Kim Jong Grillo, i senatori abruzzesi e il nuovo “Grande Fratello”

“Ai senatori Gianluca Castaldi ed Enza Blundo del Movimento 5 Stelle.
Apprendiamo che nella seduta odierna del Senato sono stati discussi l’articolo 6 sul Patto di stabilità, e gli articoli 7 e 8 che contenevano interventi in favore del territorio aquilano colpito dal sisma nell’aprile 2009. Il Senato ha approvato la deroga al patto di stabilità per i territori colpiti dal… sisma, in Abruzzo e in Emilia con l’astensione dell’intero M5S, compresi voi senatori abruzzesi. Il Senato ha poi approvato anche l’emendamento che proroga il contratto dei precari della ricostruzione sino al 31 dicembre 2013 con voto contrario dei senatori 5 Stelle.
Chiediamo

-le ragioni di tale colpevole astensione e voto contrario

-le modalità di partecipazione messe in campo dal M5S per arrivare a questa votazione

Ritenendo gravi le posizioni da voi assunte, in assenza di qualsiasi forma di discussione con la popolazione aquilana, restiamo in attesa di una vostra sollecita risposta che, comunque, non potrà rimarginare in alcun modo la ferita che avete voluto infliggere a tutto il cosiddetto cratere sismico”

Aggiunta personale: può, un ordine di partito, condurre a tanto? Può avere una tale capacità di scavo e penetrazione nella coscienza dell’individuo? Perché, nel caso di specie, ad alzarsi in piedi sarebbe dovuta essere la coscienza.

Postilla storica: nel dicembre 1989, durante i giorni della rivolta a Timisoara, Ceausescu pensò di deporre il capo della Securitate, dell’ Esercito e il Ministro della Difesa (Vlad, Minea e Postelnicu), “colpevoli” di non avere rispettato i suoi ordini di reprimere nel sangue la protesta popolare (i tre si rifiutarono perché complici di un piano di destabilizzazione e sabotaggio del regime deciso ed attuato dalla CIA e dal KGB gorbacioviano dopo il vertice di Malta). Bene, nonostante la sua rabbia, il “Conducator” rimise la decisione al voto del CPEx (il comitato centrale del partito) che si espresse a difesa degli “imputati”, i quali rimasero ai loro posti (un militare “osò” addirittura criticarlo apertamente). Persino nella Romania di allora c’era un barlume di collegialità ed autonomia di giudizio.

“Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era uscito vincitore su se medesimo. Amava il Grande Fratello” – George Orwell, “1984”.

Siamo diversi anche se siamo come gli altri. Perchè Grillo attacca il Parlamanento

“Il Parlamento potrebbe chiudere domani, nessuno se ne accorgerebbe. E’ un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica. O lo seppelliamo o lo rifondiamo”.

Queste frasi pronunciate da Beppe Grillo, irricevibili e pericolose perché tese a colpire il centro nevralgico della democrazia italiana (l’attacco al “parlamentarismo”, interpretato e presentato come un inutile legaccio alla gestione dinamica dello Stato, era un “must” del Fascismo mussoliniano) ci offrono una chiave di lettura importante sul fenomeno M5S e, più in generale, sulle forze catalizzatrici il voto di “protesta”. Esse traggono la loro forza e spinta propulsiva dall’ostensione di un’ alterità, reale o sbandierata che sia, rispetto ai partiti tradizionali, e questo per mezzo di una strategia che si snoda essenzialmente attraverso il linguaggio parlato (rutilante ed anticonvenzionale, contrapposto alla retorica “ingessata” del “politichese”), l’estetica/esteriorità ed il rifiuto delle etichette tipiche della politica classica (ad esempio vengono rigettati il termine e la dicitura “partito”, a vantaggio di quello di “lega”, “alleanza” o, in questo caso, “movimento”, per suggerire maggior dinamismo e collegialità). Il ” turning point” arriva nel momento in cui tali forze transitano dalla piazza al palazzo, alle stanze dei bottoni; allora questa alterità, ovvero il loro motore primo, viene messa in discussione, viene messa alla prova, colpita ed insidiata dalle tentazioni e dagli sbagli che, inevitabilmente, attendono chi è investito di un ruolo di responsabilità ed importanza istituzionale. Sorge quindi l’esigenza, vitale e imprescindibile, di far girare allo spasimo questo motore, fino ai suoi limiti ed oltre, in modo tale che il rumore del suo rombo esasperato superi il bisbiglio urlato della verità, in modo tale che esso riesca a superare in velocità la deduzione del cittadino e dell’elettore. Di qui, sortite come quella sopracitata o, spaziando, le improbabili chiamate ad improbabili lotte da parte del Bossi imborghesito e avvinghiato al potere insieme al suo clan familiare, in una grottesca riproposizione del clanismo ceasusechiano. Il motore gira, gira, urla e sbotta..finché non fonde.

