Se lucidi e razionali, i nuovi dispositivi annunciati dal governo Draghi per prevenire l’insorgere di situazioni critiche durante manifestazioni e cortei non potranno che risultare ben accetti, in caso contrario ci troveremmo di fronte ad un problema molto serio, all’evolversi metastatico di uno scenario già noto e consolidato anche per l’inerzia e la complicità di un segmento rilevante dell’opinione pubblica.
La posizione rispetto allo stato d’emergenza e al suo corollario di limitazioni delle libertà, è bene ricordarlo, non dovrà mai essere acritica e meno che mai esaltatoria. Anche quando favorevoli, non si dovrà mai dimenticare che si tratta di misure comunque gravi e obbligatoriamente transitorie. Refrattario per definizione alle critiche e ai vincoli, l’establishment politico non dovrà mai avere l’impressione, in buona sostanza, di potersi spingere troppo oltre, che il cittadino sia disposto a rinunciare, parzialmente o in blocco, ai suoi diritti fondamentali, che sia possibile violare il tabù della sterzata autoritaria, della compressione delle garanzie costituzionali.
L’Italia è un Paese politicamente conservatore che sotto certi aspetti non ha mai fatto i conti con il Ventennio (tendiamo ad esempio a considerare i nazisti solo come nemici e invasori dimenticando che furono anche nostri alleati*). La “black scare”, agitare lo spetro del Fascismo come strategia per cercare di battere l’avversario, non può quindi funzionare, se non sul brevissimo termine sfruttando il potere derivato dalla credibilità di Draghi e dall’eccezionalità del momento che stiamo vivendo. Al contrario potrebbe diventare, sul medio e lungo periodo, un boomerang. Anche usarla per serrare le fila e ricompattarsi all’interno finirebbe col danneggiare l’immagine (già precaria) del centro-sinistra, associandolo a stantie e abusate memorie novecentesche.
*Un’anomalia che si riscontrava, pur con le dovute differenze del caso, nella DDR. La Germania Est aveva infatti espulso il nazismo dalla propria memoria, associandolo alla sola Germania Ovest
Forse distratto dai festeggiamenti per il risultato elettorale, il centro-sinistra dimentica di fare alcune valutazioni indispensabili per un’analisi utile e lucida.
In particolare:
-le amministrative sono un test parziale-nelle amministrative entrano in gioco dinamiche diverse rispetto alle politiche, e del tutto peculiari
-i comuni più importanti nei quali il centro-sinistra ha vinto erano già, o almeno lo sono dall’avvio della Seconda Repubblica, sue “roccaforti, dove il centro-destra o altri soggetti si sono imposti poche volte (si pensi a Roma, Napoli e Torino)
-l’astensionismo ha toccato cifre record e storicamente si tratta di voti persi soprattutto dalla destra (elettorato che sente meno la militanza e la politica)
-questa volta, almeno ai ballottaggi, in ragione della partnership con il centro-sinistra i voti grillini non sono più andati al centro-destra, come invece era accaduto negli anni passati (si vedano i casi di Livorno, Torino, Roma, Massa, Cascina, ecc) . Il PD ha inoltre conquistato 6 capoluoghi in alleanza con il Movimento 5 Stelle, prima suo avversario.
-il centro-sinistra ha goduto dell’ “effetto Draghi” e le manifestazioni di questi giorni gli hanno consentito di ricompattarsi e serrare i ranghi. E’ invece probabile che il centro-destra sia stato danneggiato dalla massiccia campagna mediatica contro i manifestanti no-GP, appoggiati anche da Meloni e Salvini, e da vicende come quella di Luca Morisi. Tutti e quattro sono fattori transitori ed episodici.
