Lapsus crisantiano

Andrea Crisanti ammette di essere stato “troppo pessismista”, pur dicendosi non pentito e riferendosi ad una sola circostanza (le previsioni sbagliate, per la seconda volta, su una nuova ondata ad aprile e maggio dopo le prime riaperture). E’ tuttavia già qualcosa, se non altro un piccolo segnale agli estimatori più irriducibili del Nostro e di un certo modo di porsi e di narrare la pandemia.

Ma è con la scelta del termine “pessimista” che Crisanti ci spiega, pur involontariamente, ciò che la scienza non dovrebbe essere. La scienza non deve infatti essere emotiva, pessimista oppure ottimista, ma razionale.

Negli ultimi 14 mesi, lui ed altri sono invece scivolati in un “opinionismo” mediatico spregiudicato e di taglio perennemente catastrofistico e allarmistico che ha causato danni incalcolabili ai cittadini (già provati da una situazione durissima ed eccezionale) come all’economia ed al Paese, nel suo insieme. Per “opinionismo” si intendono appunto delle opinioni, a caldo, senza basi concrete e reali (previsioni a medio e lungo termine, giudizi su fenomeni nuovi o ancora poco conosciuti, personalissime ricette sulla gestione della crisi, ecc) e che per questo andrebbero accompagnate dalla prudenza più assoluta, pesando le parole come sul bilancino del farmacista. Specialmente se e quando si è tanto esposti e con certi ruoli.

In questa fase storica l’infodemia è stata senza dubbio una vera e propria emergenza nell’emergenza, dalle conseguenze devastanti e ancora da valutare.

Sul ponte sventola bandiera bianca (l’impermeabile di Battiato e i radical chic)

In questi giorni il bersaglio di una certa “intellighenzia” è Pippo Baudo, presentato come “orrido” simbolo dell’ “orrida” cultura nazionalpopolare in quanto “colpevole”, nel lontanissimo 1980, di non aver trattato come un genio assoluto un ancora poco conosciuto Battiato e di aver fatto una battuta scherzosa sul suo impermeabile*. 1980, 41 anni fa. Gli stessi che però difendono Federico Lucia “Fedez” dicendo che la sua omofobia è ormai cosa remota, un “peccato di gioventù” (le ultime incursioni omofobe del rapper risalgono al 2020). Forse proprio gli stessi, volendo ricorrere anche noi alla spietatezza della memoria, che accusavano Battisti di essere un superficiale ed fascista (non cantava di politica e ciò bastava per lanciare un simile stigma), minacciandolo di morte e disturbandone i concerti.

*Intervista che non è da escludere fosse concordata, tra Baudo e Battiato

Il Covid “accidentale” e l’obbligo dell’equilibrio

Le nuove ipotesi su un’origine “artificiale” della pandemia, contemplate sia dall’OMS che da figure di indubbio prestigio come Anthony Fauci, ci ricordano l’imperativo della prudenza, quando si tratta di fenomeni ancora sconosciuti o poco conosciuti. Soprattutto lo ricordano a quel movimento d’opinione ideologicamente e aprioristicamente “ufficialista”, e a cui non sono estranei anche molti scienziati, che fin da subito, e senza elementi concreti e definitivi a disposizione, ha liquidato con ironia e sarcasmo le teorie alternative sulla genesi del Covid 19 e della pandemia.

Se è vero, e senza scomodare Archimede e Galileo, che il dubbio è l’architrave della scienze come di ogni indagine razionale, è poi altrettanto vero che molti scienziati, medici e divulgatori si sono spinti oltre il loro raggio di competenza, non tenendo conto delle particolarità, storiche e politiche, di un regime totalitario come quello cinese, per il quale non valgono, o non valgono del tutto, i criteri di analisi applicati alle democrazie occidentali e avanzate .

Si tratta di ipotesi, lo abbiamo detto, ma lascia perplessi che gli odierni paladini del condizionale (e ci riferiamo pure ad un certo debunking) siano invece stati, ieri, ultras della perentorietà.

