Floyd Patterson vinse l’oro nei Medi ad Helsinki nel 1954 e poi, passato al professionismo, la corona nei Massimi, per due volte, nel 1956 e nel 1960. Il più giovane campione nella storia della massima categoria nonchè il primo uomo a riconquistare il titolo. Floyd Patterson veniva dalla strada e boxava per poter mettere qualcosa sotto i denti, come molti ragazzi di periferia come lui, in quell’America del baby boom che ti lasciava indietro. Floyd Patterson era veloce di gambe, di braccia e aveva un sinistro terribile; un gancio-montante che ti buttava giù, spaccandoti la mascella. Però, a parte il torace, le mani gonfie ed enormi e il naso spaccato, non aveva nulla del pugile, o almeno del suo stereotipo. Floyd camminava a testa bassa, non reggeva lo guardo degli altri, parlava con un sussurro e quando perdeva si nascondeva sotto una barba finta, per la vergogna. Nei momenti di relax metteva una canzone d’amore e si sdraiava per ascoltarla e fantasticare di lui e della sua principessa color ebano, in mezzo alla quiete dei boschi che facevano da cornice al suo campo d’allenamento. Floyd non era arrabbiato come Liston o forte come Ali o ferito come Marciano. Se è vero che ogni pugile, ogni combattente, ha una bestia nel sangue, un demone nel cervello e nell’anima, quella di Floyd si nascondeva in una buca, sperando che il cielo non ruggisse..
“Quei maledetti lobbisti !”
Il 18º presidente degli Stati Uniti Ulysses Simpson Grant viene ricordato come un validissimo militare ma come uno dei peggiori inquilini del 1600 di Pennsylvania Ave. Con indosso la giubba blu, sconfisse (uno dei pochi) Lee ad Appomattox Court House e fu uno dei pilastri della leggendaria Armata del Potomac, ma salito alla presidenza, forte del prestigio conquistatosi in battaglia, si dimostrò debole, incerto ed eccessivamente influenzato dai suoi collaboratori. Quasi travolto dallo scandalo del “Whiskey Ring” (anche se non vi furono mai le prove di un suo coinvolgimento diretto), aspramente contestato per il perdono presidenziale concesso ad uno dei protagonisti dell’affaire, il suo segretario privato Orville E. Babcock, visse gli ultimi anni da Presidente con insofferenza, desideroso soltanto di arrivare alla scadenza del suo mandato (in tutto furono due). L’ex Generale si rifugiava sempre più spesso all’ Hotel Willard, per bere whiskey, gustare buoni sigari e sfuggire alla schiera di politici, imprenditori, banchieri e collaboratori che lo attendevano nell’atrio (“lobby”) della Casa Bianca. “Quei maledetti lobbisti !” Questa, forse, è l’unica traccia significativa di quel turbolento ottennato: grazie a Grant sappiamo come fare per indicare molti mali con un termine solo..
Armistizio di Natale del 1914
“La piccola pace nella grande guerra”; questa l’espressione coniata dal reporter tedesco Jürgs Michael per descrivere il miracolo che nel Natale del 1914 si verificò in un piccolo segmento della sterminata linea di trincee che divideva in due le Fiandre. Tutto ebbe inizio quando i sodati tedeschi decisero di esporre dai loro ripari alcuni cartelli con su scritto “We not shoot, you not shoot” (noi non spariamo, voi non sparate). Superati i comprensibili timori iniziali, inglesi e francesi non solo accettarono la proposta, ma fraternizzarono con i loro avversari, scambiando regali natalizi con loro e disputando addirittura un piccolo torneo di calcio (il trofeo messo in palio, un ricco boccale prussiano, è tuttora conservato). I rispettivi comandi non la presero bene e decisero di trasferire tutti i soldati protagonisti della fraternizzazione nelle linee più pericolose; un’esecuzione di massa avrebbe catalizzato su questo momento di umanità un’attenzione considerata ad alto potenziale sovversivo e così il lavoro sporco fu lasciato agli shrapnel del nemico. Ci furono altri “armistizi” di Natale dopo quel 1914, anche se sotto le festività gli stati maggiori davano ordine di intensificare la pressione delle artiglierie proprio con l’intento di scongiurarli.