Esaminando i sondaggi sul nazionale, ci si renderà tuttavia conto che FdI è oggi il primo partito con circa il 21% (trend in continua crescita), la Lega il secondo con circa il 19,4% (se non si bruciano nell’astensione, i voti che Salvini perde vanno alla Meloni), mentre il PD, attestandosi intorno al 19,2% , non riesce a staccarsi dai numeri della debacle del 2018 (18,7%). 7%, infine, per FI, mentre il Movimento 5 Stelle conferma il suo declino, con un 16,4% circa. M5S che, è bene fare attenzione, data la su natura “liquida” potrebbe tornare ad appoggiare in futuro un governo di “destra”, a trazione Lega-FdI.
Benché siano innegabili l’insuccesso e gli errori del centro-destra, (osservando la mappa geografica delle astensioni, massicce nelle periferie, ci si accorgerà che la Lega paga senza dubbio l’appoggio al governo Draghi), darlo per morto o pensare non vada cambiato nulla in questo bocco giallo-rosso sarebbe un’ingenuità fatale.
Quando una comunità si trova e resta in una situazione di disagio e svantaggio, benché abbia in linea teorica i numeri e le potenzialità per ribaltarla, non è sempre e solo “colpa” di elementi esterni, di chi, esterno, trae da essa vantaggi e benefici.
A dispetto di una certa narrazione occidentale figlia del rimorso, ad esempio, il dramma del Terzo e del Quarto Mondo non è riconducibile soltanto allo sfruttamento coloniale e a quello neo-coloniale ma pure a debolezze e a problematiche e peculiarità intrinseche di quei paesi. Allo stesso modo molti popoli che, oggi come in passato, non riescono e non sono riusciti a liberarsi e ad emanciparsi da una dominazione straniera, pagano anche divisioni e spaccature interne, errori interni di diversa origine e natura (emblematico, a riguardo, il caso italiano pre-ottocentesco).
Per questo, nonostante le difficoltà di misurarsi con il politicamente corretto, il Prof. Alessandro Barbero non ha avuto tutti i torti e d’altro canto, da storico, ha parlato con cognizione di causa. Non sempre, in buona sostanza, la “vittima” è tale né il suo status (di vittima) la rende immune dallo sbaglio, al di sopra della critica.
Sarebbe comunque utile e interessante sapere se dietro la manipolazione e la strumentalizzazione delle sue parole (non ha mai detto che le donne sarebbero “insicure” e “poco spavalde”) vi siano soltanto una lettura frettolosa e/o il voler fare del sensazionalismo per vendere qualche copia in più, oppure se non si tratti di una “trappola” per delegittimarlo e togliergli credibilità dopo le dichiarazioni sul Green Pass. Di una “trappola” o di un “avvertimento”. E’ infatti innegabile che tutti coloro i quali si sono schierati contro la linea ufficialista e dominante sul Covid, o ne hanno criticato alcuni aspetti, abbiano subito campagne delegittimatorie. Come diceva Herman Melville, “la vera conoscenza deriva soltanto o da un sospetto o da una rivelazione”.
Il movimento di protesta contro il Green Pass è da intendersi anche come la conseguenza di un malessere profondo, che parte da lontano, dai primi errori nella gestione pandemica. Proprio per questo, tuttavia, sarebbe stato più sensato e strategicamente proficuo agire prima, contro quelle imposizioni restrittive che violavano, sì, i nostri diritti fondamentali e senza avere una ratio scientifica.
Insorgere e “risorgere” adesso, per dire no a un dispositivo che è l’unico mezzo per evitare nuove chiusure e nuove strette liberticide (almeno finché l’Italia avrà l’attuale classe dirigente politico-sanitaria), non è solo strategicamente e politicamente azzardato ma anche illogico. Questo se si considera che il Green Pass esisteva di fatto già da prima, essendo alcune vaccinazioni obbligatorie, come già da prima esistevano requisiti obbligatori per accedere al lavoro e ad altre attività fondamentali.
