L’Italia,i Maro’ e quella liberta’ che non sappiamo di avere

« Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. »

Queste le parole pronunciate da Yukio Mishima prima di compiere il suicidio rituale. Era il 25 novembre del 1970. Mishima, paramilitare e patriota, non poteva tollerare quello che reputava un asservimento del Giappone agli USA e all’Occidente entro i termini, durissimi (ma giusti), del Trattato di San Francisco. Tale carta impediva infatti al Giappone di possedere un esercito, che non fosse di autodifesa, affidando la protezione dei confini agli Stati Uniti. Dopo la resa, l’ex impero del Sol Levante subì un’occupazione “manu militari” da parte di Washington che si protrasse per anni ed il totale smantellamento della sua architettura costituzionale, sociale e culturale. Stessa sorte toccò alla Germania e all’Austria. Solo una potenza, tra quelle uscite sconfitte dall’esperienza bellica, seppe scampare ad una punizione tanto dura: l’Italia. Questo perché la co-belligeranza del demonizzato Maresciallo Badoglio (demonizzato da chi non possiede gli strumenti di analisi necessari all’interazione con le scienze storiche oppure è accecato dal furor ideologicus) ed il ruolo della lotta partigiana, indussero gli Alleati a concedere a Roma un trattato di pace entro termini più morbidi ed elastici rispetto a quelli dei nostri ex compagni si sventura. Evitammo così l’occupazione del suolo nazionale, la destrutturazione del nostro edificio civile e potemmo disporre, e possiamo disporre, di una libertà di manovra mai concessa, o concessa molto tardivamente, a Berlino e Tokio (si pensi alla coraggiosa ed illuminata politica filo-araba di Craxi e della DC, a Sigonella, alla possibilità di inviare truppe all’estero già dagli anni ’40-50, di possedere portaerei e di progettare armi nucleari per una “force de frappe” con Parigi, progetto poi accantonato all’inizio degli anni ’80, al numero relativamente limitato di truppe americane sul nostro suolo, ecc). A molti nazionalisti a corrente alternata che fanno spallucce, per mero e squallido calcolo elettorale e di pentola, quando Bossi&co dicono di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore, piacerebbe che Monti inviasse la portaerei Cavour nell’Oceano Indiamo o i Tornado armati di bombe nucleari sui cieli di Nuova Dehli, ma il nostro Paese non può farlo, e non può farlo, ripetiamolo, perchè ha perduto quella scommessa armata scelleratamente voluta da Benito Mussolini e perchè per 50 anni ha avuto bisogno (come la Germania, il Giappone e la Sud Corea) della subordinazione-protezione degli ed agli USA in ragione del nostro ruolo di cuscinetto tra l’EST e l’OVEST. Motivo, tra l’altro, per cui abbiamo dovuto soprassedere sul Cermis, così come tedeschi, giapponesi e sudcoreani soprassiedono, dal 1945-1953, sui crimini che gli “yankees” perpetrano spavaldamente in casa loro. Per quel che concerne il caso Marò, Monti non avrebbe potuto fare altrimenti, salvo condurre alla garrota 400 aziende italiane che operano in India per un fatturato di 10 miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Indubbio, ovviamente, esista un “secret deal” sotto forma di piano b che consenta a noi di riportarle in patria i fucilieri non appena placatasi la tempesta e ai nostri “contenders” di salvare la faccia.

Caso Maro’: elogio controcorrente del governo

Quali che fossero i termini che articolavano il “secret deal” tra Italia e India in merito all’ affaire Marò, il lavoro del nostro Governo si era dimostrato, ancora una volta, eccellente. L’obiettivo di riportare a casa i due militari era stato pienamente centrato, mentre sulla sponda opposta, il premier indiano non aveva fatto i conti con la propria opposizione interna (socialdemocrat­ica ma non antinazionale, a differenza dei nostri “liberal” cresciuti alle Feste dell’Unità) e con la virulenta pressione della stampa. Una svista non di poco conto, tanto da costringere Nuova Dehli ad una brusca inversione di rotta tradottasi nel ricatto di far saltare affari e commesse a ben 400 aziende italiane. Il Governo Monti si è quindi trovato a dover scegliere tra l’interesse di migliaia di nostri imprenditori e lavoratori (e su entrate per miliardi di euro) ed un principio che si presentava con il volto del nazionalismo più puerile, obsoleto e pancista. Come buonsenso detta, ha optato per la prima soluzione. Solo un osservatore molto ingenuo o del tutto contaminato dal furor ideologicus potrebbe ignorare l’esistenza di un nuovo “patto” tra noi e gli Indiani, in modo da rendere salva la vita (e la libertà) ai due fucilieri non appena placatasi la tempesta e da permettere a Nuova Dehli di salvare, com’è giusto che sia, la faccia. Molti si chiedono che cosa avrebbe fatto Berlusconi, qualora si fosse trovato al posto di Terzi e di Monti; la stessa cosa, giacché altro non era possibile né sensato fare. Una postilla: chi blatera di dignità nazionale violata ed offesa, dov’era quando la Lega Nord per l’indipendenza della Padania diceva di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore? Faceva spallucce e minimizzava, e questo per squallido calcolo elettorale. Nazionalismo a targhe alterne? No, grazie. P.s: Chico Forti è ancora rinchiuso in un carcere federale della Florida. In questo momento sta contando le ore in un buco di 2 metri per due.