La “spirale del silenzio” e le leve del consenso dei gruppi dominanti

Secondo la sociologa e studiosa di comunicazione tedesca Elisabeth Noelle-Neumann, il cittadino precipita in una “spirale del silenzio” (da lì l’omonima teoria) quando si rende conto che le sue idee sono distanti o diverse da quelle della maggioranza. Il dissenso resta allora ancor più isolato, o scompare del tutto, mentre le opinioni che trovano e guadagnano spazio e visibilità sono e restano quelle maggioritarie o che vengono ritenute tali.

Ciò determinerebbe anche, per Elisabeth Noelle-Neumann, condizioni favorevoli per i regimi illiberali e dimostrerebbe il carattere intrinsecamente negativo dell’opinione pubblica, portata al conformismo, succube dei media e della loro “agenda setting” e senza alcun ruolo attivo, volontaristico e di “contro-potere”.

Una visione che fa tabula rasa di ogni lascito illuministico e ottocentesco, forse molto pessimistica, meccanicistica e deterministica, anche più di quelle di un Luhmann (“teoria sistemica”) o di un Thompson, di un Riesman o di un Gerbner (teoria dell’ “impatto”), ma che trova senza dubbio ancoraggi concreti nella realtà fattuale.

Covid, archeolingua e neolingua

« Nella nostra epoca, è largamente vero che la scrittura politica sia una pessima scrittura. Quando ciò non è vero, si scoprirà generalmente che lo scrittore è un qualche tipo di ribelle che esprime le proprie opinioni personali e non una “linea di partito”. L’ortodossia, di qualunque colore essa sia, sembra domandare uno stile imitativo e smorto. I dialetti politici rinvenibili nei pamphlet, negli articoli di fondo, nei manifesti, nei libri bianchi e nei discorsi dei sottosegretari variano certamente da partito a partito, ma sono tutti accomunati dall’impossibilità di ritrovarvi una figura retorica fresca, vivida, originale. Quando si ascolta un vecchio ronzino che ripete meccanicamente le espressioni familiari sul palco del comizio, come atrocità bestiali, tallone di ferro, tirannia sanguinaria, i popoli liberi del mondo, stare spalla a spalla, si ha spesso la singolare sensazione di non stare osservando un essere umano, ma una specie di marionetta, sensazione che diviene improvvisamente più forte nei momenti in cui la luce viene riflessa dagli occhiali dell’oratore, tramutandoli in dischi vuoti che non sembrano avere degli occhi al di là di essi. E non si tratta nemmeno di lasciarsi prendere dalla fantasia: un oratore che usa quel tipo di fraseologia ha già intrapreso la strada verso il tramutarsi in una macchina. I suoni adatti provengono dalla laringe, ma il cervello non è coinvolto nella stessa misura in cui lo sarebbe se stesse scegliendo le parole da sé. Se il discorso che sta pronunciando gli è familiare a furia di averlo ripetuto in continuazione, potrebbe essere quasi inconsapevole di ciò che dice, come quando si pronunciano le risposte in chiesa. E tale stato di consapevolezza ridotta, seppur non indispensabile, è ad ogni modo favorevole alla conformità politica. »

Ancora: «La grande nemica di un lingua chiara è l’insincerità. Quando c’è uno scarto ra gli obiettivi reali e quelli dichiarati, uno ricorre istintivamente alle parole lunghe e alle usurate frasi fatte, come una seppia che schizza inchiostro […] Quando l’atmosfera generale è malata, la lingua deve soffrire. »

Così George Orwell, nel suo saggio “La neolingua della politica”.

Benché abbastanza lontane nel tempo (1946), queste riflessioni di Orwell si adattano benissimo al contesto attuale, anche per quel che riguarda la comunicazione politica nell’ emergenza Covid. Formule come “il virus non concede deroghe”, “il virus è in espansione” (questa, a nostro giudizio, clamorosa), “ragionevolezza e prudenza”, “siamo all’ultimo miglio” (per quale ragione non usare il sistema metrico decimale?), nonché tutto l’arsenale metaforico e lessicale di importazione bellica, risultano fumose, ambigue, ingannevoli, inutilmente ampollose.

