Dopo l’entrata in guerra nel 1940, in Italia ci fu, come prevedibile, un brusco calo nell’offerta dei carburanti per le aziende che gestivano il trasporto pubblico (la precedenza veniva assegnata ai mezzi militari). A questo si sommarono l’arresto della circolazione automobilistica privata e la difficoltà nel reperire pezzi di ricambio per i veicoli a motore. Il risultato fu un sovrautilizzo dei bus e dei tram, che in brevissimo tempo si trasformarono in veri e propri carri bestiame stipati fino al limite dell’immaginabile. Dal momento in cui tale condizione favoriva coloro i quali salivano senza biglietto, le aziende del trasporto pubblico imposero che non si potesse salire se non dalla porta posteriore e uscire da quella anteriore, in modo che chiunque fosse costretto a passare davanti al bigliettaio. Enormi erano i disagi per i passeggeri, costretti ad uno slalom soffocante tra decine e decine di persone, ma c’era una categoria che, in barba alle regole, si arrogava il diritto di salire dalla parte anteriore (quella adibita alla discesa) evitando così questa stressante gimkana: i poliziotti. Ad essi si aggiunsero nel giro di brevissimo tempo i Vigli del Fuoco, poi ancora le Fiamme Gialle, i militari della Milizia e via discorrendo. Non avevano nessuna dispensa per godere di un tale favoritismo, ma veniva loro concesso perché indossavano una divisa. Tutto qua. Celebre fu il caso di una vecchietta che, stremata dalla fatica, chiese al controllore di salire dalla parte anteriore, cosa che le fu negata. “Se ne stia a casa. Siamo in guerra!”, fu la sentenza di quel piccolo e “solerte” capetto, anch’egli munito di un’ uniforme, di una parvenza di testosteronica autorità. Ora, i Marò rimpatriati e tenuti in Italia in barba (almeno ufficialmente) agli accordi con l’India, sono rei dell’uccisione di due poveri pescatori, due padri di famiglia, scambiati per pirati. La macchina ideologica patriottarda (spenta e parcheggiata quando il micropartito Lega Nord dice di volersi pulire il culo con il tricolore), si è subito messa in moto per “liberare” i due reclusi, alimentata e sostenuta dalle forze delle istituzioni e dei partiti, in uno sforzo comune che ha prodotto i risultati attesi: Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono e resteranno a casa. Potere di quella divisa, di quel catalizzatore di pulsioni ideologiche che, invece, un Chico Forti non può vantare e mettere in campo. Mentre io sto scrivendo e voi mi state leggendo, Forti si trova in una cella di 2 metri X 2 di un penitenziario federale della Florida, tra spacciatori, mafiosi, stupratori ed assassini, per un crimine che, molto verosimilmente, non ha commesso e sulla base di un impianto accusatorio lacunoso ed indiziario. Ma per lui nessuno si muove, anzi; l’ex ministro degli Esteri Frattini depose il sigillo sul’ amara condizione di quel nostro connazionale con un laconico e sgangherato: “la giustizia americana non è quella dei films”. Qual prodigio di ars bene loquendi, il nostro ministro, nevvero? In un’eterna riproposizione dei ruoli di forza, del concetto orwelliano di disparità mascherata dal garantismo più ipocritamente ecumenico, ai due Marò potremmo assegnare il ruolo di quei poliziotti che montavano sui tram e sui bus dalla parte anteriore, e al povero Forti quello della vecchietta.
