I Forconi e le proteste diverse.

“Balbum melius balbi verba cognoscere”

All’Università “La Sapienza” di Roma, dove si sta svolgendo la Conferenza Nazionale sulla “Green Economy”, le forze dell’ordine hanno caricato alcuni giovani che (in modo violento ed antidemocratico) stavano manifestando contro il Governo. Contestualmente, i “Forconi” si vedono, “de facto”, liberi di paralizzare l’economia del Paese e di minacciare e colpire, anche fisicamente, i cittadini e i lavoratori che rifiutano di soggiacere ai loro diktat.

Coincidenza?

Strategia?

Dietrologia?

Doppiopesismo?

E in caso affermativo (doppiopesismo), perché ?

Continguità ideologica?

Oppure..

Qualche giorno fa, il segretario generale del Siulp ha rivolto un duro attacco all’esecutivo Letta, spingendosi a travisare, volutamente, il gesto del casco, annunciandolo come una condivisione, da parte di poliziotti che si sentirebbero vessati ed oppressi dalle tasse, delle idee dei “forconiani”. In effetti, sul tavolo del Governo giacciono molti interrogativi e molte richieste, da parte dei sindacati di PS, in merito ai tagli ed alla spesa stanziata per le forze dell’ordine.

Se si sta verificando o si è verificata una differenza di trattamento tra i due segmenti politici in piazza, questa potrebbe spiegarsi come un tentativo di pressione attuato nei confronti del Governo da qualcuno per ottenere in cambio qualcosa?

Sicuramente, no. Dopotutto, alla “Sapienza” c’erano alcune alte cariche istituzionali da proteggere. Nelle piazze pugliesi, no.

Ma le manganellate al “Popolo delle carriole”, allora? A chi potevano far male, gli aquilani terremotati? Le vedove, gli orfani..

No, sicuramente no……

Smacchiando le Jaguar. La “doppia morale” della destra forconiana

Gli avversari della sinistra “movimentista” hanno storicamente impostato la loro scelta argomentativa su due direttrici, una di tipo politico e l’altra di tipo etico e morale.

Nel primo caso, il tentativo era quello di evidenziare un’ipotetica mancanza di progettualità extra-rivoluzionaria, contestuale a quello che si voleva come un asettico velleitarismo dottrinale (in realtà, il “materialismo storico” ha una traiettoria speculativa estremamente definita e definibile). Nel secondo caso, invece, i detrattori cercavano di far emergere presunte discrepanze tra il portato ideologico dei manifestanti e la loro condizione sociale, economica e le loro abitudini, viste e presentate come incompatibili con il “byt” leniniano-marxiano formulato sull’essenzialismo. Si assisteva, quindi, alla comparsa di due dispositivi fondamentali della strategia della persuasione, ovvero la “proiezione o analogia” e l’ “etichettamento” (i manifestanti erano associati ad immagini e “cliché” impopolari come “radical chic”, snob, ecc).

Di notevole interesse da un punto di vista politico, sociale e culturale, la reazione che i “Forconi” ed i loro “supporters” (collocabili, in via prevalente, a destra), stanno avendo nei confronti delle accuse che li stanno interessando, le stesse che rivolgevano alla sinistra di piazza. Esattamente come per i loro avversari storici, l’impianto difensivo si sta imperniando e snodando sull’accusa di qualunquismo, demagogia e debolezza concettuale (il caso Jaguar, il passato berlusconiano di alcuni leader, ecc). Ecco emergere il criterio della “doppia morale”, frequente nel linguaggio della politica così come nella sua istologia culturale.

La recriminazione forconiana, del tutto legittima (quando non violenta) e sicuramente condivisibile in molte delle sue declinazioni, presenta tuttavia un “vulnus” di fondo che non può essere trascurato; si tratta di una protesta di tipo politico e non popolare, essenzialmente organizzata da destra per rovesciare un Premier di centro-sinistra. L’assenza di insegne partitiche contestuale alla presenza dei tricolori, vuol essere un tentativo di mimetizzazione grazie ad un rivestimento inclusivo ed ecumenico che, però, paga pegno ad una minima sosta analitica.

