Attentati Non solo religione: i perché dell’odio anti-francese

“Vendetta contro la Francia”; questa, la rivendicazione da parte del ramo nordafricano di Al Qaeda dopo l’assalto all’hotel degli occidentali nella capitale del Burkina Faso. La rivendicazione contiene altre minacce a Parigi: “Combatteremo fino all’ultima goccia del nostro sangue”.

I fatti di Ouagadougou, come quelli di Parigi del 2015, dimostrano come il fondamentalismo islamico sia dunque soltanto il vettore di un sentimento anti-francese diffuso nelle comunità africane a causa della plurisecolare oppressione coloniale e delle politiche di stampo neo-coloniale adottate da Parigi nel Continente Nero. Anche nell’ex Alto Volta, l’Eliseo continua infatti a mantenere contingenti militari a tutela dei propri interessi, mentre i killer del gennaio-novembre 2015 erano quasi tutti francesi di origine maghrebina.

Una soluzione alla nuova ondata di terrore che sta colpendo l’Occidente non potrà di conseguenza che ispirarsi ad una rilettura dell’approccio con il Terzo Mondo, rigettando la tentazione, semplicistica quanto dannosa, di un confronto bipolare con la Mezzaluna.

Colonia. “Tanto lo fa anche il maschio italiano”: l’immaturo (e pericoloso) relativismo etico della sinistra

I recenti fatti di Colonia, Amburgo e Stoccarda (sui quali permangono ancora zone d’ombra e punti da chiarire) , hanno fatto emergere, ancora una volta, tutta l’incoerenza etica di una parte della sinistra migrazionista e femminista, italiana come straniera.

Particolarmente duro e intransigente con l’elemento maschile della propria comunità nazionale e/o culturale (al punto di cedere alle sirene di una disinformazione che fabbrica emergenze come quella del cosiddetto “femminicidio”), questo movimento d’opinione tende infatti a mostrare un’elasticità interpretativa e morale quando, sul banco degli imputati, si trova o viene messo l’Altro, laddove l’Altro appartiene all’universo terzomondista o islamico.

Tale (apparente) cortocircuito logico, che ha la sua archè e la sua spiegazione in una lettura viziata dell’internazionalismo marxiano, del positivismo e del pensiero roussoiano, porta, in casi come quello caso di specie, ad un rifiuto dell’accettazione delle differenze, oggettive, dolorose e stridenti, tra la società arabo-islamica e quella occidentale. Una lettura miope e ideologica della realtà esattamente come quella del pensiero razzista, che non tiene conto del background culturale e storico di un segmento consistente del mondo dell’Altro e con disinvoltura mette sotto il tappetto l’evidenza di legislazioni concepite e strutturate per limitare e comprimere le libertà fondamentali della donna, secondo modelli che non hanno riscontro in nessun progetto occidentale.

Denunciare il maschilismo e l’oggettivazione della donna in “casa nostra” (fenomeni presenti nella stessa misura della misandria e dell’oggettivazione maschile) come unica forma di risposta alle polemiche seguite ad episodi come quelli tedeschi e al dibattito sui fenomeni migratori, non è dunque che il risultato naturale di questa logica perversa e perversamente sbagliata.

Solo un’indagine più razionale del presente e della storia potrà sottrarre un ambito delicato come quello dell’integrazione e della convivenza all’azione del populismo reazionario (i molestatori di pochi giorni fa sono solo una parte infinitesimale degli stranieri in Germania) ma la resistenza di certi legacci ideologici fa sembrare questo traguardo ancora lontano.

Elezioni spagnole: quando il “vento” iberico diventa un venticello

Spain's Prime Minister and People's Party (PP) leader Mariano Rajoy applauds during the final campaign rally for Spain's general election in Madrid

Nonostante la Spagna sia, dopo la Grecia, il membro dell’Eurozona maggiormente colpito dalla crisi (situazione aggravata da una fragilità endemica dell’impalcatura economica del Paese), il partito di governo è riuscito a confermarsi al primo posto, pur con un’evidente emorragia di consensi.

Dall’altro lato, l’alternativa anti-sistema di Pablo Iglesias avanza ma non sfonda, attestandosi in terza posizione dietro al PSOE, uno dei due bastioni della politica tradizionale spagnola.

