ProvviRenzi

Secondo la dottrina cristiana, la Divina Provvidenza si esprime e manifesta per mezzo di un’intersezione apparentemente causale e contorta di eventi che, però, ha una progettualità ben precisa e definita leggibile soltanto attraverso gli occhi, bendati, della fede. Riducendo il concetto all’ambito più squisitamente immanente e secolarizzato della politica, il “knock down” subito dal centro-sinistra potrebbe trasformarsi, paradossalmente, nell’occasione irripetibile per parcheggiare “in omne tempus” (rendendolo inoffensivo) Silvio Berlusconi. Il pareggio, con il conseguente fallimento del progetto bersaniano, consegnerà infatti la leadership del cartello politico-elettorale liberal a Matteo Renzi, il quale è senza tema di smentita, al pari e in sinergia con Grillo, l’unico in grado di raschiare il principale serbatoio di voti del Cavaliere, drenandogli i consensi di quell’uomo qualunque da sempre sensibile ai richiami del populismo-qualunquismo-liquidismo.
Renzi
Il borgomastro fiorentino è abilissimo populista nell’accezione storico-politica del termine, e lo è quanto e forse più del leader pidiellino e del comico genovese; la rottamazione, le campagne contro la “casta”, l’esperienza, trionfale, da sindaco e presidente di provincia, il giovanilismo fatto di maniche tirate su e di “X” al posto dei “per” nelle insegne dei suoi comitati (un orgasmo per chiunque sia dentro la comunicazione e il giornalismo) confezionano il ritratto ideale di un capo forte, giovane, capace, nuovo. L’apparato gli rimprovera quisquilie salottiane come il non aver conferito la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro o l’aver sfrattato gli immigrati in protesta contro la “sanatoria truffa” o ancora aver appoggiato politiche di tipo liberistico, senza però capire, di nuovo, di nuovo e di nuovo, che all’uomo della strada, a quel segmento che sposta l’ago elettorale dal 1946 e forse da prima, tutto questo non importa. Anzi.

“Che ci importa dello spread?”

Disse il nostro ex Presidente del Consiglio ai microfoni di “Unomattina”. Negli anni ’50 del secolo XXesimo, l’Argentina di Peron si trovò alle prese con una ponderosa svalutazione della propria moneta nazionale, il Pesos, nei confronti del Dollaro americano. Tale situazione produsse gravissime ripercussioni sul commercio estero e sulla produzione interna del Paese sudamericano, ma Peron, arringando il popolo durante un comizio, coniò un formidabile: “voi quando andate al mercato comprate con i pesos o con i dollari? E allora, che vi importa del dollaro?” e la folla, eccitata nel suo ingenuo orgoglio patrio, sommerse il dittatore con un’ovazione scrosciante lasciandosi alle spalle ogni interrogativo. Sappiamo tutti che cosa accade nei decenni successivi: l’Argentina, che fino agli anni ’40 vantava un PIL superiore a quello inglese, scivolò sempre più tra le spire di in una crisi economico-politica dalla quale non è ancora riuscita a riprendersi e che, forse, non avrà mai soluzione. Non è diverso il populismo berlusconiano rispetto a quello peronista, né è meno pericoloso; quando il Cavaliere e i suoi intervengono demagogicamente sulla moneta unica, sulla UE, su Maastricht (i cui parametri sono de facto “scaduti” da oltre dieci anni) o sul problema spread, lo fanno con l’intento preciso e capzioso di arrivare allo stomaco dell’uomo della strada, di quello che la sociologia politica definisce con il termine “grass”, il “prato”, e questo mediante la semplificazione, altro (rovinoso) strumento della propaganda classica. Perché perdersi ed affaticarsi in articolate analisi di tipo economico-finanziario, quando è sufficiente fare un passo verso il basso per guadagnare oceani di consensi ed approvazioni? “Che ci importa dello spread?” E’ diversa, questa formula, da quella, sciagurata, lanciata da Peron in quel comizio lontano? O dalla retorica pecoreccia, antisociale, razzista e sessista dei redneck, degli white trash e dei loro guru Michael Reagan, Gordon Liddy , Rush Limbaugh, ecc, nel profondo Sud dixie dove un “support our troups” basta per far dimenticare lo sfruttamento del dipendente e dell’ecosistema da parte delle grandi corporations? Non credo..

Fu vera (contro)informazione?