“Ius Soli”

Lo Ius Soli ha dalla sua parte la Storia, intesa non già come scienza statica ma come portato di un meccanismo dinamico e di un’attitudine a fondamento della comunità umana stato e, successivamente, nazione. Per questo, anche per questo, si allo Ius Soli. Illogico ed amorale negare la cittadinanza ad un individuo che nasce in Italia, che in Italia studia e che magari parla uno dei nostri dialetti

C’è’ un grande vecchio in Danimarca (però vive a Genova e dà i voti al Governo Bersani).

All’osservatore­ sufficientement­e esperto in materia di informazione mediatica, non potrà sfuggire la singolarità dell’attenzione­ rivolta, ben prima delle ultime consultazioni politiche, al Movimento 5 Stelle. Mai, infatti, un raggruppamento ancora sprovvisto di una rappresentanza parlamentare (a Roma come a Strasburgo) e che, nel caso della legione pentastellata, solo una manciata di mesi fa aveva raggranellato un misero 3% nella capitale economica del Paese, era stata concessa una simile esposizione. Corsivi, incontri, schermaglie speculative tra i più illustri sociologi della politica e , soprattutto, il grande palco, il più ambito ed efficace: la televisione. Perché? Le motivazioni trovano spazio in un ventaglio sicuramente molto ampio, e tra di esse fa capolino una che strizza l’occhio alla dietrologia, ma forse no; non è infatti un mistero come nei tempi più oscuri della nostra storia unitaria, forze interne e/­o esterne note o meno note abbiano sostenuto dietro le quinte partiti e movimenti allo scopo di stabilizzare, o ristabilizzare, il Paese. Il PNF (esperimento com’è noto sfuggito grossolanamente­ di mano), l’UQ, i partiti a sinistra del PCI, il PRC, il PdCI, la Lega, FI avevano, nelle intenzioni dei loro criptici mecenati, lo scopo di arginare le frange e le fronde più radicali della politica e della piazza. In un segmento storico tanto complesso e difficile come quello attuale, con una crisi che si presenta come la più virulenta dal 1929 e il termometro dell’antipoliti­ca che ha ormai fatto schizzare il mercurio fino al soffitto, il M5S può riuscire ad incanalare nel rassicurante alveo dell’istituzion­alità quei soggetti, quelle aspirazioni e quelle rivendicazioni che, altrimenti, potrebbero trovare risposte nell’estremismo­ anticostituzion­ale e nel giacobinismo più violento. Immaginiamo un Paese come l’Italia, membro del G8, fondatore dell’Unione Europea, ottava potenza economica planetaria e quarta continentale, una comunità di 61 milioni di abitanti con la nona macchina militare mondiale e un carico storico e culturale pentamillenario­, preda della folla e di progettualità contrarie allo status quo; quale potrebbe essere l’impatto di una simile sterzata nella percezione e nelle sensibilità degli altri popoli del circuito occidentale? Rifondazione e il PdCI sfilavano a Genova con le bandiere rosse per poi allearsi con Dini e Mastella e votare tutte le iniziative militari dell’esecutivo cui appartenevano e quei provvedimenti, come il Protocollo sul Welfare, che hanno fatto diventare maggiorenne il precariato. Allo stesso modo, la Lega è passata dai riti neopagani nei boschi alla richiesta di apporre la croce sulla bandiera nazionale. “Issue parties”, cuscinetti tra il potere e l’istintualità più ribollente e centrifuga che hanno contribuito a tappare i buchi della malagestione nazionale. Che sia, adesso, il turno delle armate grilline? Forse no, ma intanto lo zoppo Pier Luigi ha l’incarico, e questo alle mie orecchie sussurra una parola: appeasement.

