La lungimiranza di Helmut Schmidt, il premier di sinistra che volle gli euromissili

12226418_10206793658913858_1975123561_nSocialista dotato di grande acutezza pragmatica, Helmut Schmdit fui tra i promotori dell’installazione, nel teatro europeo-occidentale, dei missili statunitensi IRBM Pershing-2 e di quelli Cruise da crociera BGM-109 Tomahawk, i cosiddetti “euromissili”.

Il precedente posizionamento, a ridosso della Cortina, dei vettori sovietici a medio-corto raggio SS-20, aveva dato vita ad una situazione potenzialmente pericolosa per gli europei e l’intero asse atlantico: non avendo, gli SS-20, la capacità di colpire il territorio americano, il timore di Schmidt era infatti quello di un “decoupling nucleare”, ovvero di una separazione tra le esigenze strategico-difensive europee e quelle statunitensi.

In buona sostanza, secondo il Cancelliere tedesco-occidentale, in caso di attacco delle forze del Patto di Varsavia al Vecchio Continente, Washington avrebbe difficilmente portato un “first strike” per difendere gli alleati contro un nemico che non la stava minacciando in modo diretto, rischiando così una rappresaglia nucleare olocaustica (“second strike”) sul proprio territorio.

L’installazione dei Pershing e dei Cruise “legò” invece europei e americani, costituendo una deterrenza credibile e razionale nei confronti del blocco sovietico.

La politica schmidtiana sugli eruomissili ebbe come conseguenza il distacco di una parte consistente della sinistra del suo partito (SPD) e il definitivo lancio dei Verdi tedeschi, ma si rivelò, sul lungo periodo e come ribadito dalle dinamiche storiche, opportuna e condivisibile.

Muro di Berlino e Guerra Fredda: irrazionalità di un rimpianto

Berlinermauer“Nell’avvicinarsi del terzo millennio l’umanità è costretta a valutare senza timore e lucidamente un grande numero di problemi non facili: l’esaurimento delle risorse energetiche, la fame, la povertà di decine, centinaia di milioni di uomini e dissesti ecologici che preoccupano quasi tutti in paesi, malattie antiche e anche oggi, nuove e minacciose.

Ma tutti questi e altri problemi di portata internazionale in un modo o nell’altro sono collegati con l’obiettivo dell’allontanamento della minacci della guerra nucleare. Al di fuori del movimento verso un mondo denuclearizzato e non violento, non ci sono strade verso il progresso dell’umanità. È qui la chiave per vincere le sfide che ci lancia questo nostro tempo non facile, drammatico e pieno di promesse”

Così scriveva Michail Gorbačëv nel suo libro “Perestrojka” (1988).

Nonostante il mondo fosse, e ormai da alcuni anni, in piena rivoluzione democratica e vicino all’implosione del blocco sovietico, possiamo notare come per il leader moscovita la minaccia termonucleare costituisse ancora il rischio maggiore e principale, emergendo in tutta e con tutta la sua dirompenza tra le incognite, vecchie e nuove, di quel decennio.

L’anniversario della prima breccia sul Muro di Berlino (la sua definitiva consegna alla storia sarebbe arrivata il 22 dicembre successivo) ci offre oggi l’occasione per un “flashback” a quegli anni delicati e al clima (ben delineato nel passaggio di Gorbačëv ) di angoscia e paura che li caratterizzava per il rischio di un terzo conflitto mondiale, aiutandoci così a mettere da parte qualsiasi nostalgismo per la Guerra Fredda.

Se, infatti, l’instabilità generata dai sommovimenti del 1989-1992 ha portato alla nascita di minacce nuove ed asimmetriche, non dobbiamo dimenticare come nessuna di esse possieda la capacità distruttiva di un ipotetico confronto tra NATO e Patto di Varsavia, il cui spettro non smise di incombere sul genere umano per quasi un cinquantennio.

Ogni ripiegamento verso il passato ed ogni ricostruzione agiografica che lo voglia antica garanzia di una “pax armata” tutto sommato rassicurante e provvidenziale, andranno dunque rigettati e respinti, sussulti immaturi di una “laudatio temporis acti” che non può trovare spazio nell’analisi razionale dei processi storici e geopolitici.

Lo strano caso dell’Airbus russo e l’ipotesi “win win scenario”

img1024-700_dettaglio2_mappa-aereo-caduto-2L’insistenza con la quale le autorità britanniche sembrano “sponsorizzare” la pista terroristica per l’attentato all’ Airbus A321 della russa Metrojet e l’offerta di una collaborazione nelle indagini fatta dall’FBI ad una Mosca stranamente avara di accuse all’Ovest, potrebbero suggerire, all’osservatore meno ingenuo, l’ipotesi di un “casus belli” costruito da Attori (la Russia* e l’Occidente, appunto) tradizionalmente divisi e rivali ma oggi impegnati nella causa comune contro il fondamentalismo.