Tra i tanti miti sull’informazione, spopola e prospera quello che vorrebbe la (contro)informazione e le sue varianti come oasi di onestà deontologica, libero scambio di idee e proposte e volano per l’estro speculativo più genuino. Nulla di più falso e ingannevole. Sarà infatti sufficiente assumere a paradigma alcune delle bufale cui i social network stanno facendo da cassa di risonanza negli ultimi anni, per rendersene conto. Prendiamo la panzana della Grecia in balìa di scontri e violenze e con i supermercati assaltati; in questo caso, la controinformazione fa ricorso ad alcuni degli strumenti tipici dell’informazione “ufficiale”, generalmente bollata e snobbata come asservita. Eccone alcuni: propaganda di tipo “grigio”. Si parte da una verità di fondo (la crisi economica greca e gli scontri del 2010) per ricamare una facile trama ad uso e consumo delle menti più pigre e suggestionabili. Il motivo? Creare un grimaldello per scardinare la credibilità dell’UE e di Paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra e l’Italia. Ecco allora che si passa alla fruizione del “capro espiatorio” (le grandi potenze e l’eurozona), del “senso comune” (linguaggio familiare per esprimere concetti familiari, in modo da far credere allo spettatore-lettore che le posizioni del propagandista siano le stesse dell’uomo comune e del comune sentire), e dell’enfatizzazione della paura (precipitare nell’anarchia e nella violenza a causa dei sopracitati capri espiatori). Come si può facilmente osservare, i virtuosi dell’informazione “libera” non sono differenti, nella sostanza e nella morale, dalle agenzie di comunicazione assunte dalla NATO durante le operazioni di guerra o dagli “embedded”, i cronisti “incastonati”, inquadrati nei conflitti per dire quello che l’occidente e le multinazionali petrolifere di turno desiderano.

Ingovernabilità e uomo qualunque

Pur trovandoci impantanati nelle atroci spire dell’ingovernabilità, c’è una nota positiva non di poco conto, un vento di cambiamento verso il quale dobbiamo guardare con occhio benevolo e in modo ottimistico; l’uomo qualunque, per la prima volta in 20+50 anni, ha deciso di portare il suo voto altrove, ed è un segnale che potrebbe rappresentare l’atomo e il detonatore del rinnovamento civile.

Non scordiamo, inoltre, che rispetto al 2008 il PdL ha perduto qualcosa come 6 milioni di voti. Tanto decantato, ma non dalla matematica.

Ancien Règime e populismo

Caratteristica peculiare di ogni “Ancien Régime”, nelle dittature come nelle società “aperte”, è il ricorso a termini e concetti come “populismo”, “qualunquismo” e “demagogia” per spezzare la schiena a quelle istanze di cambiamento e rigenerazione sociale in grado di mettere in pericolo la solidità castista dello status quo.

Bersani e il giaguaro

Messa da parte la facile e truculenta ironia cui il personaggio Pier Luigi Bersani si presta, vorrei spezzare una lancia in suo favore; non è cosa semplice ed agevole prevalere su un competitor che dispone del potere mediatico-economico di Berlusconi e che può contare su un cartello politico-elettorale del tutto privo di una reale collegialità e di una fisionomia consociativa. Non lo è, in special modo, quando al populismo-qualunquismo del proprio avversario si preferisce la trasparenza dei pensieri lunghi della responsabilità civile. A Bersani è stato infatti rimproverato il non aver parlato alla “pancia” del popolo italiano, ma come ho già avuto modo di sottolineare, un leader dev’essere una guida (“to lead”) non un (in)seguitore, un folower degli umori della piazza. Bersani non ha scelto il facile consenso che la strampalata promessa della restituzione di un’imposta può garantire, e questo lo ha sicuramente penalizzato in termini di voti. Ma non di dignità. Agli occhi della storia, sarà lui ad avere il braccio alzato.

Suicidio

Tra le tante e discutibili strategie messe in campo dalla propaganda politica, quella in assoluto più squallida, abietta ed infame è la strumentalizzazione delle morti per suicidio. Il suicidio rappresenta molto probabilmente l’atto più indecifrabile che la mente umana possa giungere a produrre e concepire, in quanto assale e contraddice l’istinto di conservazione, la molla primordiale di salvaguardia della vita in e per ogni essere vivente, animale come vegetale. Nessuno è (ancora) in grado di venire a capo della complessa intersezione minoica di fattori genetici, ambientali, biochimici e psicologici alla base di una tanto drammatica decisione, tantomeno può essere accettata nel dibattito l’intrusione dell’opportunismo politico, con il suo carico di semplificazione e miseria tornacontista. Vergognatevi, sciacalli