Televisione….
Nei primi anni ’90 del XX secolo, i ricercatori e sociologi Robert Kubley (Rutgers University) e Mihaly Csikzsentmihalyi (University of Chicago) condussero uno studio riguardante gli effetti dell’esposizione televisiva sui più giovani. Basandosi su un campione di 1200 soggetti, i due osservatori approdarono alle seguenti conclusioni: “la televisione rende passivi, nervosi, incapaci di concentrazione; l’atto di mangiare richiede un impegno mentale ed una concentrazione maggiori di quanto ne richieda l’atto di guardare la televisione; inoltre, sebbene la gente pensi che la televisione offra svago e relax, in realtà essa peggiora il nostro umore”
Cool hunter,brand e Frank Sinatra
L’utilizzo/sfruttamento dei teenagers da parte dei brand non è un fenomeno nuovo. Già a partire dagli anni ’30 del XX secolo, infatti, nacque e sviluppò il concetto di pubblicità “peer to peer” (da coetaneo a coetaneo); migliaia di ragazzine, denominate street teams”, venivano ingaggiate per reclamizzare Frank Sinatra tra i coetanei e urlare ai concerti del cantante italo-americano. Con il tempo, queste strategie si sono sviluppate e perfezionate sempre di più, fino all’elaborazione della figura del “cool hunter”. Il “cool hunter”, letteralmente “cacciatore di tendenze”, è un 30enne incaricato dalla propria agenzia di marketing di intercettare adolescenti in modo da sondare le loro tendenze ed aspirazioni e poter quindi fornire un quadro dettagliato della domanda del ricchissimo mercato giovanile. Il “cool hunter” mette a proprio agio l’adolescente vestendosi come lui, utilizzando il suo linguaggio e comportandosi come se gli fosse amico. Prendono il caffè insieme, fanno shopping insieme e, in cambio della “consulenza”, gli regala buoni acquisto e inviti agli eventi più mondani dell’azienda. In una società nella quale l’apparenza riveste, e questo al di là di ogni scontata formulazione retorica, un’importanza capitale per il rafforzamento, anzi, per il puntellamento di un’identità ancora incerta e fragile come quella dei ragazzi, sentirsi parte dell’universo di un marchio famoso, vedere che gli adulti tengono in considerazione la tua opinione, fa sentire meno soli e fragili. Ora, se da un lato sociologi, psicologi, massmediologi e giornalisti concentrano la loro indagine speculativa solo sull’aspetto dello “sfruttamento” del giovane da parte delle aziende, dall’altro lambiscono solo parzialmente e superficialmente ciò che spinge i ragazzi a identificarsi in una sigla commerciale e a cedere alle lusinghe dei suoi “cacciatori dei tendenze”; chi parla con questi ragazzi? Chi li aiuta, in un segmento tanto delicato della loro esistenza? Chi si preoccupa delle loro necessità emotive? Chi stringe loro le spalle, quando si sentono soli? Nessuno. E nessuno se lo chiede. Per questo motivo, le lusinghe di un procacciatore vengono viste come l’unico spiraglio di luce nel buio della solitudine più caotica e insidiosa. In un certo senso, anche il sociologo, lo psicologo, il massmediologo ed il giornalista che studiano le debolezze dei teenagers mettono in atto un’opera di sfruttamento ai loro danni, perchè li usano come grimaldello per sfondare la credibilità di un tipo di economia e di fare mercato storicamente avversati dall’intellighenzia accademica occidentale e da talune porzioni della politica più smaccatamente ideologica.
Tommy Farr vs Joe Louis
New York, 1937. Il gallese (bianco) Tommy Farr e l’americano (nero) Joe Louis si affrontano per il campionato mondiale dei Pesi Massimi. Ogni volta in cui il bianco Farr riesce a mettere a segno un colpo, la platea esplode in un delirio animalesco che ha come miccia e combustibile il razzismo e il pregiudizio. Al suono di ciascuno dei 15 gong, però, i due pugili si toccano il guantone o si battono una mano sulla spalla, cavallerescamente. La “coloured line” sbiadiva nell’immensità di quel piccolissimo mondo delimitato dalle corde.