Fatta salva la condanna della violenza come strumento di lotta politica all’interno di un sistema democratico e messa da parte ogni considerazione di carattere giuridico, morale e politico sul Green Pass, delegittimare un movimento vasto, trasversale, internazionale e pacifico come quello contro il lasciapassare verde, usando a pretesto una minoranza di facinorosi e di estremisti, è un’operazione ingannevole che rientra nella propaganda cosiddetta “agitativa” (elaborata per stimolare reazioni ostili contro un determinato bersaglio).
Nel caso di specie viene sviluppata attraverso le seguenti tecniche:
-“proiezione” e “analogia” (i contrari al GP vengono associati, tutti, ad un’immagine negativa e respingente, quella del “fascisti” e dei violenti)
-“ripetizione” (il messaggio viene ripetuto di continuo e da/con tutti i canali possibili e disponibili) -“semplificazione” (come detto, i contrari al GP vengono associati ai “fascisti” ed ai violenti ma anche ai no-vax, sebbene le due istanze siano differenti e separate)
-“mal-informazione” (la distorsione, la manipolazione e la strumentalizzazione dei fatti, come limitarsi a mandare in onda solo le interviste ai facinorosi e/o le immagini delle loro azioni)-appello al “senso comune” (si cerca di far credere che la posizione del mittente e dei favorevoli al GP rispecchi quella della maggioranza degli italiani, a differenza delle posizioni dei contrari al dispositivo)
-“argumentum ad hominem” (legata alla “proiezione” o “analogia” e articolata in varie forme, scredita un’intera comunità ponendo l’accento su una minoranza al suo interno)
Invece di ascoltare le ragioni, anche lucide e razionali, di un segmento non trascurabile della popolazione (tra chi disapprova il Green Pass ci sono anche molti e autorevoli giuristi, non va dimenticato) e di comprenderne il malessere e la rabbia dopo mesi difficilissimi, una parte della politica, delle istituzioni, del mondo dei media e della società civile sembra invece insistere nella pericolosissima strategia polarizzante basata sullo schema binario “buoni”-contro -“cattivi”, demonizzando il dissenso e mettendo sullo stesso piano chi muove delle obiezioni al GP (peraltro abolito o ritenuto illegittimo in alcuni paesi) e alle misure d’emergenza e no-vax, complottisti, negazionisti, estremisti di destra, ecc. Una scelta che può pagare nell’immediato, serrando i ranghi dell’esablishment, ma che sul medio-lungo periodo non farà che aumentare la distanza tra il popolo e la politica e la diffidenza verso la scienza, gli scienziati e le case farmaceutiche, determinando la condanna della Storia.
Non aveva torto chi paragonava l’attuale momento storico ad una “guerra”, benché della guerra non abbia gli aspetti più “romantici” ed eroici, ad esempio la coesione , il cameratismo e lo slancio impavido, ma quelli più negletti e sordidi, come lo “stato d’eccezione” con il suo corollario di limitazioni delle libertà e dei diritti, la mobilitazione mediatica contro la critica interna, il dubbio ed il pensiero indipendente e, forse, l’utlizzo di infiltrati sabotatori. Fa poi riflettere, volendo concludere, che certi stratagemmi ed una certa retorica vengano usati proprio dalla sinistra, che li ha subìti per anni, in Italia come altrove.
Benché comprensibile (e forse anche condivisibile) sotto il profilo giuridico, etico e politico, la battaglia contro il Green Pass è perdente sul piano tattico e quindi andrebbe sospesa. L’unica alternativa, con gli attuali vertici politico-sanitari, restano infatti le rigidissime restrizioni, utili o dannose che siano, alle quali siamo stati abituati dal febbraio/marzo 2020.
E’ d’altro canto ingenuo pensare che una rivoluzione degli equilibri in seno all’esecutivo o nuove elezioni potrebbero cambiare le cose, trattandosi di un percorso lungo e impervio. Non possiamo inoltre sapere come una nuova classe dirigente si comporterebbe, se adotterebbe un approccio più blando o proseguirebbe, per un motivo o l’altro, nel solco di Conte e Draghi.