Pas,cui prodest?(Il paleofemminsmo che uccide)

In una nota stampa, la consigliera regionale tabacciana Maria Luisa Chincarini commenta la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione del Tribunale dei Minorenni di Padova che dispose, in ragione di un sospetto caso di PAS, l’affidamento di un bambino alla tutela del padre, revocandolo alla madre insieme alla patria potestà. Chincarini si spinge oltre, molto oltre, arrivando a negare la fondatezza scientifico-statistica della PAS, e questo sulla scorta di un impianto documentale del tutto superficiale, lacunoso e affidandosi ad un registro semantico smaccatamente inadeguato alla problematica. Cui prodest? A chi giova?, si chiedeva Seneca? E qui, la nostra indagine si imbatte nel cardine e nell’atomo della “quaestio”; la consigliera è donna, e la PAS, nell’80% dei casi, ha come responsabile primo e sviluppatore il genitore affidatario, il quale, ancora, nel 90% dei casi è donna. Chinchiarini chiude la nota auspicando la centralizzazione degli interessi del minore (“…il nostro auspicio, infatti, è che la sentenza della Corte di Cassazione faccia da apripista per i tanti casi di affidamento ancora irrisolti affinché via sia un vera tutela dei diritti e della volontà del minore..”), ma in realtà, la sua è squisitamente una crociata di genere a trazione misandrica, volta non già agli interessi del soggetto realmente debole ed indifeso, ovvero il bambino, ma a quello della comunità sessuale cui appartiene. Cui prodest? Giova a lei, al suo genere (o almeno questa è l’intenzione); che importa, nella sostanza, del beneficio del piccolo? L’interesse di pentola prevale sulla ragione morale e sul buonsenso, con il bambino che si vede penalizzato due volte, senza possibilità di difesa ed opposizione alcune, stretto tra le morse di un torchio che ha da un lato il volto della follia più revanscista e frustrata, dall’altro quello di un politicamente corretto malato, irrobustito da una cintura culturale mitologica di stampo mariano-mammista sublimante il ruolo della donna e della madre. Il minore, non dimentichiamolo, non dispone del diritto di voto, di conseguenza non ha un potere contrattuale specifico da mettere in campo per far valere le proprie esigenze e rivendicazioni. Siamo noi adulti a doverci far carico dell’onore e dell’onere dei suoi interessi. Trasformarlo in un ariete per sfondare la porta dell’assennatezza così da raggiungere i nostri propositi particolari, è un atto criminale, prima ancora che irresponsabile. Come non mi stancherò mai di ripetere, la strada per porre fine o rimediare ad ad un torto non passa attraverso la realizzazione di una disparità in senso opposto. In questo caso, il messaggio che passa, sottotraccia ma a ventaglio, è la classificazione degli esseri umani sulla base di una gerarchia genetico-biologica in senso qualitiativo assegnante al genere femminile il primato. Il modus cogitandi atque operandi non diverge, nel metodo e nel merito, dal razzismo classico e dalla biopolitica nazista.

Celestine (o Jelestine) Valentine e Ajesh Binki

Celestine (o Jelestine) Valentine e Ajesh Binki. Alla stragrande maggioranza di noi, questi due nomi non diranno nulla, ed è per questo che ho deciso di proporli all’attenzione della mia piccola platea. Sono i due giovani pescatori uccisi dai Marò italiani. Anonimi assembramenti di lettere dietro i quali trovava spazio un universo unico ed irripetibile, com’è la vita di ciascuno di noi. Celestine (o Jelestine) Valentine e Ajesh Binki: ragazzi, lavoratori, padri. Al di là delle ragioni della giurisprudenza,­ mi sembrava giusta ed opportuna questa testimonianza

Sant’Iene

Ricordiamoci qual è la proprietà del canale televisivo che manda in onda “Le Iene”. Ricordiamolo, prima di farci prendere la mano da facili entusiasmi e prima di costruire vitelli d’oro da mettere sugli altari della cultura civile. I più attenti ricorderanno l’operazione sistematica di demonizzazione posta in atto dal programma ai danni dell’operatore di telefonia mobile Blu dopo che Berlusconi aveva ritirato le sue quote azionarie dal gruppo.