Archivio mensile:marzo 2013
Il rispetto dell’attenzione
Nel secondo anniversario del disastro sismico giapponese, mentre la maggioranza rispettava il minuto di silenzio annunciato dal suono della sirena, una minoranza sgomitava per accaparrarsi un posto sulla metro o sul treno; triste ed amaro episodio di individualismo della peggior risma. La religione laica del rispetto prevede e pretende il buon gusto dell’attenzione
Corsi, ricorsi e rincorse: il muro contro muro che non giova alla sinistra
Quando nel 1944 il Qualunquismo fece la sua apparizione nel panorama politico italiano con l’impatto di una cometa impazzita dai colori bislacchi, le sinistre gli riservarono lo stesso trattamento “ab irato” con il quale oggi si approcciano al M5S ed al suo leader. Il PCI arrivò persino a chiedere (ed ottenere per un brevissimo periodo) la sospensione delle pubblicazioni dell’ organo ufficiale del partito gianniniano, mentre l’Unità, così si esprimeva nel suo numero del 7 gennaio 1945: “Quando un uomo qualunque ci dice che non crede più a niente nè a nessuno, che sono la stessa cosa Fascismo ed antifascismo e cento altre cose del genere che non possono in nessuno modo contribuire allo sforzo di guerra, nessuno può contestarci il diritto di affermare che quest’uomo qualunque è oggettivamente un fascista e un provocatore”. Nulla, nel programma qualunquista, dava adito e spazio ad interpretazioni in grado di sostenerne la vocazione fascista o reazionaria, anzi; l’UQ metteva sul tavolo un programma evoluto mirante a liberare il sistema-paese dai rami secchi del dirigismo e dello statalismo (il contrario di quello che avvenne nel 20ennio), così da iniettare linfa e vitalità a quel travet, a quella piccola e media borghesia imprenditoriale che da sempre costituisce l’ossatura di qualsiasi circuito capitalista (e non solo). Non era sufficiente, anzi, era proprio questo il “male”. Il rifiuto dell’UPP (uomo politico di professione), di qualsiasi tipo di legaccio, statale o clericale che fosse, dell’ideologia intesa come morbo di ultrastica fisionomia, non potevano essere tollerati dal monolite di Botteghe Oscure. Con il tempo, però, le cose cambiarono. Togliatti comprese infatti che il corpo a corpo non solo non avrebbe pagato, ma che, piuttosto, avrebbe finito con l’irrobustire Giannini e i suoi, facendo loro pubblicità (come sta avvenendo oggi con il comico genovese) e catalizzando verso l’UQ l’attenzione dei moderati, spaventati da quello che veniva inteso e percepito come pericolo comunista. Decise così, il “Migliore”, di deviare la barra, di strizzare l’occhio a Giannini, di blandirlo, di accarezzare il suo orgoglio di parvenu della politica. Al commediografo, da sempre snobbato da quel De Gasperi di cui tanto aveva bramato il riconoscimento e la stima, non sembrò vero che un altro totem della politica nazionale gli tributasse rispetto e considerazione, e con una mossa scellerata decise allora di avvicinarsi al PCI, con il risultato di perdere, soffocato da questo abbraccio mortale, il suo elettorato storico e di scomparire dallo scenario politico ad appena 4 anni dalla sua straordinaria apparizione. Togliatti aveva mosso la pedina giusta, e l” ’avversario” era caduto nella trappola. Prenda esempio, la sinistra attuale, dall’estro togliattiano. Smetta con questo boomeranghesco gioco al massacro imbastito su pseudo-conti cifrati, autisti, colf, assalti all’arma facebookiana , imbarazzanti accuse di populismo e di supposte nostalgie di un’ideologia consegnata al passato più remoto. Cambi tattica e non continui a disegnare la sua immaturità su tele a 9 colonne.
P.S rifiuto e rigetto il paragone, semplicistico e banalizzante, tra i due movimenti. Entrambi non sono “qualunquisti” nell’accezione popolar-dispregiativa del termine e Grillo non lo è in quella storica. Diversi i segmenti elettorali di riferimento e diversi gli orizzonti programmatici. Come fenomeni sociali e politici, però, esistono varie ed importanti analogie.
Sull’otto marzo
L’8 marzo può essere “morattianamente” snobbato, valorizzato, discusso o ridotto ad una semplice occasione di svago e di convivialità, anche trivialmente spiritosa. Può, ancora, diventare un ottimo palcoscenico per tematiche trascurate o banalizzate, come per esempio la sicurezza, declinazione prima e primaria del concetto di libertà troppo spesso, de facto, negata alle donne in nome di una lettura distorta ( e ideologica) della problematiche sociali alla base dell’attitudine criminale. Quando però si trasforma nella cassa di risonanza del revanscismo di genere più violento e frustrato, nel volano del sessismo misandrico e nella crudeltà sleale della semplificazione, allora un campanello di allarme dovrebbe intervenire con tutta la sua invadenza cacofonica, e questo, innanzitutto, nell’interesse della donna. Buona ricorrenza, donna d’Onna