Quarta e staccata la lista Ciudadanos – Partido de la Ciudadanía, altra forza con velleità di rottura.

Una disamina delle Elecciones Generales scevra da ogni tentazione ideologica o partigiana dimostrerà dunque come la balcanizzazione dello scenario parlamentare non si sia tradotta, di fatto, in un ribaltamento degli equilibri di potere a vantaggio delle nuove compagini e in una rivoluzione sostanziale.

Putin, Renzi, le sanzioni e l’ombra di Brzezinski: na scommessa che vale la pena tentare

 

Renzi-Putin-1024x620-1425580024Definendo il collasso dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, Vladimir Putin voleva alludere alla scomparsa di una patria per 25 milioni di suoi connazionali, trovatisi da un giorno all’altro all’interno di entità statuali nuove e non russe.

Dall’esigenza di tutelare questa comunità, percepita come minacciata, e da motivazioni di tipo economico-strategico, l’archè della nuova politica assertiva del Kremlino nello spazio dell’ex URSS (Ucraina, Georgia, Moldavia, ecc).

Lo scopo delle sanzioni nei confronti di Mosca è dunque quello di frenare o fermare, senza ricorrere al confronto armato, questo rigurgito neo-imperiale, proteggendo gli stati sovrani nati dal collasso del gigante socialista ed oggi messi in pericolo.

La scelta renziana di negoziare e rivedere le misure restrittive a danno della Federazione Russa ricalca quel “new thinking” brezinskiano-carteriano che, rigettando il precedente “linkage” voluto da Nixon e Kissinger e basato su un sostanziale ripiegamento degli USA sulla tema dei diritti umani nell’Est Europa, subordinava la distensione e gli scambi commerciali con Mosca ad un pieno rispetto, da parte dell’URSS, degli accordi di Helsinki sui diritti civili dei cittadini d’oltre-cortina (terzo “paniere” o “basket”) .

Magari una giocata troppo ardita, da parte del capo del governo italiano (da non sottovalutare, tuttavia, anche i grandi legami commerciali tra i due Paesi) ma forse capace di rendere i frutti sperati, soprattutto in considerazione delle gravi difficoltà patite in questo momento dalla Russia; pur non deponendo l’arma delle sanzioni ma scegliendo una linea più “morbida” e “flessibile” (del “bastone e della carota”), l’Occidente potrebbe, in buona sostanza, indurre Putin a rinunciare alle sue velleità espansionistiche senza che vengano macchiati ed intaccati la sua reputazione ed il suo consenso interno.

La propaganda politica e la delegittimazione dell’avversario da Colin Powell a Vladimir Putin

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Le accuse russe rivolte alla Turchia in merito all’acquisto di petrolio dall’ISIS (ad oggi prive di ogni riscontro documentale) ricalcano alcune metodologie classiche e peculiari della comunicazione propagandistica di tipo politico.

Da un lato, Mosca cerca infatti di delegittimare Ankara attraverso il sistema della “proiezione” o “analogia” e dell’ “etichettamento” (l’avversario viene associato all’idea, respingente, dello stato islamico e del terrorismo) mentre, dall’altro, cerca di fare appello alla lotta contro il “nemico comune” (il fondamentalismo), elemento a sua volta legato alla giustificazione dell’iniziativa putiniana in Siria (“bontà delle nostre guerre”- “guerra giusta”), in realtà a vantaggio esclusivo dell’alleato-cliente assadiano.

Si tratta, in linea di massima, di propaganda “grassroots” (rivolta agli strati intellettualmente e culturalmente meno evoluti della platea) ma capace di sfondare , grazie alla componente ideologica (l’odio anti-islamico e quello anti-americano), anche nei settori più avanzati della pubblica opinione.

Putin sceglie dunque le stesse procedure persuasive tipiche dell’Occidente e che videro un largo impiego a Washington ai tempi delle campagne dei primi anni 2000.

Nella foto: Vladimir Putin e  Recep Tayyip Erdoğan

Il crocifisso e le aule “a pezzi”: quando il benaltrismo è laico (e di sinistra)

Contrapponendo, in un esercizio puerilmente benaltristico, la polemica sul crocifisso nelle aule alle carenze strutturali (vere o presunte) degli edifici scolastici italiani, il movimento d’opinione laico non si dimostra diverso da quel populismo d’accatto che, spesso, contesta e denuncia.