M5S, istantanea di una debacle. O la (non) democrazia del frigorifero.

Il clamoroso rovescio subito dal Movimento 5 Stelle alle recenti Amministrative (2/3 dei voti andati perduti) si può comprendere soltanto esaminando l’istologia dell’ elettorato ed operando una distinzione tra il voto “tradizionale” e quello di “protesta”. Se il primo può essere infatti un voto molto spesso di abitudine, lasseferista, distratto, stanco (scelgo la lista X perché è uso nella mia famiglia, perché nella mia zona vincono sempre loro, ecc), il voto di “protesta”, liquidista, qualunquista o demagogico che sia, è sempre un voto di costruzione, di “pretesa”, di attesa, un voto “per”. L’elettore vuole, esige, che la sua scelta segni un “point break”, un giro di boa. In parole povere, si aspetta cambi qualcosa, e che cambi presto, con ritmo circadiano. Esattamente ciò che voleva e pensava chi a febbraio marcò con la crocetta il simbolo con le cinque stelle. Beppe Grillo avrebbe potuto imprimere a questo Paese la più grande svolta rivoluzionaria dal 1992-1994, tramite un governo di scopo e a “tempo” con il centro-sinistra; questo perché, brandendo il ruolo di ago della bilancia (il cartello bersaniano era sotto al Senato) aveva l’occasione di sedersi a capo tavola, negoziando ed ottenendo tutte quelle riforme ed istanze contenute nel programma elettorale del Movimento, tra le quali, cosa non da poco, l’ineleggibilità di Berlusconi. Ha invece preferito rinchiudersi in una torre d’avorio, in splendida ed urlata solitudine, bollando gli interlocutori come “stalkers politici”, alternando molotoviani “niet” ai più familiari “vaffanculo” all’indirizzo di chiunque imbastisse e presentasse ipotesi di convergenza. Nei 4 mesi di permanenza in Parlamento, il gruppo pentastellato si è segnalato per le liti e le polemiche sulla diaria, sui rimborsi, sugli scontrini e per un ddl, l’unico e tra l’altro ad personam, sull’abolizione del reato di vilipendio al Capo dello Stato (una ventina di attivisti grillini sono sotto inchiesta per aver offeso Napolitano sul blog). Un po’ poco, per il nuovo Terzo Stato della politica italiana. Nei sistemi democratici, il governo del Paese, e quindi la sua opera di cambiamento, è impossibile senza alleanze (salvo nelle realtà a bipolarismo rigido) ed attestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizione delle debolezze e contraddizioni altrui, reali o presunte che siano, alla lunga stanca, e senza tema di smentita non serve alla comunità. Voti in frigorifero, per l’appunto, come quelli di Covelli, come quelli del MSI ante-dicembre 1993. до свидания. Dasvidania.

Governo Letta: il tempo della responsabilita’

La delicatezza dell’ attuale segmento congiunturale impone un ripensamento delle priorità nazionali (e non solo), con il conseguente accantonamento,­ ad esempio, di ogni “quaestio” legata alla situazione giudiziaria dell’ex premier, Silvio Berlusconi. Come nella forchetta 1943-1947, nel 1976 e , prima ancora, ai tempi degli Zanardelli-Giol­itti, il nostro Paese necessita di un esecutivo forte e coeso che sappia rilanciare l’economia nazionale, varando quell’imponente­ pacchetto di riforme necessario alla rivitalizzazion­e del tessuto connettivo economico, l’imprenditoria­, rinegoziando il debito e le sue modalità di pagamento a Francoforte e Strasburgo. Esasperate partigianerie di bandiera, multicromatici e centrifughi frondismi, fuorvianti populismi e sussulti ideologici di stampo 800-900esco, debbono e dovranno essere defenestrati dal buonsenso che l’ora impone. Nemmeno a me entusiasma un ” appeasement ” con l’uomo peggiore di queste due ultime decadi, ma ancor meno riesce ad entusiasmarmi la gravissima spaccatura, politica, civile, sociale, che una contrapposizion­e ideologica, in un momento tanto critico come quello che stiamo sperimentando, potrebbe generare.