Quel gioco al massacro che potrebbe fregare Grillo
Era opinione di Mao Tse-tung che un conflitto nucleare tra la superpotenza sovietica e quella statunitense (con relativa, mutua distruzione) avrebbe consegnato il dominio del pianeta al suo Paese, a quel punto unico titano militare, economico e demografico sul campo, scampato alla catastrofe bellica. Rumors credibili e accreditati vogliono una parte dei leaders cinquestellati nelle vesti che furono del “Grande Timoniere” (mi si perdoni la forzatura), burattinai occulti di un’alleanza PD-PdL per un esecutivo tecnico di transizione che assicurerebbe, nei loro disegni, la fine di entrambi i monoliti della politica italiana. Ma andrebbe veramente così? Forse, ma forse qualcuno sta peccando di superficialità di analisi; una convergenza parallela (per usare una formula cara a Moro) tra il blocco bersaniano e quello berlusconiano, avrebbe infatti lo scopo, implicito od espilcito, di colpire Grillo, mostrandolo come un capo inaffidabile che non esita, pur potendo contare sulla forza dei numeri, a relegare il suo già provato Paese nell’immobilità. Se ancora PD e PDL dovessero, per raggiungere il fine comune di affossare il M5S ed accreditarsi come forze della responsabilità e dell’avvedutezza, giungere ad un clima di “appeasement” come fu ai tempi della Bicamerale o durante la campagna 2008, le loro bocche di fuoco mediatiche unirebbero tutta la loro energia contro il comico genovese e la sua creatura, i quali, con la sola rete, non potrebbero oppore adeguata difesa ad una tale “force de frappe” (il canale televisivo rimane di gran lunga lo strumento di informazione più diffuso nel nostro Paese). Non dimentichiamo altresì che l’elettorato a cinque stelle è animato da grandi aspettative e speranze, e l’immobilismo radicale non gioverebbe a Grillo; vomitare il mantra “andate a casa-vaffanculo, vaffanculo-andate a casa” dal cucuzzolo di una vetta telematica, adesso non è più sufficiente. Ps. Morale: mai sfidare a duello i media e chi li controlla. Alla fine si viene “toccati”. Sempre. Il quarto potere è e sarà sempre il più poderoso ed incisivo
Ineleggibilità, questa (s)conosciuta
In questi giorni, sta rimbalzando da un emisfero all’altro del pianeta internet un link che segnala e denuncia l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi in base alla legge 361 del 1957 (per sommi capi, incompatibilità con ruoli di tipo politico per i detentori di concessioni pubbliche). Inoltre, esiste una petizione in tal senso che ha già raccolto 160 mila adesioni. Mi (dis)piace ricordare come proprio la sinistra, la stessa sinistra che adesso protesta e strepita per la mancata osservanza di quel testo di legge, abbia salvato il Cavaliere dal baratro dell’illecito. In due occasioni, infatti, in ben due occasioni, nel 1994 e nel 1996, il Comitato per le incompatibilità e le ineleggibilità fu chiamato a pronunciarsi sulla questione, e tutte e due le volte, la normativa del 1957 fu aggirata per un cavillo (Berlusconi non beneficia delle concessioni televisive in proprio ma tramite Mediaset, quindi l’ineleggibilità riguarderebbe solo Fedele Confalonieri, top manager dell’azienda). Ma vediamo i casi nello specifico:
Nel 1994, il Comitato è presieduto dall’ Onorevole Elio Vito, forzista. I ricorsi contro Berlusconi sono ben 3, e tutti e 3 vengono respinti con 14 voti a favore, 4 contrari e due astensioni. L’assise presieduta da Vito consta di 30 deputati, così distribuiti: 8 Progressisti, 6 della Lega, 5 di AN, 5 di FI, 2 Popolari, 2 PRC, 1 CCD, 1 Gruppo misto. Al momento del voto, però, i presenti sono soltanto 20. Pecoraro Scanio fece notare come i ricorsi sarebbero passati, se tutti i membri del Comitato, Popolari compresi, avessero presenziato e votato per il SI.
Nel 1996, il centro-sinistra vince le elezioni ed avrebbe, teoricamente, tutti i numeri per far valere la legge 361 (e per vararne una sul conflitto di interessi,) ma le cose andarono ben diversamente. La norma non passa, e tra i voti contrari si segnalano quelli dei deputati pidiessini Giuseppe Rossiello e Luigi Massa.
Secondo alcuni, fu D’Alema, ancora lui, a porre il veto sulla questione, e ciò al fine di preservare il clima di “appeasement” venutosi (per breve tempo) a creare con Berlusconi durante i lavori della Bicamerale. Curioso come proprio Oscar Mammì, ovvero il carneade fautore della legge che consegnò il monopolio dell’emittenza privata al Cavaliere, avesse così profetizzato: “Berlusconi non è eleggibile, ma cercherà di far passare la tesi che il padrone non è lui ma la società”.
Ieri, l’idolo totemico era D’Alema, oggi è Bersani. Bravi.