Si tratta, in ultima analisi, di un’arma retorico-propagandistica concettualmente debole, per questo priva di una sostanziale capacità di penetrazione e sedimentazione.

Le antistoriche pretese di Mosca sul Montenegro: un segnale per i moderati che guardano ad Est.

La protesta russa per l’imminente ingresso del Montenegro nella NATO costituisce, senza tema di smentita, un segnale sulle reali intenzioni imperialiste e antidemocratiche del Kremlino, sempre più orientato verso il recupero di quella Dottrina Breznev (della “sovranità limitata”) di sovietica memoria.

Benché il Montenegro sia una nazione indipendente (dunque libera di scegliere la sua politica estera) , membro ONU, membro UE, parte dell’Eurozona e collocata in un’area geografica, quella balcanico-adriatica, lontana dalla Federazione Russa, Mosca sembra infatti rivendicare su Podgorica una sorta di ” diritto di superficie” in ragione dell’esperienza storica yugoslava.

Dall’altro lato, l’invito a Podgorica dimostra tutta l’inconsistenza del potenziale deterrente russo al di là della retorica muscolare putiniana.

Gesù arabo e il Presepe arabo. Non esattamente.

Crozza675Sulla scia delle polemiche riguardanti l’esposizione di simbologie sacre negli uffici pubblici, si è affermato un “leitmotiv”, ripreso anche da Maurizio Crozza e rimbalzato sui social network, secondo cui i personaggi del Presepe e lo stesso Gesù “erano tutti arabi”.

A questo proposito si rendono necessari alcuni chiarimenti:

1) Gli Arabi arrivarono in Palestina (come invasori) soltanto tra il VI e il VII secolo d.c

2) Gesù di Nazaret era un ebreo di lingua ebraica

3) Gesù di Nazaret nacque all’interno di un regno ebraico (di Erode il Grande, secondo i Vangeli)

4) Il nome “Palestina” (terra dei Filistei”) risale a prima dell’invasione araba

Lo stravolgimento della storia e della storiografia a fini propagandistici produce, sempre ed in ogni caso, effetti negativi e contrari a quelli prefissati.

Quel fondamentalismo islamico che piace al “crociato” Putin: il caso iraniano.

BN-LK207_1123pu_J_20151123114511“Putin è una grande figura per il mondo attuale”; così l’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, a proposito del leader russo.

Stato teocratico, l’Iran è, a partire dalla rivoluzione khomeinista del 1979, tra i maggiori perturbatori dell’area, irriducibile nemico dell’Occidente e di Israele e solido alleato di Mosca.

Questo evidenzia che:

-gli interessi della Russia putiniana e quelli del mondo democratico non sono contingenti

-la lotta di Putin all’ISIS non è motivata dall’esigenza di distruggere il fondamentalismo in quanto tale ma da quella di proteggere l’alleato assadiano. L’esercito russo combatte, infatti, anche le milizie democratiche che si oppongono all’attuale regime siriano.

Con una piccola concessione all’estro immaginativo, è dunque lecito pensare che se Bashar al-Assad fosse filo-atlantico oggi Mosca sosterrebbe il “Califfato” contro di lui.

Solesin contro Lo Porto: l’amoralità del propagandismo reazionario

In questi giorni la rete sta assistendo ad un’esplosione di link che, mettendo a confronto la Solesin con un cooperante italiano ucciso in Pakistan (tale Giancarlo Lo Porto) segnalano, polemicamente, la differenza tra il trattamento mediatico delle due vicende.

Non è un caso che questa polemica sia nata dopo la comparsa di una foto che ritraeva Valeria con uno zaino di Emergency e dopo le dichiarazioni, laiche e pacificatrici, dei genitori della giovane; si tratta, infatti, di una strategia ritorsiva subdola e strisciante, mirante a ridimensionare l’impatto emotivo per la morte di una persona (la Solesin) che non può essere usata come ariete di sfondamento dal propagandismo reazionario ed islamofobo.

Nell’impossibilità di sferrare un attacco diretto e frontale a Valeria ed alla sua famiglia (si tratterebbe di un’azione respingente sotto il profilo morale e, dunque, inefficace sotto quello strategico) ecco che la rappresaglia viene incapsulata in una veste più accettabile, capace di garantire maggiori chances di penetrazione.