Agnizioni.Renzi e la via “clintoniana”

Laboratorio e contenitore di esperimenti ed esperienze di raffinatissima qualità culturale, il Democratic Party inanellò tuttavia una sconfitta dietro l’altra, dal 1980 al 1992. Si trattò, a dire il vero, di autentiche debacle , che vedevano il partito fondato da Thomas Jefferson e Martin Van Buren sideralmente distante dagli avversari, e non soltanto a livello nazionale. Questa inabilità all’affermazione trovava il suo archè nell’incapacità, da parte dei dirigenti democratici, di penetrare il bozzolo ideologico nel quale si trovavano rinchiusi dagli anni ’60, senza pertanto riuscire a leggere, interpretare e codificare la nuova istologia sociale, culturale e politica del loro Paese. Fu l’ala clintoniana (i “New Democrats”) ad imprimere una svolta radicale al partito dell’ Asinello, attraverso una politica di dialogo con la “middle class” (tradizionalmente bacino di utenza goppista) che li portò ad intercettarne i valori, gli umori e le necessità più profonde. In un certo senso, Clinton e i clintoniani seppero guardare avanti volgendo la testa all’indietro.

Se da un lato l’elezione, trionfale e plebiscitaria, di Matteo Renzi alla carica di segretario del Partito Democratico non può che disorientare e stupire, dal momento in cui un centrista si trova alla guida di un soggetto di ispirazione socialdemocratica e membro del PSE, dall’altro potrebbe rappresentare l’atomo di un cambiamento di portata storica per la sinistra italiana, ammanettata a dogmatismi ideologici dimostratisi ormai obsoleti e fallimentari sul piano teorico e concettuale come su quello pratico e materiale.

Gli “apparatchik” che adesso si stracciano le vesti parlando di sconfitta o, peggio ancora, di morte della sinistra, dovrebbero impegnarsi in una riflessione seria e concreta sui rovesci elettorali collezionati in questi 20 anni e sui loro errori gestionali quando hanno occupato il governo del Paese.

Berlusconi, i brogli e la costruzione del dissenso

L’osservatore meno attento oppure meno equipaggiato sul piano della conoscenza delle macro-dinamiche propagandistiche, tende a liquidare con un’alzata di spalle (se non proprio ad ignorare) le accuse di brogli che, puntualmente, Berlusconi agita e brandisce al termine di ogni competizione elettorale che lo vede sconfitto, nello scenario locale come in quello nazionale, e indipendentemente dalle dimensioni del rovescio.

Si tratta però di un errore, l’ennesimo, di valutazione e sottovalutazione di quell’impianto della persuasione che da 20 anni consegna all’ex Premier il consenso della porzione maggioritaria dell’elettorato.

Il Cavaliere fa in questo caso ricorso ad un esempio di “propaganda nera” ( ovvero totalmente falsa e per questo difficilmente destrutturabile o smentibile), generalmente “grassroots” (diretta al segmento meno evoluto e quindi più suggestionabile della comunità elettorale, il “grass”) alla quale si allacciano altre varianti tattiche come l’associazione all’accusa di vecchi argomenti ed avvenimenti (ad esempio il caso dei brogli, certi a livello fattuale ed incerti a livello dimensionale, del 1946). Scopo di questa coordinata strategica è la sedimentazione nell’elettore di centro-destra, o comunque non di sinistra, di un’insofferenza, ulteriore e martellante, verso l’operato degli amministratori di sinistra usciti vittoriosi dalle sfida delle urne. Ecco allora che farà il suo ingresso un’altra punta di lancia della retorica promozionale, ovvero lo “slogan” (incapsulato nella protesta di aver occupato tutte le più alte cariche pubbliche ) e la sua “ripetizione” (la ridondanza del messaggio che conferisce allo stesso un maggiore credibilità).

