Ricordiamoci qual è la proprietà del canale televisivo che manda in onda “Le Iene”. Ricordiamolo, prima di farci prendere la mano da facili entusiasmi e prima di costruire vitelli d’oro da mettere sugli altari della cultura civile. I più attenti ricorderanno l’operazione sistematica di demonizzazione posta in atto dal programma ai danni dell’operatore di telefonia mobile Blu dopo che Berlusconi aveva ritirato le sue quote azionarie dal gruppo.
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Ancora sui Maro’:dietro lo specchio
Da “Internazionale”:
“Dietro il tradimento italiano si nasconde un sofisticato razzismo”, scrive First Post. L’Italia non sta contestando il crimine o la colpevolezza dei marinai, e alle famiglie delle vittime è stato anche offerto un risarcimento: semplicemente il governo italiano non può accettare che dei giudici indiani dalla pelle scura possano giudicare i suoi cittadini”.
Si tratta di “arroganza razziale” anche per The Hindu Business Line: “i mezzi di comunicazione e l’opinione pubblica italiana hanno sempre mostrato indifferenza verso la morte dei due pescatori indiani”. Secondo il quotidiano per gli italiani i popoli del sudestasiatico sono rappresentati “dallo stereotipo dell’immigrato che vende fiori per le strade di Roma”.
Ecco perché, per l’Italia, “salvare i loro marinai da un “paese del terzo mondo” è un motivo di orgoglio nazionale più che di obbligo politico.
Aggiunta personale: il “secret deal” tra i due governi è poi tutt’altra cosa. Un segreto di Pulcinella di cui sono a conoscenza anche le stesse opposizioni indiane. Nuova Delhi deve giocare a fare la voce grossa per un po’, forse in cambio di un voto favorevole in sede ONU da parte di una potenza del G8 come l’Italia sulla questione Kashmir. A scanso di equivoci, chi scrive proviene da una famiglia di militari. La mia analisi è scevra da qualsiasi pregiudizio di tipo ideologico.
Stato e magistratura: quella separazione che porta all’unità
No secco, categorico e inappellabile all’ elezione del giudice Piero Grasso alla seconda carica istituzionale. Se vogliamo cessino l’odio per la magistratura e lo scontro tra i poteri delle Stato, dobbiamo, innanzitutto, evitare che tali poteri si intersechino, in un meccanismo viziato e vizioso che inevitabilmente conduce alla collisione. Questo era possibile ai tempi della Destra e della Sinistra storica, quando la borghesia, ovvero l’alveo sociale della Magistratura, si presentava come fronte unito ed unitario. Adesso avrebbe ed ha solo funzione centrifuga e disgregante
Francesco I e il complottismo che si fa tifo.
L’elezione di Jeorge Mario Bergoglio al soglio pontifico ha acceso, come prevedibile, il motore dell’ovvietà complottardo-complottistica più truculenta e fragorosa. Persone che fino a ieri confondevano Jorge Rafael Videla con un bagnoschiuma aromatico e i Gesuiti con i cugini minori di Gesù Cristo, adesso si scoprono dotti dell’esegesi e delle scienze storiche contemporanee. A costoro, in perenne ricerca di qualche proto-para verità wikipediana che ne mascheri l’ignoranza e la debolezza intellettiva e di analisi, si affiancano gli ultras dell’ideologia, i frondisti del manicheismo più intransigente ed immaturo. “Se non vivrà come uno straccione, allora non sarà degno del nome che ha scelto”, è, per sommi capi, il refrain della categoria, il grimaldello arrugginito con il quale tentare di scardinare il portone dell’edificio che custodisce la credibilità di quello che reputano il “nemico”. Nessun leader, spirituale o politico che sia (Francesco I addiziona entrambe le cose), può e deve permettersi inversioni di marcia troppo brusche e radicali. Sarà la Storia, con il suo dinamismo fatto della somma delle singole istanze ed energie, ad arricchire il puzzle del progresso in ogni sua declinazione, tassello dopo tassello. Auguriamoci che il nuovo Pontefice sappia e voglia colorare questo grande mosaico, ma sarebbe sciocco ed ingenuo attenderci sforzi che travalichino il suo ruolo e le sue possibilità. Non si commetta, con Francesco I, lo stesso errore fatto a suo tempo con Barack Obama o Jimmy Carter. A tal proposito, ricordiamo come persino il Mahatma Gandhi non poté dire di no alla massiccia militarizzazione del proprio Paese (tra i pochi a disporre di una Triade Nucleare), e questo per contenere le mire sino-sovietiche, oltre al (ri)montante sciovinismo britannico. Per adesso, nelle sue prime due uscite, il Vescovo di Roma ha saputo fornire segnali di rottura e cambiamento, così come fecero Giacomo della Chiesa e Albino Luciani. Accontentiamoci di questo primo, piccolo, tassello
Buona fortuna al nuovo Papa. Da un non credente.