Quanto a Giuseppe Piero Grillo, nel suo ultimo post mette in campo un corredo lessicale caotico che, come al solito, non dice nulla. Alza la polvere, confonde, estrae dal cilindro tutta la sua pittoresca “ars comica”, crea un montaggio in cui i membri del nuovo governo si trasformano negli Addams, Lupi diventa “Mariangela Fantozzi”, Letta “Capitan Findus” ma, come detto, nessuna proposta, nessuna ipotesi terapeutica, nessuna analisi economica e finanziaria, nessun lavoro di scavo degno di un politico da 8 milioni di voti. Soltanto una parata di rutilanti acrobazie gergali e figure retoriche, un “TRUMP! CRACAAACCKKKK! SDLENG! BUDUMMMM! TRAAAAAAAAMMMMM­BUSTIIIIIIIIOOO­OOOOOO!!”, riproposizione di un Futurismo, azzoppato e stanco, che nulla riesce a dare. Se non una risata.

“Dagli alla kasta!”, sarà il grido dell’ingenuo…

Grillo avrebbe potuto, acconsentendo ad un governo di “scopo” con PD e SEL, mettere Berlusconi definitamente alla porta, obbligando gli alleati a varare un dispositivo sul conflitto di interessi e facendo rispettare (cavilli a parte) la normativa del 1956 sull’ineleggibilità. Lo propone, macchiavellisticamente, adesso, sapendo che il centro-sinistra, impegnato in un progetto di larghe intese con l'”avversario”, non potrà accettare. Un tempo, i miliardari tentavano di uccidere la noia con droghe e prostitute; adesso usano la politica.

Beppe Grillo, il “Vento divino” che salvò Silvio Berlusconi

Nel 1274 e nel 1281, la poderosa flotta mongola agli ordini di Kublai Khan tentò lo sbarco sulle coste giapponesi, così da invadere l’Impero del Sol levante, assoggettandolo­. In entrambe le occasioni, giunse ai nipponici dalla natura un aiuto tanto inaspettato quanto determinante: un tifone, il “kamikaze”, il “vento divino”, appunto. Beppe Grillo aveva la possibilità di creare con il centro-sinistra­ un governo di “scopo”, che desse al Paese quelle riforme (in buona parte giuste e condivisibili) che avevano fatto da propellente al suo successo elettorale. Avrebbe potuto sedersi a capotavola, negoziando dalla posizione di forza che la sua consistenza numerica gli assicurava, per cambiare le cose. Avrebbe, soprattutto, potuto eliminare Berlusconi in via definitiva dalla vita pubblica e politica nazionale, varando un dispositivo sul conflitto di interessi, impedendogli di far slittare i processi, facendo applicare la legge del 1956 sull’ineleggibi­lità. Invece, il comico genovese ha preferito adottare una strategia di attacco, prima contro il PD, scardinandolo (o cercando di scardinarlo) con il grimaldello Rodotà, e adesso contro il duo PD-PDL, costringendo il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte e quello di Via dell’Umiltà ad un responsabile (ma sicuramente impopolare) “menage a dois”, pretesto, strumento e volano ideale per la sua demagogica campagna “anticastista”.­ Nessuna riforma auspicata dall’elettorato­ pentastellato sarà varata, e Berlusconi continuerà, impunemente, a dettare legge in politica, a detenere il timone della nave Italia. Questo, “stricto sensu”, il risultato prodotto da Grillo, il “vento divino” che spazzò i giudici dall’orizzonte berlusconiano. Il comico ha così fornito la prova definitiva sulla sua reale natura: affetto da ipertrofia dell’ego, vede nella politica un mezzo di affermazione personale e di personale rivalsa, innanzitutto nei confronti del PD, cui non ha perdonato il “gran rifiuto” ai tempi delle primarie del 2009. Anni di “confino” alla corte dello yogurt Yomo dopo le battute sul Garofano, hanno inoltre reso esasperate la sua ambizione, la sua voglia di riscatto, la sua acrimonia revanscista. E a pagarne le spese siamo in 61 milioni. Anzi, sono. Au revoir, mon docue pays. Bonne chance.

Stefano Rodotà, l’utile idiota nella mani di un disutile regista del caos

Dopo aver inserito il giurista Rodotà nella “black list” dei pensionati d’oro, il comico genovese cala sul tavolo la sua carta, e lo fa, essenzialmente e prima di tutto, per tre motivi:

; spaccare dalla base al vertice il centro-sinistra (come sta avvenendo), con un candidato che parte del centro-sinistra caldeggia e che un parte rifiuta

; costringere il centro-sinistra alla virata sul giurista, in modo da danneggiare ulteriormente l’ immagine del PD, presentando il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte come un cane da riporto del M5S, incapace di tenere le proprie posizioni

; accreditarsi agli occhi degli italiani come leader forte e di rottura, ponendo sul Colle un candidato voluto dalla società civile (e dalla sinistra) si ben prima delle “Quirinarie”, ma ritenuto ormai nell’immaginario collettivo “made in M5S”