Giannini e Grillo: quando l’arte non è acqua

Quando Guglielmo Giannini irruppe sulla scena politica nazionale in quel drammatico 1944, lo fece con tutto la pittoresca esuberanza di cui soltanto una vecchia volpe dell’ ars retorica come lui, consumato commediografo partenopeo, sarebbe stata capace. Ecco allora l’ingresso della parola colorita e dello “splatter” nella dialettica pubblica di un Paese che stava cercando, a poco a poco, di ricucire lo strappo, anche in termini di buongusto, con il linguaggio politico. Avversari e membri del CLN vennero sbeffeggiati, in maniera simpatica, con l’alterazione dei loro nomi e cognomi, in una rocambolesca torsione degli schematismi normativi: Ferruccio Parri divenne “Fessuccio Parmi”, Pietro Nenni “Il bell’ addormentato nel basco”, Palmiro Togliatti “Il cosacco onorario”, i democristiani “i demofradici cristiani”, ecc, in un esercizio di dissacrazione delle nuove icone di un’Italia che si stava liberando dal giogo nazi-fascista. In pubblico storcevano il naso, gli avversari di Giannini, ma in fondo sorridevano a queste acrobazie, tutto sommato divertenti, innocenti e spiritose, dell’estro del “Fondatore” (celebre la storiella del pappagallo, che divertì anche lo ieratico De Gasperi).

Quando Beppe Grillo definisce Enrico Letta “Capitan Findus”, si consegna invece e soltanto al cattivo gusto ed all’equivoco, mortificando, in primis, il suo genio istrionico con un frame disancorato da qualsiasi logica semantica e discorsiva.

Cancellieri: Grande Terrore o Termidoro ?

Il caso Ligresti-Cancellieri implica e suggerisce, per la sua particolare delicatezza e per la complessità del segmento congiunturale che stiamo vivendo e sperimentando, la massima serenità e ponderazione nel giudizio e nell’analisi d’insieme. Animosità, giacobinismi, considerazioni affrettate sull’onda dell’emotività più sanguigna, pulsioni centrifugo-ideologiche e istanze egualitario-legalitarie, seppur comprensibili e condivisibili, non devono viziare ed alterare quella che è l’architettura dei nostri sistemi percettivi e cognitivi, occludendo la valvola del ragionamento sereno. Se è vero, infatti, che una figura istituzionale non dovrebbe mai venir meno al principio della terzietà e della linearità etica, è altrettanto vero che il carcere, nell’ordinamento italiano, non prevede una funzione afflittiva e mortificatrice, nemmeno nei riguardi di un detenuto di “alto rango” (che, ricordiamo, non deve godere di favoritismi come non deve subire un atteggiamento di tipo discriminatorio). Pertanto, se nella sua veste istituzionale Cancellieri, come suggerito da alcune fonti e letture, si è occupata ed interessata anche di altri casi collocati ai margini della sostenibilità civile (come Aldrovandi e Cucchi ), l’attenzione per Ligresti, pur essendo mal digeribile la figura della figlia del faccendiere, rientra nei compiti e nei doveri del Ministro e nella più totale imparzialità.

Lo stravolgimento dei baricentri etici, tradotto in una sorta di discriminazione “al contrario”, non può che spaventare. Personalmente, attendo. La formulazione di un giudizio definitivo non è semplice.

Lo sciatto quotidiano

Da “Il fatto quotidiano” on line, venerdì 17 ottobre 2013.

Titolo: “Legge di Stabilità, Letta regala alle banche oltre un miliardo”

Sottotitolo: “Nuovi aiuti in arrivo per gli istituti di credito, che potranno godere di un’anticipazione delle detrazioni fiscali, proprio mentre l’Ue sta per fare partire i controlli in vista del passaggio alla vigilanza bancaria europea”

Tra le punte di lancia della retorica persuasiva propagandistica figura e si segnala la “ripetizione”: la ridondanza e la ripetitività del messaggio conducono, come insegnava il nefasto Joseph Goebbels, alla sua sedimentazione nei tessuti cognitivi del bersaglio che si vuole raggiungere. Spesso, interconnessa alla “ripetizione”, c’è la “semplificazione”: quando il concetto è o appare di difficile enucleazione, il propagandista sterza verso un impoverimento del medesimo attraverso coordinate e schematismi a lui favorevoli.

