse, dell’ideologia intesa come morbo di ultrastica fisionomia, non potevano essere tollerati dal monolite di Botteghe Oscure. Con il tempo, però, le cose cambiarono. Togliatti comprese infatti che il corpo a corpo non solo non avrebbe pagato, ma che, piuttosto, avrebbe finito con l’irrobustire Giannini e i suoi, facendo loro pubblicità (come sta avvenendo oggi con il comico genovese) e catalizzando verso l’UQ l’attenzione dei moderati, spaventati da quello che veniva inteso e percepito come pericolo comunista. Decise così, il “Migliore”, di deviare la barra, di strizzare l’occhio a Giannini, di blandirlo, di accarezzare il suo orgoglio di parvenu della politica. Al commediografo, da sempre snobbato da quel De Gasperi di cui tanto aveva bramato il riconoscimento e la stima, non sembrò vero che un altro totem della politica nazionale gli tributasse rispetto e considerazione,­ e con una mossa scellerata decise allora di avvicinarsi al PCI, con il risultato di perdere, soffocato da questo abbraccio mortale, il suo elettorato storico e di scomparire dallo scenario politico ad appena 4 anni dalla sua straordinaria apparizione. Togliatti aveva mosso la pedina giusta, e l” ’avversario” era caduto nella trappola. Prenda esempio, la sinistra attuale, dall’estro togliattiano. Smetta con questo boomeranghesco gioco al massacro imbastito su pseudo-conti cifrati, autisti, colf, assalti all’arma facebookiana , imbarazzanti accuse di populismo e di supposte nostalgie di un’ideologia consegnata al passato più remoto. Cambi tattica e non continui a disegnare la sua immaturità su tele a 9 colonne.

P.S rifiuto e rigetto il paragone, semplicistico e banalizzante, tra i due movimenti. Entrambi non sono “qualunquisti” nell’accezione popolar-dispreg­iativa del termine e Grillo non lo è in quella storica. Diversi i segmenti elettorali di riferimento e diversi gli orizzonti programmatici. Come fenomeni sociali e politici, però, esistono varie ed importanti analogie.

Grillo-Giannini?

Nel 1947, il quarto governo dell’Italia repubblicana, presieduto da Alcide De Gasperi, si trovò sull’orlo di un collasso che avrebbe messo in pericolo i già fragili architravi della neonata democrazia e gli stessi equilibri che a Yalta avevano sancito l’appartenenza del nostro Paese al circuito occidentale. Il PCI ed il PSI, sganciatisi dalle larghe intese che li avevano visti al fianco della Democrazia Cristiana a partire dal 1943, presentarono una mozione di sfiducia che il Grillo degli anni ’40, il fondatore dell’Uomo Qualunque Guglielmo Giannini, si dimostrò intenzionatissi­mo a votare. “Debbo dare un colpo in testa alla Democrazia Cristiana e glielo darò”, andava ripetendo il commediografo partenopeo, che mai aveva digerito la spocchia con la quale la “balena bianca” e i suoi vertici avevano da sempre snobbato il suo movimento. I colonnelli di Giannini, però, endemicamente liberali ed anticomunisti, fiutarono il pericolo derivante da una crisi istituzionale, ed ignorando le direttive del loro capo optarono per la fiducia al governo con la mediazione di Confindustria e del suo presidente di allora, l’armatore Angelo Costa (il famoso complotto dell’Hotel Moderno). Il leader qualunquista pagò a caro prezzo questo modus cogitandi-opera­ndi ostruzionistico­, e nel giro di una manciata di anni scomparve dalla scena politica nazionale. Grillo ha ricevuto dai suoi elettori il mandato di compiere quelle riforme, sicuramente condivisibili, proposte ed enunciate nel suo programma, e la situazione venutasi a creare dalle urne gli consente di sedersi a capotavola trattando da una posizione di forza, così da ottenere tutto quello che il suo segmento civile sta chiedendo a gran voce. Se non saprà cogliere questa straordinaria ed irripetibile occasione che la storia ha voluto donargli per avviare una nuova fase costituente per la nostra repubblica, ma deciderà di rimanere confinato nel suo eremo telematico ripetendo mantricamente la vuota formula dell'”andate a casa”, relegando in questo modo il Paese nell’immobilità­ più pericolosa, subirà la medesima fine del leader qualunquista, patendo una brusca emorragia di consensi alle prossime consultazioni per trovarsi nel frigorifero politico, anticamera dell’estinzione­ pubblica.

Ingovernabilità e uomo qualunque

Pur trovandoci impantanati nelle atroci spire dell’ingovernabilità, c’è una nota positiva non di poco conto, un vento di cambiamento verso il quale dobbiamo guardare con occhio benevolo e in modo ottimistico; l’uomo qualunque, per la prima volta in 20+50 anni, ha deciso di portare il suo voto altrove, ed è un segnale che potrebbe rappresentare l’atomo e il detonatore del rinnovamento civile.

Non scordiamo, inoltre, che rispetto al 2008 il PdL ha perduto qualcosa come 6 milioni di voti. Tanto decantato, ma non dalla matematica.

Uomini qualunque

L’elettorato liquidista-qualunquista-populista, nell’accezione STORICA e non dispregiativa delle terminologie, è tradizionalmente di destra (UQ docet). Grillo ha evitato una punizione ben più grave al progetto bersaniano, andando a pescare nel serbatoio di PdL e Lega (vedi Veneto e Piemonte).La porzione di sinistra dei suoi elettori, ovvero i movimentisti (no Tav et similia), disertava invece per la maggior parte le urne.