Appunti di comunicazione- La Prima Repubblica, gli USA e quel “fuoco amico” contro l’immagine dell’Italia



Nel febbraio 1970, l’esponente democristiano, nonché vice-presidente di Alitalia, Vaccari, compì un viaggio negli USA (“missione Nita”), incontrandosi, tra gli altri, con l’allora segretario ai Trasporti americano John Volpe e con l’allora assistente presidenziale e addetto ai rapporti con i media Herbert Klein.

Nel corso della missione, Vaccari invocò l’aiuto di Washington a favore della DC, per arrivare ad elezioni anticipate così da liquidare la formula del centro-sinistra e per il contenimento del PCI. Stando alle sue parole, in ragione del suo “carattere latino” il popolo italiano era sovente “motivato non dalla logica, ma dalla psicologia” e l’Italia era “un Paese dove la democrazia è giovane. In alcune sue zone (storicamente sottosviluppate) lo stesso concetto di democrazia rappresentativa è difficile da far comprendere e quindi applicare”.

Oltre a confermare quella che era la tendenza ad ingigantire i problemi della Penisola in modo da ottenere il sostegno degli alleati, prassi tipica del conservatorismo italiano del tempo (il riferimento non è alla sola DC), l’episodio dimostra come per raggiungere l’obiettivo certi esponenti di spicco della politica nostrana non esitassero a far leva sui peggiori stereotipi degli anglosassoni sui popoli latini e mediterranei (L. Guana).

Nota: in quella come in altre occasioni, l’aiuto americano non sarebbe arrivato, almeno nelle forme e nelle modalità richieste. Il “mito” dell’ingerenza dell’alleato d’oltreoceano nella politica italiana è in parte da sottoporre a revisione

Donald Trump spiegato nel 1980. La politica dell’immagine nell’analisi di James MacGregor.

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“La sua modestia come Presidente (Jimmy Carter, ndr) non è dovuta solo al suo carattere e alla sua preparazione, molta è colpa del sistema con il quale si elegge il Presidente. Se verrà eletto Reagan, avremo un caso simile a quello di Carter: non di dovrebbe imparare a fare il Presidente mentre lo si fa. Il sistema del primo ministro, adottato in altre democrazie occidentali, malgrado i suoi difetti costringe gli uomini che vogliono raggiungere il vertice ad un lungo apprendistato. Dovremmo evitare, almeno, che il capo dell’esecutivo sia scelto in base alla sua immagine”.

Così scriveva il politologo e storico statunitense James MacGregor (1918 – 2014), alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1980.

In un periodo di forte, e per certi versi inedita, crisi del sistema americano, MacGregor individuava nell’affermazione della politica dell’immagine una delle cause dell’impasse nel quale versava il suo Paese. Per MacGregor, il “contenitore” aveva di fatto guadagnato il sopravvento sul “contenuto”, indebolendo e inquinando la cultura democratica e la sua prassi in modo pericoloso.

L’analisi, tuttavia, si basava su due modelli, James E.Carter e Ronald Wilson Reagan, per certi versi non appropriati, dal momento in cui entrambi si erano lanciati nella corsa alla Casa Bianca dopo una lunga gavetta come deputati e governatori (Carter della Georgia e Reagan della California).

Pur muovendo da due esempi “sbagliati”, la speculazione di MacGregor restava comunque intatta nella sua validità, per acquistare sempre più forza negli anni fino a trovare la sua definitiva conferma con Donald Trump; sprovvisto di qualsiasi esperienza politica sul “campo”, il magnate newyorkese è quindi un dilettante della politica, capace però di affermarsi in virtù della sua immagine, utilizzata come vettore principale ed elemento soverchiante rispetto ai contenuti, propri come altrui.