Il pezzo in questione offre una summa ideale e paradigmatica di entrambe le strategie. “Salvare” le banche significa salvare il credito ed il microcredito salvando, di conseguenza, l’economia, imprenditoriale come familiare. Viceversa, il collasso del sistema bancario privato impedirebbe, come sta avvenendo in Grecia, al cittadino di ricevere un prestito per mandare i figli all’università, cambiare l’auto, comprare casa o curarsi e all’imprenditore/esercente (categoria che muove e fa l’economia nei circuiti capitalistici) di pagare i fornitori quando è in perdita o, ancora, di ampliare la propria attività generando, in questo modo, nuovi posti di lavoro e migliorando anche la qualità della propria offerta. L’estensore del pezzo, però, decide di muoversi entro le coordinate conosciute e sicure del populismo e della facile demagogia, associando, per screditarli, Letta ed il suo Governo a quello che è un potere storicamente odiato e malvisto (e qui la storiografia ci porta a Filippo il Bello, Clemente V e la loro guerra all’Ordine dei Templari). In questo modo, si accede ad un nuovo e differente livello della propaganda, ovvero, la “proiezione o analogia”.

Benedetto Croce, liberale e uomo di cultura, credeva che a guidare le masse dovesse essere una cerchia ristretta di intellettuali, ed avversava la democrazia della folla, oclocratica, plebiscitaria o liquida che fosse (chissà come sarebbe inorridito, dinanzi al concetto grillino di democrazia della rete). Il galantuomo di Pescasseroli, però, proveniva da un’epoca nella quale le élites non avevano subito ancora la contaminazione degli umori della piazza, diventandone schiave, com’è avvenuto a più riprese, con l’estensione del suffragio universale in ognuna delle sue varianti di genere. In questo caso una élite , appunto i cronisti de “Il fatto quotidiano”, si mette orgogliosamente al timone del ventralismo più sciatto e roboante (oltreché al soldo di un movimento), dimentica di quel ruolo di “guida” assegnato, un tempo, all’informazione. Almeno a quella di qualità.

I Depretis bonsai

“Su Berlusconi i Cinque Stelle escano dall’aula. Oppure votino con il dito medio”.

Queste le parole del vicepresidente del gruppo parlamentare pentastellato alla Camera Luigi Di Maio. La “ghost strategy” del M5S è quella di non affossare Silvio Berlusconi, lasciando, come in questo caso, l’aula qualora il voto fosse palese (confidando in qualche “traditore”) o, in caso di consultazione segreta, votando direttamente contro la decadenza. Questo perché il salvataggio dell’arcoriano consentirebbe alla compagine di Grillo e Casaleggio di procacciarsi un micidiale grimaldello argomentativo-propagandistico contro il PD (il loro vero nemico) e perché la presenza sulla scena politica di un personaggio come il leader del PdL è di capitale importanza, con il suo strascico di sconcezze morali, gestionali e impudente malcostume, per un partito catalizzante il voto di protesta. A tutto ciò va sommata una riflessione sul ruolo degli Stati Uniti e della restante porzione di quel circuito occulto che muove i fili del comico genovese e del santone internetico di Ivrea. Mi auguro che il 45% del comparto pentastellato proveniente da sinsitra non tenga ancora a lungo gli occhi chiusi e sappia liberarsi dai legacci del dogmatismo ultrastico che lo imprigionano alle bizzarrie irresponsabili di questi registi del caos.

