La “Duplice”

L’imperatore di Germania Guglielmo II e l’erede al trono dell’Impero austro-ungarico Francesco Ferdinando, all’interno di una macchina durante una dimostrazione dell’esercito tedesco (1912). Sullo sfondo, il dirigibile Zeppelin e velivolo Papillon.

Zeppelin

“Se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta. Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta. Ci sentimmo soli. Vedemmo allontanarsi fra le brume del Piave quella vittoria che eravamo già certi di cogliere sulla fronte di Francia” – Erich Friedrich Wilhelm Ludendorff.

Onestà tedesca e fellonia italiana. Breve analisi di una menzogna

E’ acquisizione comune l’idea del tedesco fedele ai patti e alla parola data contrapposto all’italiano, guascone ed opportunista, che straccia gli accordi presi e, con essi, il suo onore. Una simile traiettoria è il risultato di un ventaglio di fattori concomitanti e sinergici, facilmente riassumibili e condensabili nella seguente terzina:

; l’immagine, stereotipata, del popolo tedesco, incapsulato in una veste ideale dai contorni del rigore e dell’onesta intellettuale più adamantina

; la manomissione del portato storico perpetrata dalla componente ideologica, che impedisce una sana, razionale e soprattutto scientifica visione degli elementi documentali

; la debolezza della nostra coscienza nazionale, che ci porta ad un’attribuzione in senso svalutativo di tutto ciò che è patrio e, sul fronte opposto, ad un’iper valutazione di tutto quello che trova la sua paternità ed origine oltreconfine

L’attenta ed acuta osservazione dell’impianto fattuale non può e non potrà che che condurre, però, ad una facile smentita della teoria sopra esposta e ad un ridimensionamento dell’immagine dualistica da essa consegnata. La violazione, da parte tedesca, del trattato di Versailles, il “tradimento”, sempre da parte tedesca, del Patto Molotov-Ribbentrop, l’invasione (non comunicata agli alleati) dell’URSS, l’ aggressione della Germania alla Danimarca e alla Norvegia senza dichiarazione di guerra, l’aggressione, proditoria ed ingiustificata, all’Italia dopo l’8 settembre e la resa nell’Italia del Nord senza consultare gli alleai della RSI (svendendoli, de facto, agli anglo-americani) rappresentano soltanto un’esigua porzione dei “tradimenti” da parte di Berlino degli impegni assunti nei consessi internazionali ed all’onor militare. Del resto, lo stesso Joachim von Ribbentrop si vantava dell’inaffidabilità del suo Paese, arrivando ad affermare di voler collezionare e custodire in un prezioso baule tutti i trattati da lui firmati e successivamente violati e disattesi.

Mirabile esempio di rettitudine personale e collettiva, non c’è che dire.

P.s: gli elementi utilizzati dai detrattori del nostro Paese (italiani come stranieri) a sostegno della tesi dell’italica fellonia sono, in linea di massima, l’8 Settembre e il Patto di Londra del 1915. Nel primo caso, l’Italia si rifiutò semplicemente di proseguire una guerra non voluta dal popolo e che non aveva più nessuna possibilità di concludersi con un esito a noi favorevole. La prosecuzione del conflitto accanto a Hilter avrebbe significato, per una popolazione già ridotta allo stremo, altri due anni di bombardamenti a tappeto, di morte, di distruzione e sofferenza nonché un trattato armistiziale dalle clausole ben più gravi, gravose e pesanti di quello che invece riuscimmo ad ottenere (anche Grandi e lo stesso Mussolini trattarono per una pace separata, con gli angloamericani come con i sovietici, per sganciarsi dai tedeschi). Per quel che concerne il Patto di Londra, la volontà era quella di recuperare le terre irredente, portando a compimento i nostri processi risorgimentali e l’unità del Paese entro i suoi confini naturali. In entrambe le occasioni, l’Italia non fece altro che perseguire i propri interessi ed il proprio vantaggio, esattamente come la Germania, l’Austria o chiunque altro.