Grillo sa di essere in calo verticale di consensi. Il passaggio dalla piazza alla stanza dei bottoni comporta, infatti ed inevitabilmente, la perdita di quell’alterità verginale che un “vaffanculo” non può più garantire. Due mesi di imbarazzanti siparietti delle sue truppe dilettantesche stanno mettendo in luce tutta l’inadeguatezza gestionale del Movimento, e il suo molotoviano “niet” a qualsiasi ipotesi di convergenza costruttiva (dettato da un egoistico quanto castrante calcolo politico), sta erodendo ulteriormente la sua popolarità. Allora, ecco che arriva la ciambella di salvataggio Rodotà, lanciata da una nave in fiamme. Non ceda, il centro-sinistra; scelga un candidato come Zagrebelsky o Chiamparino, ma non spari nelle vene di Grillo un’ iniezione di ricostituente, utile soltanto ad allungarne la vita politica. Non si tratta con chi vuole uccidere gli ostaggi.

Sulla presidenza(imparziale)della Repubblica

Il ruolo che la Costituzione assegna al capo dello Stato, è quello di garante sopra le parti delle istituzioni democratiche repubblicane; per questo, la sua dev’essere una scelta condivisa, trasversale, amplipensante. Non sono a parte delle trame che i vari capibastone stanno tessendo nelle stanze parlamentari, ma una cosa è certa e indiscutibile: non possono, la sinistra più “radicale” o il M5S, pretendere l’imposizione del loro candidato al centro ed al centro-destra, ovvero ai rappresentanti di oltre 1/3 della popolazione italiana, nonché attuale maggioranza “virtuale”. Non solo si verrebbe meno ai principi regolatori della nostra Repubblica, ma si avrebbe un capo dello Stato debole, indeciso, costretto ad una politica di eccessivo “appeasement” con i conservatori nell’affannoso ed affannato tentativo di “affrancarsi” dal proprio portato personale, politico e ideologico. Peculiarità del settennato che si sta concludendo, è stata proprio questa “timidezza” mostrata nei confronti del centro-destra; Giorgio Napolitano non ha potuto predisporre adeguata risposta agli stupri che il PdL perpetrava ai danni delle istituzioni ed alle sortite anti-italiane del micropartito leghista a causa del suo “carico” di ex uomo del PCI e per la sua difesa dell’intervento Sovietico del 1956. Per guadagnarsi una quota minima di credibilità, doveva farlo dimenticare (i “rivoltosi” ungheresi, al pari di quelli cecoslovacchi e polacchi, non volevano il ritorno alla democrazia borghese ma al comunismo secondo il dettame marxiano, ma questa è un’altra storia). Se vogliamo un Presidente libero, che sia e sappia essere reale custode dell’integrità dell’edificio istituzionale, dobbiamo pertanto dire no al dottor Rodotà. Pur persona degna e stimabile, non disporrebbe della sufficiente libertà di manovra che la posizione richiede. P.S: trovo assolutamente fuori luogo e qualunquistico il tiro su Marini cui stiamo assistendo, punta di lancia di quella cultura sinistrofoba che tanto sta andando di moda.

Almeno la DC…con Grillo,invece, tutto piu’ difficile

E’ vero, la DC sapeva mediare, anche in virtù delle garanzie che il suo interclassismo forniva ai “poteri altri” e ai riottosi delle ali più estreme del Parlamento, Botteghe Oscure in testa. Ma è altrettanto vero che Piazza del Gesù poteva contare sulla bussola e sul catenaccio yaltiani, non era una barca di legno acerbo sconquassata dai marosi dell’interesse finanziario privato e del pancismo oclocraticoide. Ps. Una riproposizione (rivisitata ed adattata ai nuovi scenari) dell'”interdipendenza” sulla falsa riga delle direttrici andreottiana e craxiana è pura utopia, se non si ha alle spalle la solidità di cassa.

Quando Grillo parlava di pace…

“Scemo di guerra”; un piccolo capolavoro da inserire nella cineteca delle testimonianze contro la guerra di cui la Settima Arte ha saputo farci dono. La regia era di Dino Risi e il protagonista un magistrale Beppe Grillo nelle vesti di un giovane sottotenente di fanteria alle prese con un alto ufficiale demagogo, tirannico e fanatico della disciplina. Il film mette a nudo tutta la stupidità non solo della guerra ma anche e soprattutto del potere piramidale nella sua declinazione più ottusa e costringente. Un atto di accusa contro la gerarchia intesa come carcere del pensiero e della libera interazione. Chi avrebbe mai potuto immaginare che….