Silvio Berlusconi tra luci, ombre ed occasioni perse



Ad li là delle considerazioni sulle opacità che ne accompagnarono l’ascesa, il Berlusconi-imprenditore fu per certi versi una figura straordinaria ed unica nel suo genere. Non solo seppe rinnovare la televisione italiana, anche liberandola da un anacronistico monopolio di Stato, ma riuscì a trasformarla e metterla al passo con i tempi nelle forme e nei contenuti, “svecchiando” lo stesso Paese, nel suo insieme. Chi giudica la sua Fininvest con termini apocalittici, vedendo in essa l’inizio di un decadimento dei costumi se non di un’ipnosi di massa, tradisce quindi una visione limitata, limitante e ideologica, derivata da quel pedagogismo marxiano e della Scuola di Francoforte che assegna alla cultura e ai media un ruolo unicamente didascalico (politicamente indirizzato), aborrendo ogni altra opzione come ad esempio l’intrattenimento. Un approccio che un segmento della sinistra adottò pure negli anni ’50 e ’60, verso la RAI (ed anche per questo la sinistra italiana comunista/post-comunista, che fino al 1993 mantenne un ottimo e proficuo rapporto con l’allora Cavaliere, fu per anni persino contraria alla programmazione a colori, giudicandola immorale, frivola e forviante).

Altra riflessione merita invece il Berlusconi-politico. Se menzionare i suoi discutibili atteggiamenti, a danno dell’immagine di un’intera Nazione, e le innumerevoli violazioni e gli innumerevoli abusi compiuti sarà pleonastico, gioverà tuttavia ricordare come egli avesse l’opportunità di costruire, finalmente dopo quasi un secolo, una destra moderata e di rinnovare il Paese potendo contare su un consenso molto ampio, ma non lo fece. Al contrario, radicalizzò talune posizioni ormai superate dalla Storia e dalla fine della contrapposizione bipolare e bloccò quel processo di crescita civile e politica iniziato nel 1992. Semplicemente, la politica gli interessava solo nella misura in cui gli sarebbe servita a proteggersi e a proteggere le sue aziende, come peraltro ammise lui stesso nel corso degli incontri avvenuti ad Arcore nel 1992-1993 con Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Franco Tatò, Gianni Letta, Paolo Del Debbio, Giorgio Gori, Carlo Vetrugno, Michele Franceschelli, Maurizio Costanzo, Emilio Fede, Enrico Mentana, Andrea Monti, Roberto Briglia, Edvige Bernasconi, Carla Vanni e Federico Orlando*. Una grande, e forse unica ed irripetibile, occasione persa.

*Tra il 1992 e il 1993, nell’epicentro cronologico del terremoto polito-istituzionale causato dall’inchiesta “Mani Pulite”, Silvio Berlusconi organizzò una serie di briefing nella sua villa di Arcore, con lo scopo di studiare e mettere in campo una strategia che consentisse alle sue aziende di attraversare in modo indenne il delicato passaggio storico e di potere.

Agli incontri, verbalizzati da Guido Possa e sequestrati il 22 giugno del 1993 dalla procura di Milano nell’ambito di una delle inchieste sul gruppo Fininvest, presero parte Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Franco Tatò, Gianni Letta, Paolo Del Debbio, Giorgio Gori (direttore di Canale 5), Carlo Vetrugno (direttore di Italia 1), Michele Franceschelli (direttore di Retequattro), Maurizio Costanzo, Emilio Fede, Enrico Mentana, Andrea Monti (direttore di “Panorama”), Roberto Briglia (direttore di “Epoca”), Edvige Bernasconi (direttore di “Donna Moderna”), Carla Vanni (direttore di “Grazia”) e Federico Orlando (direttore de “Il Giornale”).

Nelle riunioni, il gruppo decise anche l’adozione di una strategia editoriale di pieno e totale sostegno al pool di Milano*, “nonostante Craxi” (Federico Orlando, seduta del 24 ottobre 1992); da allora, sia le emittenti televisive che i giornali al servizio del futuro Presidente del Consiglio si allinearono infatti a quel discusso e discutibile giacobinismo mediatico che caratterizzò quegli anni e che avrebbe convinto l’Ordine a varare la Carta di Milano sulla deontologia da osservare nel trattamento delle inchieste e per la salvaguardia dei diritti degli indagati-imputati.

L’appoggio di Berlusconi al pool meneghino non si limitò a questa scelta editoriale ma proseguì con l’offerta, una volta vinte le elezioni del 1994 , del ministero dell’ Interno a Di Pietro e della Giustizia a Davigo.