Ancora sui Maro’:dietro lo specchio

Da “Internazionale­”:

“Dietro il tradimento italiano si nasconde un sofisticato razzismo”, scrive First Post. L’Italia non sta contestando il crimine o la colpevolezza dei marinai, e alle famiglie delle vittime è stato anche offerto un risarcimento: semplicemente il governo italiano non può accettare che dei giudici indiani dalla pelle scura possano giudicare i suoi cittadini”.

Si tratta di “arroganza razziale” anche per The Hindu Business Line: “i mezzi di comunicazione e l’opinione pubblica italiana hanno sempre mostrato indifferenza verso la morte dei due pescatori indiani”. Secondo il quotidiano per gli italiani i popoli del sudestasiatico sono rappresentati “dallo stereotipo dell’immigrato che vende fiori per le strade di Roma”.

Ecco perché, per l’Italia, “salvare i loro marinai da un “paese del terzo mondo” è un motivo di orgoglio nazionale più che di obbligo politico.

Aggiunta personale: il “secret deal” tra i due governi è poi tutt’altra cosa. Un segreto di Pulcinella di cui sono a conoscenza anche le stesse opposizioni indiane. Nuova Delhi deve giocare a fare la voce grossa per un po’, forse in cambio di un voto favorevole in sede ONU da parte di una potenza del G8 come l’Italia sulla questione Kashmir. A scanso di equivoci, chi scrive proviene da una famiglia di militari. La mia analisi è scevra da qualsiasi pregiudizio di tipo ideologico.

Stato e magistratura: quella separazione che porta all’unità

No secco, categorico e inappellabile all’ elezione del giudice Piero Grasso alla seconda carica istituzionale. Se vogliamo cessino l’odio per la magistratura e lo scontro tra i poteri delle Stato, dobbiamo, innanzitutto, evitare che tali poteri si intersechino, in un meccanismo viziato e vizioso che inevitabilmente­ conduce alla collisione. Questo era possibile ai tempi della Destra e della Sinistra storica, quando la borghesia, ovvero l’alveo sociale della Magistratura, si presentava come fronte unito ed unitario. Adesso avrebbe ed ha solo funzione centrifuga e disgregante

Francesco I e il complottismo che si fa tifo.

L’elezione di Jeorge Mario Bergoglio al soglio pontifico ha acceso, come prevedibile, il motore dell’ovvietà complottardo-co­mplottistica più truculenta e fragorosa. Persone che fino a ieri confondevano Jorge Rafael Videla con un bagnoschiuma aromatico e i Gesuiti con i cugini minori di Gesù Cristo, adesso si scoprono dotti dell’esegesi e delle scienze storiche contemporanee. A costoro, in perenne ricerca di qualche proto-para verità wikipediana che ne mascheri l’ignoranza e la debolezza intellettiva e di analisi, si affiancano gli ultras dell’ideologia,­ i frondisti del manicheismo più intransigente ed immaturo. “Se non vivrà come uno straccione, allora non sarà degno del nome che ha scelto”, è, per sommi capi, il refrain della categoria, il grimaldello arrugginito con il quale tentare di scardinare il portone dell’edificio che custodisce la credibilità di quello che reputano il “nemico”. Nessun leader, spirituale o politico che sia (Francesco I addiziona entrambe le cose), può e deve permettersi inversioni di marcia troppo brusche e radicali. Sarà la Storia, con il suo dinamismo fatto della somma delle singole istanze ed energie, ad arricchire il puzzle del progresso in ogni sua declinazione, tassello dopo tassello. Auguriamoci che il nuovo Pontefice sappia e voglia colorare questo grande mosaico, ma sarebbe sciocco ed ingenuo attenderci sforzi che travalichino il suo ruolo e le sue possibilità. Non si commetta, con Francesco I, lo stesso errore fatto a suo tempo con Barack Obama o Jimmy Carter. A tal proposito, ricordiamo come persino il Mahatma Gandhi non poté dire di no alla massiccia militarizzazion­e del proprio Paese (tra i pochi a disporre di una Triade Nucleare), e questo per contenere le mire sino-sovietiche­, oltre al (ri)montante sciovinismo britannico. Per adesso, nelle sue prime due uscite, il Vescovo di Roma ha saputo fornire segnali di rottura e cambiamento, così come fecero Giacomo della Chiesa e Albino Luciani. Accontentiamoci­ di questo primo, piccolo, tassello