No VietCong ever called me nigger
“No VietCong ever called me nigger” La frase con la quale Muhammad Ali scioccò l’America perbenista (white come black), il refrain del suo rifiuto ad imbracciare il fucile contro i contadini Vietnamiti. Ali perse il proprio titolo, per questo; perse denaro, perse la libertà, finì a pulire padelle e rischiò addirittura la fucilazione. Poi tornò, più forte di prima, dentro e fuori, a riconquistare il tetto del mondo pugilistico. Questo, anche questo, ha fatto di lui il personaggio più riconoscibile del secolo XXesimo, un’icona superiore ai Beatles, ad Elivis e JFK. Maradona si fa tatuare il volto di Ernesto Che Guevara sul petto, si erge a barricadero antisistema, poi piange ai microfoni dei telegiornalisti perché il fisco italiano, al quale deve decine di milioni di Euro, gli porta via l’orecchino e l’orologio (qual violenza!). E i pecoroni, magari senza lavoro, gli danno anche ragione.
Populismo latino e Unione Europea
Se si osserva la storia dei paesi latini, dal Centro-Sud America alla Romania, noteremo come ad unirne i percorsi vi sia un comune denominatore, una costante distintiva: il populismo. Assumiamo l’esempio sudamericano (porzione continentale abitata prevalentemente da ispanici ed italiani); è qui che il populismo storicamente nasce e vede il suo sviluppo più ampio ed articolato. Dai coniugi Peròn, a Batista, a Stroessner, a Pinochet, a Menem (tutti ancora amatissimi), passando a Lula, Mujica e Chavez, mutano i cromatismi politici ma non l’architettura ideologica e propagandistica sostanziale. Stessa cosa per l’Europa (con la sola eccezione della Spagna post-franchista); nell’Italia unitaria, il populismo presenta un corredo di esempi estremamente vasto e variegato, con De Pretis, Crispi e Giolitti nel secolo 19esimo per poi esprimersi nella sua manifestazione più eclatante tramite Mussolini, Giannini e, in tempi più recenti, con la Lega Nord, Berlusconi e Grillo (si potrà parlare di mutazione teratologica del populismo, che diventa “populismo mediatico”). Purtroppo, questa traiettoria conosce ben poche inversioni di tendenza, e raro, rarissimo, è il punto di rottura. Le urne infatti consegnano sempre uomini e programmi smaccatamente volti e improntati al consenso, privi di una visione lunga e focalizzati sulle passioni del momento (il rottamatore Renzi è paradigma ideale di questo genere di mentalità e strategia). Il leader all’occidentale, per usare una formula di agevole comprensione, viene tacciato di inconsistenza e le sue proposte percepite come punitive, elitarie e pertanto cestinate. Va detto che la comunità latina europea ha invero un vantaggio, rispetto a quella sudamericana: la UE. Il mio auspicio è quello che l’Unione aumenti sempre di più il proprio controllo sui singoli stati, così che il timone rappresentato dalle grandi democrazie di tipo anglosassone possa dirigere anche la nostra sgangherata barca. In gioco c’è molto più di quanto la sterile propaganda identitaria pancista (smemorata sulle incursioni antiunitarie delle Lega) voglia far credere. Non dimentichiamoci di Adenauer. Io me lo tengo ben stretto.
L’Oriana Furiosa,Tina Merlin e Teresina Bontempi
Dispiace dover constatare come molti amici di mentalità aperta e formazione liberale (non nell’accezione del termine consegnata dalla ed alla comune vulgata) (s)cadano nella trappola dell’esaltazione di Oriana Fallaci. Se infatti da un lato, nella prima parte della sua esperienza umana e professionale, Fallaci ha saputo rappresentare una figura importante del giornalismo italiano fungendo da apripista alle donne nel complesso e fino ad allora maschilissimo mondo dei reporter, dall’altro, nelle fasi finali della sua parabola esistenziale, è scivolata nella semplificazione e nella banalizzazione più isterica e volgare, ponendosi de facto alla testa di un ventralismo xenofobo e razzista infoiato ed eterodiretto dal dispositivo mediatico irregimentato post Siddle Commission. Chiunque abbia dimestichezza con la saggistica accademica in materia di scienze storiche, politiche e sociali, sa bene quanto argomenti dell’ importanza, della complessità e della consistenza di quelli proposti da Fallaci debbano passare attraverso il vaglio della metodologia scientifica, fuggendo da qualsiasi orpello-legaccio ideologico e tantomeno da incursioni improntate alla rozzezza retorico-argomentativa, nel caso della giornalista fiorentina più bassa e puerile. Io consiglierei di guardare a figure come quella di Tina Merlin, oppure, virando verso il fronte opposto, Teresina Bontempi.