Non sono credente e non potrò mai, per quello che è ed è stato il mio percorso di formazione culturale, abbracciare il Cristianesimo, ma non nascondo un giudizio positivo nei confronti del nuovo Pontefice. La scelta, unico caso nella storia, del nome che fu del frate di Assisi, il ritorno alla prima persona nel rivolgersi ai fedeli, l’entusiasmo della timidezza più spontanea, il rapporto diretto e “familiare” con la folla radunata in Piazza San Pietro, hanno disegnato nella mia memoria il ritratto di Albino Luciani, il “parroco del mondo”. Luciani fu, pur nei soli 33 giorni del suo pontificato, il più rivoluzionario tra i successori di Pietro, e mi auguro che Francesco I ne segua (e più a lungo), l’esempio. Buona fortuna, e che il Dio nel quale confida possa proteggerla e consigliarla.
“misperceptions”
Tra le armi più formidabili in dotazione alla propaganda politico-mediatica, si segnalano le cosiddette “misperceptions”, ovvero “false assunzioni”. Si tratta di notizie non vere o parzialmente non vere che il propagandista diffonde attraverso i mass media, in primis il mezzo televisivo. Durante la Seconda guerra del Golfo, in particolare, fu osservato come la percentuale degli americani convinti dell’esistenza delle armi di distruzione di massa irachene ( armi mai rinvenute) salisse vertiginosamente tra coloro i quali seguivano con frequenza la televisione; il dato arrivava all’80% per gli utenti del canale filo-repubblicano FOX News, mentre scendeva al 47% tra chi sceglieva di informarsi attraverso la carta stampata, disertando il tubo catodico. Questa statistica può consegnarci un postulato di fondamentale importanza: più televisione guardiamo, più ci esponiamo al rischio di incappare nelle “misperceptions” e di venire, di conseguenza, manipolati. In un servizio di RAI News24 andato in onda ieri pomeriggio sull’Afghanistan, il Presidente Karzai veniva schernito per aver sostenuto la tesi secondo cui esisterebbe un accordo tra gli USA e i Talebani allo scopo di generare un clima di terrore nel Pese così da far sembrare indispensabile la presenza militare statunitense. L’accusa potrà non essere fondata e rivelarsi in futuro come tale, ma certamente non appare priva di credibilità; non sarebbe la prima volta, infatti, che Washington decide di allearsi sottobanco con elementi di cui ufficialmente è avversaria se non proprio nemica (con i Talebani lo ha già fatto). Il taglio del servizio, però, andava nel solco della demolizione e dello screditamento “ad abundantiam” delle tesi del presidente afghano, dipinto e presentato sostanzialmente alla stregua di un paranoico visionario. Alle sue argomentazioni, il commentatore rispondeva senza la concessione del benché minimo beneficio del dubbio, totalmente appiattito su posizioni di stampo filo-americano. Il servizio si chiudeva poi con una battuta sarcastica nei confronti del leader di Kabul, battuta che ben poco aveva a che fare con la deontologia giornalistica. E’, questa, informazione? Pensiamoci bene, prima di teorizzare su Iran, Nord Corea, sistema bancario, sicurezza, crisi economica, magistratura e qualsiasi altra tematica “sensibile” o ritenuta tale.