Se a questo si aggiungerà la partnership tra FI, la Lega Nord ed il MSI (due tra i più accaniti avversari del Pentapartito nel periodo di “Mani Pulite”), la ricostruzione che vuole Berlusconi difensore e paladino dei diritti degli indagati di allora, dei principi del garantismo democratico e dell’ amico Bettino Craxi, non potrà dunque che venire ridimensionata se non addirittura smentita e confinata nel perimetro del mero e più interessato propagandismo.

Approfondimento

La sinistra e il falso mito del Biscione-burattinaio

Fin dal 1954, quando la RAI inaugurò i suoi programmi, la postura del PCI (e più in generale delle sinistre comuniste) alla televisione si è sempre caratterizzato per una certa diffidenza e ostilità, con rare, deboli e tardive aperture. Emblematici a riguardo gli attacchi a programmi come “Lascia o raddoppia?”, “Canzonissima” e “Il Musichiere”, le battaglie contro il colore e la creazione dei “teleclub” per educare i telespettatori ad un uso critico e distaccato del piccolo schermo.

Un simile atteggiamento traeva origine dall’impianto ideologico marxista e della Scuola di Francoforte, che assegnava e assegna alla cultura e all’arte un ruolo pedagogico. I programmi di evasione e l’intrattenimento leggero erano quindi percepiti dai comunisti come strumenti usati dal potere democristiano e pentapartitista per tenere le masse nell’ignoranza, in modo da gestirle e controllare meglio. Un “modus cogitandi” rimasto inalterato con l’avvento delle tv commerciali. Dopo l’entrata in politica di Silvio Berlusconi, in particolare, prese piede a sinistra la convinzione che il successo nelle urne del tycoon milanese fosse dovuto ad una manipolazione continua e costante delle coscienze degli italiani messa in pratica dalle sue reti televisive. Come la DC grazie a “Lascia o raddoppia?” e “Il Musichiere” , Berlusconi avrebbe creato un nuovo tipo di italiano, servendosi ad esempio di “Ok, il prezzo è giusto” o “Drive in”*. Un cittadino superficiale, orientato esclusivamente al profitto e all’edonismo, compatibile quindi con il messaggio forzista.

Si tratta ad ogni modo di un’analisi ideologica, sommaria e grossolana, che non tiene conto dell’evidenza che i programmi offerti da Canale 5, Italia Uno e Rete Quattro fossero perlopiù format stranieri e/o in ogni caso diffusi anche all’estero, mentre un fenomeno quale il berlusconismo è e resta peculiarità esclusiva del nostro Paese, senza riscontri nemmeno nelle democrazie occidentali più fragili.

La chiave del successo politico dell’ex Cavaliere fu invero la sua capacità di porsi come uomo nuovo in una fase di crisi sistemica e valoriale acuta (1992-1994) e di coagulare intorno a se un elettorato già esistente e molto ben definito e definibile, quello missino, leghista e del pentapartito in disfacimento, ossia le forze che durante l’intera storia repubblicana si erano contrapposte alle sinistre comuniste, post-comuniste e ai loro alleati. Pur riconoscendo al suo arsenale mediatico e al suo prestigio come imprenditore un ruolo forse fondamentale nella sua ascesa politica, la teoria che vuole le tre reti di Cologno Monzese come oscure burattinaie della psicologia del popolo italiano non ha drtitto di cittadinanza nell’elaborazione di alcuno storico.

*Molta dell’offerta del Biscione rispondeva inoltre a standard qualitativi elevati. Il già citato “Drive In”, emblema con le sue soubrette discinte dell’ imbarbarimento collettivo che avrebbero esercitato i canali di Berlusconi, non era né il primo né l’unico programma a mostrare vallette poco vestite mentre si trattava prima di tutto di un contenitore comico con artisti di indiscussa professionalità. Ricordiamo a tal proposito Giorgio Faletti, Gaspare e Zuzzurro, Corrado, Guido Nicheli, ecc. “Drive in” traeva inoltre ispirazione anche da programmi come “Carosello”.

Cinque motivi per non ascoltare (o per prendere con le molle) i virologi televisivi e mediatici

1) Chi passa troppo tempo sotto i riflettori o davanti ai microfoni non ne passa abbastanza tra i pazienti o in laboratorio

2) Non c’ è motivo di ascoltarli quotidianamente o quasi. Non c’è una novità degna di nota tutti i giorni.