La battaglia della cronaca nera
La forza della propaganda mediatica berlusconiana è quella di essere, per la maggior parte, subliminale, sottotraccia, non manifesta. Tralasciando momentaneamente il ruolo persuasivo dei programmi di intrattenimento leggero, vere e proprie batterie campali dell’arsenale mediatico dell’arcoriano, c’è un altro segmento, altrettanto importante e micidiale: la cronaca nera e i contenitori sulle relative inchieste giudiziarie (in primis “Quarto Grado”). Se esaminiamo le vicende di sangue più eclatanti degli ultimi anni, potremo infatti renderci conto di come Mediaset e i giornali del gruppo Berlusconi abbiano sempre e sistematicamente assunto le difese dei vari imputati e condannati. Questa strategia è funzionale all’ opera berlusconiana di demonizzazione, screditamento e demolizione della magistratura, presentata come forcaiola, accanita, illiberale e nemica del Diritto. L’arringa dei tribuni mediatici targati Mediaset si articola e sviluppa sommariamente attraverso le seguenti formule, ripetute e riproposte ogni volta in modo mantrico e uguale:
1: Processo indiziario. Mancano prove reali. La magistratura si accanisce senza un reale ancoraggio ai principi del Diritto e della Costituzione.
2: Manca l’arma del delitto (come se un’autopsia non potesse risalirvi e come se un omicida che scelga di farla ritrovare fosse tanto sprovveduto da lasciarvi impresse le sue impronte)
3: Manca il movente (impossibile da individuare con certezza in assenza di confessione, data la complessità della psiche di un criminale e, più in generale, dell’essere umano).
Inoltre, eventuali errori nel corso dell’inchiesta vengono enfatizzati, ridicolizzati e attribuiti ai GIP, sempre, comunque ed in ogni caso, anche quando sono opera dei reparti delle forze dell’ordine (RIS, ROS, ecc). Il tutto confeziona, come già evidenziato, il ritratto di una magistratura non solo violenta, liberticida ed antigarantista, ma anche pasticciona e dilettantesca. Va rilevato come quest’opera massiva e massiccia di manipolazione e ipnosi catodica riesca a violare con il suo subdolo grimaldello anche le difese intellettuali di chi berlusconiano non è, spargendo come un seme maligno la convinzione di un apparato giudiziario inaffidabile e indebolendone così e implicitamente il lavoro agli occhi della pubblica opinione quando le inchieste toccano Silvio Berlusconi o il suo apparato politico-economico. A tal proposito, trovo paradigmatica la vicenda dell’ingegner Elvo Zornitta, indicato come “Unabomber”, il famigerato bombarolo che insanguinò il Nord-Est negli anni ’90; durante le indagini, il poliziotto e perito della scientifica Ezio Zernar fu accusato di aver alterato una prova (un lamierino) per appesantire la situazione dell’indagato. Zernar, il poliziotto, finì così sotto inchiesta e sotto processo, mentre la posizione di Zornitta fu archiviata (dopo che l’ingegnere veneto fu messo sotto i riflettori, le azioni di Unabomber cessarono). Il risultato fu un pesante attacco mediatico nei confronti della magistratura, con Zornitta dipinto e presentato come il nuovo Enzo Tortora, anche se l’errore, chiamiamolo così, era stato commesso da un poliziotto, non da un GIP. Ancora e per concludere: ogni volta in cui la giustizia mette a segno un colpo importante, la macchina mediatica berlusconiana ne conferisce il merito alle forze dell’ordine o al Ministero dell’Interno (quando al governo c’è il centro-destra), mai alle procure. In un Paese alimentato politicamente dall’informazione televisiva, tutto questo rappresenta un veleno letale, in grado di contaminare ed alterare la nostra struttura culturale e valoriale, e, purtroppo, anche percettiva.