Tutti gli uomini sono uguali,ma i Maro’ sono piu’ uguali di Forti
Dopo l’entrata in guerra nel 1940, in Italia ci fu, come prevedibile, un brusco calo nell’offerta dei carburanti per le aziende che gestivano il trasporto pubblico (la precedenza veniva assegnata ai mezzi militari). A questo si sommarono l’arresto della circolazione automobilistica privata e la difficoltà nel reperire pezzi di ricambio per i veicoli a motore. Il risultato fu un sovrautilizzo dei bus e dei tram, che in brevissimo tempo si trasformarono in veri e propri carri bestiame stipati fino al limite dell’immaginabile. Dal momento in cui tale condizione favoriva coloro i quali salivano senza biglietto, le aziende del trasporto pubblico imposero che non si potesse salire se non dalla porta posteriore e uscire da quella anteriore, in modo che chiunque fosse costretto a passare davanti al bigliettaio. Enormi erano i disagi per i passeggeri, costretti ad uno slalom soffocante tra decine e decine di persone, ma c’era una categoria che, in barba alle regole, si arrogava il diritto di salire dalla parte anteriore (quella adibita alla discesa) evitando così questa stressante gimkana: i poliziotti. Ad essi si aggiunsero nel giro di brevissimo tempo i Vigli del Fuoco, poi ancora le Fiamme Gialle, i militari della Milizia e via discorrendo. Non avevano nessuna dispensa per godere di un tale favoritismo, ma veniva loro concesso perché indossavano una divisa. Tutto qua. Celebre fu il caso di una vecchietta che, stremata dalla fatica, chiese al controllore di salire dalla parte anteriore, cosa che le fu negata. “Se ne stia a casa. Siamo in guerra!”, fu la sentenza di quel piccolo e “solerte” capetto, anch’egli munito di un’ uniforme, di una parvenza di testosteronica autorità. Ora, i Marò rimpatriati e tenuti in Italia in barba (almeno ufficialmente) agli accordi con l’India, sono rei dell’uccisione di due poveri pescatori, due padri di famiglia, scambiati per pirati. La macchina ideologica patriottarda (spenta e parcheggiata quando il micropartito Lega Nord dice di volersi pulire il culo con il tricolore), si è subito messa in moto per “liberare” i due reclusi, alimentata e sostenuta dalle forze delle istituzioni e dei partiti, in uno sforzo comune che ha prodotto i risultati attesi: Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono e resteranno a casa. Potere di quella divisa, di quel catalizzatore di pulsioni ideologiche che, invece, un Chico Forti non può vantare e mettere in campo. Mentre io sto scrivendo e voi mi state leggendo, Forti si trova in una cella di 2 metri X 2 di un penitenziario federale della Florida, tra spacciatori, mafiosi, stupratori ed assassini, per un crimine che, molto verosimilmente, non ha commesso e sulla base di un impianto accusatorio lacunoso ed indiziario. Ma per lui nessuno si muove, anzi; l’ex ministro degli Esteri Frattini depose il sigillo sul’ amara condizione di quel nostro connazionale con un laconico e sgangherato: “la giustizia americana non è quella dei films”. Qual prodigio di ars bene loquendi, il nostro ministro, nevvero? In un’eterna riproposizione dei ruoli di forza, del concetto orwelliano di disparità mascherata dal garantismo più ipocritamente ecumenico, ai due Marò potremmo assegnare il ruolo di quei poliziotti che montavano sui tram e sui bus dalla parte anteriore, e al povero Forti quello della vecchietta.