Sul IV Novembre

Sono nato e cresciuto “accompagnato” dagli sguardi dei caduti della prima Guerra Mondiale, impressi nelle lapidi a ricordo poste sulle facciate delle case del mio paese, nell’Abruzzo aquilano. Ho fatto in tempo a conoscere molti di quei reduci e le vedove, vestite di nero, ancora e dopo decenni e decenni. Per questo, per me, il IV Novembre non sarà mai una data come le altre. La memoria non è uno sterile esercizio retorico, una passi castrante od inutile. Al contrario, è, si pone e si staglia come imperativo etico, soprattutto in momenti storici come quello attuale, in cui maldestri revisionismi alimentati dal revanscismo più gretto mettono in discussione l’atomo primo del nostro edificio nazionale e comunitario. Un tributo ai 650mila caduti che hanno consegnato all’Italia le terre irredente, ultimando i nostri processi risorgimentali e liberali. P.S: la nazione può e deve essere criticata, anche in modo aspro (io lo faccio molto spesso) ma non possiamo permettere che il dettato storico e documentale venga insozzato da una canea di dilettanti della storiografia e del giornalismo.

“Se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta. Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta. Ci sentimmo soli. Vedemmo allontanarsi fra le brume del Piave quella vittoria, che eravamo già certi di cogliere sulla fronte di Francia”. Questo scriveva Erich Ludendorff, capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco. Il ruolo italiano viene non di rado minimizzato da una certa storiografia internazionale, ma si tratta di un’ evidente e partigiana alterazione del portato storico. L’azione del Regio Esercito, lasciato quasi da solo a lottare contro le forze austro-tedesche, fu determinante per l’esito finale del conflitto.

Hollande, Snowden, Morales e la grandeur zoppa

L’appiattimento di François Hollande alle direttive di Washington sull’affaire Snowden-Morales (un attacco di pirateria di inaudita gravità perpetrato ai danni di un capo di Stato) dimostra come anche le socialdemocrazie più avanzate non sfuggano e non possano sfuggire alle logiche colonialistiche volute e tessute dal potente alleato d’oltreoceano. Ma c’è di più: la Francia, in quanto potenza vincitrice della II Guerra mondiale (seppur solamente sulla carta) potrebbe, de iure e de facto, disporre di una libertà di manovra negata ad Italia, Germania e Giappone ( a tutti gli effetti Paesi satellite degli USA), ma evidentemente la “Dottrina Breznev” non solo è ancora viva ad ovest dell’Elba, ma si presenta molto più solida e tentacolare di quanto non si creda. Il disastro dell’ottennato Bush, il rafforzamento economico-militare di Mosca e l’acquisto da parte di Pechino del debito pubblico americano, hanno comunque limitato pesantemente la potenza di fuoco degli USA, e stavolta non sarà sufficiente corrompere una truppa di camionisti per rovesciare un governo, quello di Morales (socialdemocratico, bolivariano e guevarista ma non marxista-leninista) voluto dal popolo sovrano.

L’Italia che non capisce l’Euro

L’Italia si è abituata ed è stata abituata, da Giolitti in poi, ad una politica economica sempre più disinvolta e depauperante, orientata allo spreco, all’ assistenzialism­o più parassitario e ad una cultura del non controllo che, de facto, tollerava se non incoraggiava l’evasione e l’elusione fiscale (il boom del secondo dopoguerra si deve anche all’allentament­o delle maglie del fisco sull’imprendito­ria). L’ingresso nell’Euro e la pressione di quella che comunemente viene definita “Europa” (in realtà è la Banca centrale europea), hanno imposto un brusco stop a tale approccio gestionale; essendo infatti l’Italia la terza economia continentale e l’ottava planetaria, il suo peso era ed è troppo vincolante perché l’organismo comunitario possa consentire a Roma il prosieguo di traiettorie rischiose per l’interesse collettivo. Di qui, l’imposizione della revisione dei conti pubblici e di una austerity risanante che è andata scontrarsi, prima di tutto, con una mentalità sedimentata ed incarnita in oltre un secolo di soggiorno in un paese dei balocchi che al posto di giostre e zucchero filato offriva baby pensioni, interessi altissimi sui titoli di Stato ed una PA pachidermica ed improduttiva. Ecco perché il popolo rigetta l’Euro e quella che identifica come “Europa” (aizzato in questa pericolosa deriva isolazionistica­ dall’irresponsa­bilità demagogica delle forze del laissez-faire più peculiarmente destro), ecco perché vede nella Cancelliera tedesca una “culona”; perché non siamo in grado di gestirci e farci gestire con senso di responsabilità ed oculatezza, educati ai pensieri corti dell’interesse del momento da una classe politica immatura. La moneta unica ed il suo braccio politico-econom­ico sono l’unica e l’ultima possibilità che l’Italia (ed anche la Francia) ha per rimettersi in pari. Solo in questo modo potremo tornare a crescere. P.s: Sappiamo dove porta la strada di Weimar.