Quale sia il motivo di una scelta simile (pigrizia mentale? Ignoranza? Propaganda?), il risultato è confondere ancora di più il cittadino e allontanarlo da chi dovrebbe decidere della sua “sicurezza” (anch’esso un termine spesso usato in modo criptico o improprio).

TSO: maneggiare con cura

Nei regimi illiberali è sempre stata frequente e comune la pratica di liquidare come “pazzi” i dissidenti e internarli. Ciò risponde anche ad una precisa esigenza propagandistica: il dissenso è illogico in un sistema che si vuole perfetto e ideale, pertanto chi lo pratica deve avere necessariamente qualche problema, qualche tara.

Il difforme diventa allora deforme, quindi da curare, quindi pazzo, una scoria pericolosa.

Benché l’Italia sia ancora un Paese democratico, è innegabile che negli ultimi 14 mesi si sia verificata un’importante compressione dei diritti costituzionali e di quelli naturali, com’è innegabile ci sia stata e ci sia una demonizzazione sistematica e sistemica delle voci contrarie ad una certa narrazione “mainstream”, con accuse di “negazionismo” (termine pessimo che offende la memoria delle vittime della Shoah), fascismo, sovversivismo, leghismo (essere leghisti non è “ipso facto” un male come non lo è essere di sinistra o pentastellati), egoismo, ignoranza, ecc, che non hanno risparmiato neppure scienziati e medici di fama internazionale e di indubbio valore. Volendo considerare anche episodi come quello di Fano* (pur da chiarire in modo esaustivo) o di Ravanusa, tra l’altro non gli unici nella storica del TSO, il timore che da questo si passi a ritenere “plagiato” o mentalmente disturbato, con tutto quel che ne può derivare, chi contesta il sistema normativo emergenziale in atto, non appare del tutto irrazionale e infondato.

Non si cada, insomma, nello scientismo o nel Positivismo più fanatico, ma si tenga sempre a mente che l’uomo è imperfetto e fallibile per definizione, di conseguenza pure la scelta e l’esecuzione di un TSO o delle misure restrittive anti-Covid potranno essere soggette a errori, eccessi ed abusi. La democrazia, si tenga a mente anche questo, mostra invece la sua forza e la sua maturità proprio nei momenti critici, quando è messa realmente alla prova.

*Secondo la preside, il ragazzo di Fano sarebbe stato convinto a ribellarsi all’uso della mascherina (su cui peraltro esiste un ampio dibattito all’interno della stessa comunità medico-scientifica) da un uomo che lei avrebbe preso a pugni. Un’affermazione, a nostro giudizio, molto significativa; perché lo avrebbe preso a pugni? Perché era in effetti un personaggio discutibile o solo perché manifestava un pensiero diverso dal suo e/o dal sopracitato “mainstream”?

Dove può aver sbagliato Fedez

Qualora l’ultima sua mossa non sia stata genuina ma abbia risposto, completamente o in parte, ad una strategia di “marketing”, Fedez potrebbe aver commesso un errore, forse gravissimo e fatale.

Se il suo scopo era infatti far breccia in quella parte d’Italia (collocata più che altro a sinistra) che lo snobbava o malgiudicava e/o ridimensionare gli aspetti più corrosivi e meno convenzionali del suo personaggio, sarebbe infatti bastata l’adesione della scorsa estate al mainstream emergenziale e “chiusurista” sul Covid. Pure il sostegno al DDL Zan non sarebbe stato, di per sé, controproducente (anzi), se manifestato in maniera più sobria e pacata.

Con questa rottura e con questa svolta radicale, Fedez si va invece a legare ad un gruppo di potere che storicamente non gli appartiene e che è, sì, dominante, ma solo per una serie di elementi fortuiti e soprattutto in via temporanea, con il rischio di essere travolto e annientato alle prossime elezioni, o comunque in un futuro molto prossimo.