Signor Rossi e Joe Sixpack

“I militanti antiarmi di solito non devono scendere dall’autobus di rtiorno dal lavoro, quando fanno il secondo turno. Non devono giocare a rimpiattino fra un lampione e l’altro all’una di notte per portare i panni sporchi alla lavanderia a gettone, e rimanere lì per un’oretta, di solito senza nessun altro, illuminati al neon dietro la vetrina del negozio come carne fresca in mostra guarnita con una borsetta o un portafogli invitante, e poi fare la corsa a zig zag verso casa con la divisa da cameriera o da commesso del fast food fragrante di bucato. Barack Obama non ha mai dovuto farlo. Hillary Clinton non ha mai dovuto farlo. E nemmeno buona parte della borghesia americana ha mai dovuto farlo. Il valore del Secondo Emendamento a loro sfugge del tutto”

Chi scrive non è un repubblicano esaltato con in casa i poster di Ronald Reagan e Barry Goldwater, ma un “redneck” democratico e di fede socialista: il giornalista e scrittore Joe Bageant. Con grande maestria, Bageant ha saputo fotografare in queste poche righe uno dei paradigmi più esplicativi e totemici del fallimento strategico e gestionale di buona parte della sinistra contemporanea (non solo statunitense) e della sua incapacità di sintonizzazione sui bisogni del cittadino comune: la sicurezza. Quello che infatti è o dovrebbe essere un bisogno ed un diritto primario del cittadino, in special modo nelle società democratiche e garantiste, viene percepito, snobbato ed etichettato come emanazione di gretti e miopi ventralismi, dell’istintualità più primitiva e come un artificio mediatico di persuasione; il cittadino spaventato che si rivolge al politico/amministratore “liberal” per avere quella protezione ed assistenza che, de facto, paga con le proprie tasse, si vede rispondere con un’alzata di spalle, con sgangherate teorizzazioni proto-pseudo-sociologiche e con l’invito a non trascendere verso tentazioni di stampo reazionario e fascista. Qualsiasi iniziativa volta al contenimento delle potenzialità criminali viene quindi stoppata, ostacolata e rigurgitata, con il risultato, paradossale, di fomentare ed arricchire proprio quel corteo di primordialità che si vorrebbe evitare. Diametralmente opposto è il comportamento delle destre, che dopo aver perso il treno dei grandi movimenti di massa del primo ‘900 (quelli della seconda porzione di secolo hanno una spinta propulsiva più concettuale ed elitaria), hanno imparato a fare un passo verso il basso per parlare con l’uomo qualunque dei problemi dell’uomo qualunque con il linguaggio dell’uomo qualunque. E, si badi bene, l’uomo qualunque non è un’astrazione o una creazione mitopoietica, ma quella massa, quella “folla”, come la definiva Giannini, che sposta l’asse elettorale e che manda avanti la macchina stato ogni giorno con il proprio lavoro. Mentre i “liberal” organizzano conferenze per capire quale motivo induca un ubriaco ad infilare la bottiglia di birra tra le gambe di una pendolare all’una di notte, le destre scendono in piazza con il salumiere, con la casalinga, con il pensionato che hanno paura ad uscire di sera. Certo, alla prova dei fatti molto spesso non riescono a mettere in campo progettualità efficaci, ma non snobbano il “Signor Rossi” o “Joe Sixpack” sventolandogli in faccia una superiorità culturale e civile che sono ben lungi dal possedere. Si domandi , la sinistra, per quale motivo in ogni latitudine del circuito occidentale si sia guadagnata la fama di “frikkettona” , “radical chic” e stereotipi di simil fatta, e , soprattutto, si liberi dal mito del “buon selvaggio”, costretto a delinquere delle demoniache congiunture partorite dall’orrido capitalismo.

Leader e Follower

Il termine “leader” deriva dall’Inglese “to lead”, che significa “dirigere”, “guidare”. Compito di un leader è, per l’appunto, quello di condurre il timone, di imprimere la direzione. Nel populismo, il timoniere diventa invece un “follower”, un seguitore (“to follow”), anzi, un inseguitore, un inseguitore della pancia della comunità che dovrebbe accompagnare con saldezza e senso del dovere. Con l’orecchio teso al gorgoglio istintuale, il “follower” parcheggia o depone i pensieri lunghi ( e spesso sgraditi) della responsabilità civile per il tornaconto del momento, abbandonando il popolo a se stesso e con le conseguenze che la Storia ci illustra.