3) Spesso non sono veri “addetti ai lavori” e a volte non sono neanche medici, nonostante sconfinino in ambiti di competenza esclusiva della Medicina

4) In alcuni casi vivono e lavorano all’estero, qundi non hanno il polso della situazione italiana

5) Ultimo ma forse più importante.
Hanno tutto l’interesse che questo stato di emergenza prosegua, il più a lungo possibile. Per loro è come un “gioco a somma zero”. Questo perché di base godono di un reddito stabile e garantito (essendo accademici o dipendenti di strutture ospedaliere) e in più stanno avendo a disposizione un’ampissima gamma di opportunità nuove da un punto di vista economico, professionale e personale (collaborazioni, inviti, pubblicazioni, ecc, cosa che può anche esporli a possibili conflitti di interessi). Lo dimostra la freddezza con la quale accolgono ogni notizia anche solo vagamente positiva, dalla stagionalità del virus all’imminenza di vaccini e cure (emblematiche in tal senso le incomprensibili dichiarazioni di un noto entomologo veneto sulla presunta pericolosità dei vaccini anti-Covid). Sotto questo aspetto sono come i mercanti d’armi o gli imprenditori dell’acciaio in tempo di guerra.

Il berlusconismo non esiste. Ecco perché Matteo Renzi non è Silvio Berlusconi.

La comunicazione dai Romani a JFK.

La corsa alla Casa Bianca del 1960 tra John Kennedy e Richard Nixon rappresentò un evento importante e fondamentale non soltanto per il suo significato politico ma anche perché vide, per la prima, volta un confronto televisivo tra i candidati (il primo dibattito “presidenziale” in assoluto fu nel 1858 tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas).

Kennedy, più fresco, più giovane e più intraprendente, giocò le sue carte migliori assicurandosi la vittoria davanti alle telecamere, sbaragliando un Nixon apparso al contrario impacciato, stanco e con una cattiva cera (si mormora gli avessero consigliato un dopobarba dozzinale che lo fece sudare).

La tv diventava quindi non solo un “medium” ma un attore principale nella comunicazione politica, sfruttata in modo magistrale negli anni a venire da Bob Kennedy, Ronald Reagan, Bill Clinton ed altri, che ne utilizzarono il potenziale adattandolo alle loro differenti opzioni, strategie ed esigenze.

Non è con l’irruzione della tv, ad ogni modo, che il “contenitore” diventa importante e fa il suo ingresso nelle dinamiche del consenso; è già in epoca romana, infatti, che si hanno le prime forme di propaganda organizzata con gli “Acta Diurna” , e il ricorso agli artifici della promozione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa.

Il francese Gustave Le Bon (1841 – 1931), tra i padri della sociologia, faceva inoltre notare come fosse la forma, ancor prima della sostanza, la vera forza dell’ “animale politico”, forma che doveva essere semplice, astuta, tesa a toccare l’istintualità delle “folle” e non la loro intelligenza razionale. Per Le Bon, ad essere decisivo era il “prestigio” di un leader”, laddove “prestigio” indicava la sua capacità di fascinazione, immediata e diretta, al di là delle argomentazioni. Con l’avvento della fotografia, prima, della radio e della cinematografia, poi, ecco che la “parola” del capo diviene la “voce” del capo e poi il “corpo” del capo, in un crescendo ed in un evolversi di seduzioni istintuali che ha trovato e trova il suo acme con la televisione, dalla seconda metà del ‘900 in poi.

Berlusconi, dunque, ha soltanto introdotto ed importanto un modo di far politica, aggiornato ai tempi, che era già consolidato in altri paesi, quello stesso modo che oggi Renzi sta facendo proprio. Tuttavia, la scarsa offerta televisiva che per anni ha caratterizzato, penalizzandolo, il panorama mediatico italiano, la stagnazione generazionale della nostra classe dirigente (la cosiddetta Prima Repubblica ha visto il dominio cinquantennale di figure pre-televisive, nate nei primi anni-decenni del secolo XXesimo) e la paura , retaggio del periodo fascista, che una certa fetta dell’opinione pubblica italiana ha della figura “forte” , ha contribuito e contribuisce a creare e sedimentare un clima di sospetto intorno all’ex sindaco di Firenze, bollato, appunto, come un semplice megafono, un ambasciatore del nulla, un prodotto del berlusconismo.

Al contrario e come abbiamo avuto modo di vedere, Renzi è, come lo era il tycoon di Arcore, soltanto il prodotto di una politica nuova, non necessariamente vacua e dannosa, che è anche una cultura nuova, che è anche un mondo nuovo. Piaccia o meno.