“Last but not least” c’è la decisiva capacità di pressione dei media, attestati, per ragioni politiche e/o commerciali, su una narrazione allarmistica che favorisce l’emotività chiusurista.
Come insegnava Lenin, bisogna combattere solo quando la situazione è favorevole e lo consente, quando c’è una reale possibilità di vittoria. Altrimenti occorre aspettare, ritirarsi, agire in modo diverso, più prudente e pragmatico, guardare da lontano. Il che non significa, si badi bene, abbandonare il campo
E’ un boccone amaro ma va masticato, nell’interesse di tutti. Oggi, i vostri avversari sono troppo forti.
Il suicidio è quasi sempre il risultato di un lungo e complesso intreccio di cause, di meccanismi indecifrabili e indecifrati. Un argomento delicatissimo, e non solo per questo. Ecco perché, anche nel caso del dottor De Donno, mi permetto di raccomandare quella che i Greci chiamavano “ἐποχή”, “epoché”, “sospensione del giudizio”. O, quantomeno, un approccio il più possibile sobrio e razionale. A maggior ragione considerando che sappiamo ancora pochissimo sulla vicenda.
Simili tragedie non diventino un terreno di scontro tra “fazioni”, tra “folle” urlanti interessate soltanto a prevalere sull’avversario, sul “nemico” di turno.
In autunno torneranno le chiusure e le forti restrizioni, indipendentemente dai Green Pass. Questo perché i vaccini non sono in grado di assicurare quel “rischio zero” (tantomeno l’azzeramento dei contagi) cui l’establishment italiano e i suoi canali di appoggio guardano ancora, di fatto.
Se tuttavia all’inizio sarà facile farle accettare, magari dando la colpa ai non-vaccinati (che non dovrebbero in ogni caso interferire con la vita dei vaccinati), una volta raggiunta un’ampia copertura la cosa diventerà sempre più difficile. Dopo le molte promesse e le aspettative create, diventerà soprattutto complicato convincere della necessità di limitazioni dalla durata indefinita chi ha effettuato l’intero ciclo.
Tutto ciò, unito alla progressiva insostenibilità dell’impianto emergenziale in ogni altro ambito (economico, sociale, sanitario, politico, ecc), indurrà le classi dirigenti a cambiare strategia, a compiere una “ritirata strategica”; come è avvenuto per alcune missioni militari internazionali o per guerre come quella del Vietnam o la spedizione sovietica in Afghanistan, ci si renderà conto dell’impossibilità di ottenere una vittoria piena e completa o , comunque, che essa non potrebbe più compensare gli sforzi fatti e da fare. Impantanati in una guerra di logoramento senza sbocchi, i governanti italiani, e più in generale quelli dei paesi che appartengono al fronte “chiusurista”, accetteranno allora il Covid per quello che è ed è sempre stato (una causa di morte come tutte le altre), limitandosi, razionalmente, alla protezione vaccinale dei fragili.
L’annullamento o la compressione delle libertà individuali e politiche possono verificarsi e si verificano anche all’interno dei regimi democratici, non sono una peculiarità esclusiva di quelli dittatoriali, totalitari e autoritari.
Se è vero che la democrazia italiana non sembra a rischio, è altrettanto vero che non considerare le disposizioni attuali (nonché quelle passate e quelle annunciate) per ciò che realmente sono, ossia una limitazione della libertà del cittadino e una riduzione della qualità della sua vita, sarebbe miope e pregiudizievole.
Mette allora in atto una mistificazione consapevole chi cita l’esempio di paesi come la Corea del Nord per ridimensionare il peso e la portata di quello che stiamo vivendo e sperimentando. Un’estremizzazione ed una forzatura, la “reductio ad Corea del Nord”, che denota, in ultima analisi, la fragilità argomentativa di chi la propone, incapace di confrontarsi attraverso contenuti più razionali.