Il rispetto dell’attenzione
Nel secondo anniversario del disastro sismico giapponese, mentre la maggioranza rispettava il minuto di silenzio annunciato dal suono della sirena, una minoranza sgomitava per accaparrarsi un posto sulla metro o sul treno; triste ed amaro episodio di individualismo della peggior risma. La religione laica del rispetto prevede e pretende il buon gusto dell’attenzione
Corsi, ricorsi e rincorse: il muro contro muro che non giova alla sinistra
Quando nel 1944 il Qualunquismo fece la sua apparizione nel panorama politico italiano con l’impatto di una cometa impazzita dai colori bislacchi, le sinistre gli riservarono lo stesso trattamento “ab irato” con il quale oggi si approcciano al M5S ed al suo leader. Il PCI arrivò persino a chiedere (ed ottenere per un brevissimo periodo) la sospensione delle pubblicazioni dell’ organo ufficiale del partito gianniniano, mentre l’Unità, così si esprimeva nel suo numero del 7 gennaio 1945: “Quando un uomo qualunque ci dice che non crede più a niente nè a nessuno, che sono la stessa cosa Fascismo ed antifascismo e cento altre cose del genere che non possono in nessuno modo contribuire allo sforzo di guerra, nessuno può contestarci il diritto di affermare che quest’uomo qualunque è oggettivamente un fascista e un provocatore”. Nulla, nel programma qualunquista, dava adito e spazio ad interpretazioni in grado di sostenerne la vocazione fascista o reazionaria, anzi; l’UQ metteva sul tavolo un programma evoluto mirante a liberare il sistema-paese dai rami secchi del dirigismo e dello statalismo (il contrario di quello che avvenne nel 20ennio), così da iniettare linfa e vitalità a quel travet, a quella piccola e media borghesia imprenditoriale che da sempre costituisce l’ossatura di qualsiasi circuito capitalista (e non solo). Non era sufficiente, anzi, era proprio questo il “male”. Il rifiuto dell’UPP (uomo politico di professione), di qualsiasi tipo di legaccio, statale o clericale che fosse, dell’ideologia intesa come morbo di ultrastica fisionomia, non potevano essere tollerati dal monolite di Botteghe Oscure. Con il tempo, però, le cose cambiarono. Togliatti comprese infatti che il corpo a corpo non solo non avrebbe pagato, ma che, piuttosto, avrebbe finito con l’irrobustire Giannini e i suoi, facendo loro pubblicità (come sta avvenendo oggi con il comico genovese) e catalizzando verso l’UQ l’attenzione dei moderati, spaventati da quello che veniva inteso e percepito come pericolo comunista. Decise così, il “Migliore”, di deviare la barra, di strizzare l’occhio a Giannini, di blandirlo, di accarezzare il suo orgoglio di parvenu della politica. Al commediografo, da sempre snobbato da quel De Gasperi di cui tanto aveva bramato il riconoscimento e la stima, non sembrò vero che un altro totem della politica nazionale gli tributasse rispetto e considerazione, e con una mossa scellerata decise allora di avvicinarsi al PCI, con il risultato di perdere, soffocato da questo abbraccio mortale, il suo elettorato storico e di scomparire dallo scenario politico ad appena 4 anni dalla sua straordinaria apparizione. Togliatti aveva mosso la pedina giusta, e l” ’avversario” era caduto nella trappola. Prenda esempio, la sinistra attuale, dall’estro togliattiano. Smetta con questo boomeranghesco gioco al massacro imbastito su pseudo-conti cifrati, autisti, colf, assalti all’arma facebookiana , imbarazzanti accuse di populismo e di supposte nostalgie di un’ideologia consegnata al passato più remoto. Cambi tattica e non continui a disegnare la sua immaturità su tele a 9 colonne.
P.S rifiuto e rigetto il paragone, semplicistico e banalizzante, tra i due movimenti. Entrambi non sono “qualunquisti” nell’accezione popolar-dispregiativa del termine e Grillo non lo è in quella storica. Diversi i segmenti elettorali di riferimento e diversi gli orizzonti programmatici. Come fenomeni sociali e politici, però, esistono varie ed importanti analogie.
Sull’otto marzo
L’8 marzo può essere “morattianamente” snobbato, valorizzato, discusso o ridotto ad una semplice occasione di svago e di convivialità, anche trivialmente spiritosa. Può, ancora, diventare un ottimo palcoscenico per tematiche trascurate o banalizzate, come per esempio la sicurezza, declinazione prima e primaria del concetto di libertà troppo spesso, de facto, negata alle donne in nome di una lettura distorta ( e ideologica) della problematiche sociali alla base dell’attitudine criminale. Quando però si trasforma nella cassa di risonanza del revanscismo di genere più violento e frustrato, nel volano del sessismo misandrico e nella crudeltà sleale della semplificazione, allora un campanello di allarme dovrebbe intervenire con tutta la sua invadenza cacofonica, e questo, innanzitutto, nell’interesse della donna. Buona ricorrenza, donna d’Onna