De Boldrinite

Tra le 25 regole della disinformazione individuate e illustrate dal politologo statunitense H.Michael Sweeney, se ne segnala una, di larghissimo impiego nell’arsenale retorico non solo berlusconiano ma, più in generale, del suo comparto di sostenitori. Questa strategia si presenta con la formula “attacca il messaggero”, e il suo obiettivo è quello di colpire e ridicolizzare l’interlocutore-avversario mediante epiteti particolarmente impopolari e richiamanti il grottesco. L’azionista di maggioranza del centro-destra e il suo popolo di simpatizzanti vi ricorrono in special modo per replicare alle critiche rivolte all’indirizzo dell’arcoriano, con i “contenders” bollati come “fissati”, “ossessionati”, ecc. Si tratta di una “exit strategy” estremamente efficace perché consente di spostare l’attenzione dall’oggetto del contendere (la difesa di Berlusconi non è certo cosa semplice ed agevole), alleggerisce il peso sul bersaglio dell’attacco e lo trasferisce sul “messaggero”, appunto, della critica, che in questo caso ci viene presentato alla stregua di un maniaco in preda a devianze ossessive. Di tattica, però, si tratta. Un diversivo. Altra cosa è l’atteggiamento, questo si realmente compulsivo, che destri e grillini stanno manifestando nei confronti di Laura Boldrini; ferma restando la mia personale ed inossidabile antipatia per la Presidente della Camera, che ritengo depositaria e portatrice di tutti gli stereotipi più peculiarmente negativi della sinistra occidentale nella sua declinazione “rosa” (protofemminista, misandrica, snob, bacchettona, radical chic”), l’acrimonia che i testimoni di Grillo e gli adepti di Berlusconi palesano e concretizzano nei suoi confronti meriterebbe, a modesto avviso di chi scrive, una riflessone ed una sosta di carattere extra-politico

Governo Letta: il tempo della responsabilita’

La delicatezza dell’ attuale segmento congiunturale impone un ripensamento delle priorità nazionali (e non solo), con il conseguente accantonamento,­ ad esempio, di ogni “quaestio” legata alla situazione giudiziaria dell’ex premier, Silvio Berlusconi. Come nella forchetta 1943-1947, nel 1976 e , prima ancora, ai tempi degli Zanardelli-Giol­itti, il nostro Paese necessita di un esecutivo forte e coeso che sappia rilanciare l’economia nazionale, varando quell’imponente­ pacchetto di riforme necessario alla rivitalizzazion­e del tessuto connettivo economico, l’imprenditoria­, rinegoziando il debito e le sue modalità di pagamento a Francoforte e Strasburgo. Esasperate partigianerie di bandiera, multicromatici e centrifughi frondismi, fuorvianti populismi e sussulti ideologici di stampo 800-900esco, debbono e dovranno essere defenestrati dal buonsenso che l’ora impone. Nemmeno a me entusiasma un ” appeasement ” con l’uomo peggiore di queste due ultime decadi, ma ancor meno riesce ad entusiasmarmi la gravissima spaccatura, politica, civile, sociale, che una contrapposizion­e ideologica, in un momento tanto critico come quello che stiamo sperimentando, potrebbe generare.

Quanto a Giuseppe Piero Grillo, nel suo ultimo post mette in campo un corredo lessicale caotico che, come al solito, non dice nulla. Alza la polvere, confonde, estrae dal cilindro tutta la sua pittoresca “ars comica”, crea un montaggio in cui i membri del nuovo governo si trasformano negli Addams, Lupi diventa “Mariangela Fantozzi”, Letta “Capitan Findus” ma, come detto, nessuna proposta, nessuna ipotesi terapeutica, nessuna analisi economica e finanziaria, nessun lavoro di scavo degno di un politico da 8 milioni di voti. Soltanto una parata di rutilanti acrobazie gergali e figure retoriche, un “TRUMP! CRACAAACCKKKK! SDLENG! BUDUMMMM! TRAAAAAAAAMMMMM­BUSTIIIIIIIIOOO­OOOOOO!!”, riproposizione di un Futurismo, azzoppato e stanco, che nulla riesce a dare. Se non una risata.