Sebbene, infatti, le elaborazioni più radicali dell’Islam abbiano sempre teso a combattere e a sabotare le democrazie atlantiche (per questo furono spesso finanziate e sostenute da Mosca) anche il Kremlino si trova, oggi, a dover affrontare un certo rischio derivato dal fondamentalismo nelle sue regioni a prevalenza musulmana e nello “stato cliente” siriano-assadiano.

*A questo proposito è utile ricordare i sospetti sugli attentati ceceni dei primi anni 2000 e le indagini a riguardo di Anna Politkovskaja e Boris Nemcov, poi assassinati in circostanze misteriose.

Quando l’apparenza inganna. L’Occidente, l’innamoramento per Jurij Andropov e il rischio della suggestione.

Quando il 12 novembre 1982 Jurij Vladimirovič Andropov fu eletto Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica , la stampa atlantica sembrò, per un attimo, conquistata da questo anziano e sconosciuto (al grande pubblico) ex capo del KGB, salito alla massima carica dell’URSS.

Si pose infatti l’accento sul presunto stile occidentale di Andropov, sul fatto amasse il whisky americano, la pipa e le letture in inglese e francese; un uomo nuovo, si diceva da più parti e con entusiasmo, se confrontato con il suo rigido e “sovieticissimo” predecessore.

Il tempo avrebbe però dimostrato che si trattava di un’illusione. Sebbene, infatti, in politica interna il nuovo leader avesse cercato di avviare un’opera riformatrice rispetto agli anni della corruzione, del clientelismo e della stagnazione brezneviani, creando così i prodromi della rivoluzione gorbacioviana, in politica estera e sul delicato tema di diritti umani mostrò un appiattimento assoluto alle linee di indirizzo che avevano contraddistinto l’URSS fino al momento della sua elezione (si pensi all’abbattimento del Jumbo sudcoreano, allo schieramento in Europa dei missili balistici nucleari a medio raggio SS-20 ed al congelamento delle iniziative sul disarmo).

Ma come fu possibile che gli analisti occidentali del tempo siano caduti in una “wishful thinking” così grossolana, individuando delle chance di cambiamento per il blocco sovietico negli atteggiamenti privati di un vecchio gerarca, ex capo di un servizio segreto come il KGB? Secondo noi la risposta va cercata nel desiderio, forse inconscio, di un “turning point”, in URSS e dunque nel resto del pianeta, che sollevasse l’umanità da quel carico di angosce e tensioni prodotte della Guerra Fredda e dalla contrapposizione ideologica allora dominante.

In buona sostanza, quei giornalisti e quegli osservatori, preda della sofferenza emotiva e della paura della “bomba” esattamente come ogni altro essere umano ed abituati all’immagine rigida, minacciosa e respingente del gigante d’oltrecortina, si illusero, o scelsero di illudersi, al primo accenno di discontinuità rispetto ad un passato invece ben vivo e pulsante.

La storia e l’oggi ci dimostrano, tuttavia, che non si trattò e non si tratta del primo caso in cui un semplice indizio sia assurto al rango di prova, nella percezione di una figura pubblica e nell’analisi della sua azione, sull’onda lunga del coinvolgimento emotivo. Un rischio presente e sempre esistente, dal quale soltanto l’elaborazione razionale può e potrà mettere al riparo.

Il successo di Erdogan: quello che l’Occidente non riesce a vedere

ErdoganI motivi della popolarità di Recep Tayyip Erdoğan vanno individuati nella durezza dell’approccio al secolare problema curdo-armeno e in quel muscolarismo autarchico in grado di risvegliare e sedurre la “revanche” ottomana dopo decenni di appiattimento alle coordinate atlantiche.

Costretta, durante la Guerra Fredda, ad una partnership con gli USA e la NATO contro un’URSS che aveva al suo interno la nazione armena (i missili turchi furono, insieme agli Jupiter pugliesi, uno dei nodi principali nei giorni della CMC*), Ankara si trova oggi a disporre di una maggiore libertà di manovra e decisione, svincolata da quella “solidarietà di blocco”** e da quel suo corollario valoriale che per 50 anni diressero la politica delle principali cancellerie democratiche.

*Crisi dei missili di Cuba

**(AntonGiulio de’ Robertis, “Riflessioni del Terzo Dopoguerra”)