Anche la potenza di fuoco dell’infuencer/rapper andrà peraltro riconsiderata; il peso dei social viene spesso sopravvalutato dai non “addetti ai lavori” e 2 milioni di fan e follower, ai quali andranno tolti gli inattivi e i fasulli, sono pochi se confrontati ai numeri di una qualsiasi televisione nazionale (un programma di seconda fascia arriva senza problemi a 2 milioni di telespettatori). La rete è uno strumento per arrivare alla ribalta televisiva, perché il piccolo schermo è il media ancora egemonico, in assoluto.

Non va dimenticato, per concludere, che un conto è fare l’infleuncer per un marchio di boxer o di costumi da bagno, altra cosa e conoscere la politica e la comunicazione politica, terreni molto più accidentati e insidiosi.

Fedez…con prudenza

Anche il fatto che Fedez abbia riportato (violando le normative sulla privacy) una versione modificata, ovvero con alcuni tagli significativi, del suo confronto con Ilaria Capitani, può far sorgere dei dubbi sulla sua sincerità nella battaglia a favore de DDL Zan e dell’inclusione. E forse molto più del suo passato, che peraltro è passato (benché meno remoto di quanto alcuni credano o vogliano far credere) o di certe collaborazioni attuali.

Come detto, lui e la moglie sono due importanti influencer, dunque per loro il “personal branding” riveste una centralità assoluta e l’ “immagine” si sovrappone all’ “identità”, molte volte superandola. Personaggi disposti ad usare anche figli neonati per guadagnare follower e fan, abituati a studiare e valutare, sulla base del trend del momento e con l’ausilio dei migliori esperti del settore, ogni singolo passo, anche azioni e gesti che al non “addetto ai lavori” sembrerebbero banali e del tutto naturali.

Di nuovo, il consiglio, in questo come in altri casi, è separare il messaggio, quando lo si ritiene giusto, dal messaggero, resistendo alla tentazione di cadere in panegirici e idealizzazioni forse fuori luogo o frettolosi. C. T. Russell diceva che una buona idea resta tale anche se arriva da Satana; Federico Lucia non è certamente il demonio ma sarebbe raccomandabile un po’ più di prudenza nei suoi vessilliferi dell’ultima ora.

Ernesto “Che” Fedez?

Fedez non è stato “censurato”; semplicemente, la dottoressa Capitani gli ha chiesto di non fare quello che avrebbe potuto essere definito un comizio, attaccando senza contradditorio e da una televisione pubblica, di Stato, pagata con i soldi dei cittadini.

Benché non ci siano elementi concreti a mettere in dubbio la sincerità del rapper nella sua battaglia a favore del DDL Zan o in quella contro il Covid, i suoi trascorsi politici, le sue collaborazioni milionarie con Attori discussi e discutibili (ad esempio Amazon) e la centralità del “personal branding”, per lui e la moglie influencer, lasciano a riguardo qualche perplessità.

Il consiglio, in questo come in altri casi, è separare il messaggio, quando lo si ritiene giusto, dal messaggero, resistendo alla tentazione di cadere in panegirici e idealizzazioni forse fuori luogo.

Comunisti col Rolex…quattro anni dopo

Di per sé non c’è nulla di male nell’ascoltare e nel condividere il parere di un rapper, od ex tale, su tematiche di natura politica o sociale. Dopotutto, il compito degli artisti è anche quello, è raccontare il mondo, da sempre.

Fedele all’austero pedagogismo marxiano e della Scuola di Francoforte, una certa sinistra ha tuttavia sempre guardato con malcelato disprezzo a chi seguiva certi generi e certi personaggi, elargendo “bacchettate” con pedanteria didascalica. E spesso lo fa anche oggi, come spesso anche oggi tende a valutare le esternazioni di una persona, famosa o meno, sulla base del suo titolo di studio (criterio non sempre giusto e affidabile).

Lascia poi perplessi anche l’ex PdC Conte, che parla di censura nei confronti di Fedez (non è così) dimenticando molte performance, non esattamente in linea con i principi democratici, dei suoi due governi, quello con la Lega e quello con le sinistre.