L’Italia,i Maro’ e quella liberta’ che non sappiamo di avere

« Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. »

Queste le parole pronunciate da Yukio Mishima prima di compiere il suicidio rituale. Era il 25 novembre del 1970. Mishima, paramilitare e patriota, non poteva tollerare quello che reputava un asservimento del Giappone agli USA e all’Occidente entro i termini, durissimi (ma giusti), del Trattato di San Francisco. Tale carta impediva infatti al Giappone di possedere un esercito, che non fosse di autodifesa, affidando la protezione dei confini agli Stati Uniti. Dopo la resa, l’ex impero del Sol Levante subì un’occupazione “manu militari” da parte di Washington che si protrasse per anni ed il totale smantellamento della sua architettura costituzionale, sociale e culturale. Stessa sorte toccò alla Germania e all’Austria. Solo una potenza, tra quelle uscite sconfitte dall’esperienza bellica, seppe scampare ad una punizione tanto dura: l’Italia. Questo perché la co-belligeranza del demonizzato Maresciallo Badoglio (demonizzato da chi non possiede gli strumenti di analisi necessari all’interazione con le scienze storiche oppure è accecato dal furor ideologicus) ed il ruolo della lotta partigiana, indussero gli Alleati a concedere a Roma un trattato di pace entro termini più morbidi ed elastici rispetto a quelli dei nostri ex compagni si sventura. Evitammo così l’occupazione del suolo nazionale, la destrutturazione del nostro edificio civile e potemmo disporre, e possiamo disporre, di una libertà di manovra mai concessa, o concessa molto tardivamente, a Berlino e Tokio (si pensi alla coraggiosa ed illuminata politica filo-araba di Craxi e della DC, a Sigonella, alla possibilità di inviare truppe all’estero già dagli anni ’40-50, di possedere portaerei e di progettare armi nucleari per una “force de frappe” con Parigi, progetto poi accantonato all’inizio degli anni ’80, al numero relativamente limitato di truppe americane sul nostro suolo, ecc). A molti nazionalisti a corrente alternata che fanno spallucce, per mero e squallido calcolo elettorale e di pentola, quando Bossi&co dicono di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore, piacerebbe che Monti inviasse la portaerei Cavour nell’Oceano Indiamo o i Tornado armati di bombe nucleari sui cieli di Nuova Dehli, ma il nostro Paese non può farlo, e non può farlo, ripetiamolo, perchè ha perduto quella scommessa armata scelleratamente voluta da Benito Mussolini e perchè per 50 anni ha avuto bisogno (come la Germania, il Giappone e la Sud Corea) della subordinazione-protezione degli ed agli USA in ragione del nostro ruolo di cuscinetto tra l’EST e l’OVEST. Motivo, tra l’altro, per cui abbiamo dovuto soprassedere sul Cermis, così come tedeschi, giapponesi e sudcoreani soprassiedono, dal 1945-1953, sui crimini che gli “yankees” perpetrano spavaldamente in casa loro. Per quel che concerne il caso Marò, Monti non avrebbe potuto fare altrimenti, salvo condurre alla garrota 400 aziende italiane che operano in India per un fatturato di 10 miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Indubbio, ovviamente, esista un “secret deal” sotto forma di piano b che consenta a noi di riportarle in patria i fucilieri non appena placatasi la tempesta e ai nostri “contenders” di salvare la faccia.