Floyd Patterson
Floyd Patterson vinse l’oro nei Medi ad Helsinki nel 1954 e poi, passato al professionismo, la corona nei Massimi, per due volte, nel 1956 e nel 1960. Il più giovane campione nella storia della massima categoria nonchè il primo uomo a riconquistare il titolo. Floyd Patterson veniva dalla strada e boxava per poter mettere qualcosa sotto i denti, come molti ragazzi di periferia come lui, in quell’America del baby boom che ti lasciava indietro. Floyd Patterson era veloce di gambe, di braccia e aveva un sinistro terribile; un gancio-montante che ti buttava giù, spaccandoti la mascella. Però, a parte il torace, le mani gonfie ed enormi e il naso spaccato, non aveva nulla del pugile, o almeno del suo stereotipo. Floyd camminava a testa bassa, non reggeva lo guardo degli altri, parlava con un sussurro e quando perdeva si nascondeva sotto una barba finta, per la vergogna. Nei momenti di relax metteva una canzone d’amore e si sdraiava per ascoltarla e fantasticare di lui e della sua principessa color ebano, in mezzo alla quiete dei boschi che facevano da cornice al suo campo d’allenamento. Floyd non era arrabbiato come Liston o forte come Ali o ferito come Marciano. Se è vero che ogni pugile, ogni combattente, ha una bestia nel sangue, un demone nel cervello e nell’anima, quella di Floyd si nascondeva in una buca, sperando che il cielo non ruggisse..
“Quei maledetti lobbisti !”
Il 18º presidente degli Stati Uniti Ulysses Simpson Grant viene ricordato come un validissimo militare ma come uno dei peggiori inquilini del 1600 di Pennsylvania Ave. Con indosso la giubba blu, sconfisse (uno dei pochi) Lee ad Appomattox Court House e fu uno dei pilastri della leggendaria Armata del Potomac, ma salito alla presidenza, forte del prestigio conquistatosi in battaglia, si dimostrò debole, incerto ed eccessivamente influenzato dai suoi collaboratori. Quasi travolto dallo scandalo del “Whiskey Ring” (anche se non vi furono mai le prove di un suo coinvolgimento diretto), aspramente contestato per il perdono presidenziale concesso ad uno dei protagonisti dell’affaire, il suo segretario privato Orville E. Babcock, visse gli ultimi anni da Presidente con insofferenza, desideroso soltanto di arrivare alla scadenza del suo mandato (in tutto furono due). L’ex Generale si rifugiava sempre più spesso all’ Hotel Willard, per bere whiskey, gustare buoni sigari e sfuggire alla schiera di politici, imprenditori, banchieri e collaboratori che lo attendevano nell’atrio (“lobby”) della Casa Bianca. “Quei maledetti lobbisti !” Questa, forse, è l’unica traccia significativa di quel turbolento ottennato: grazie a Grant sappiamo come fare per indicare molti mali con un termine solo..
Armistizio di Natale del 1914
“La piccola pace nella grande guerra”; questa l’espressione coniata dal reporter tedesco Jürgs Michael per descrivere il miracolo che nel Natale del 1914 si verificò in un piccolo segmento della sterminata linea di trincee che divideva in due le Fiandre. Tutto ebbe inizio quando i sodati tedeschi decisero di esporre dai loro ripari alcuni cartelli con su scritto “We not shoot, you not shoot” (noi non spariamo, voi non sparate). Superati i comprensibili timori iniziali, inglesi e francesi non solo accettarono la proposta, ma fraternizzarono con i loro avversari, scambiando regali natalizi con loro e disputando addirittura un piccolo torneo di calcio (il trofeo messo in palio, un ricco boccale prussiano, è tuttora conservato). I rispettivi comandi non la presero bene e decisero di trasferire tutti i soldati protagonisti della fraternizzazione nelle linee più pericolose; un’esecuzione di massa avrebbe catalizzato su questo momento di umanità un’attenzione considerata ad alto potenziale sovversivo e così il lavoro sporco fu lasciato agli shrapnel del nemico. Ci furono altri “armistizi” di Natale dopo quel 1914, anche se sotto le festività gli stati maggiori davano ordine di intensificare la pressione delle artiglierie proprio con l’intento di scongiurarli.
Televisione….
Nei primi anni ’90 del XX secolo, i ricercatori e sociologi Robert Kubley (Rutgers University) e Mihaly Csikzsentmihalyi (University of Chicago) condussero uno studio riguardante gli effetti dell’esposizione televisiva sui più giovani. Basandosi su un campione di 1200 soggetti, i due osservatori approdarono alle seguenti conclusioni: “la televisione rende passivi, nervosi, incapaci di concentrazione; l’atto di mangiare richiede un impegno mentale ed una concentrazione maggiori di quanto ne richieda l’atto di guardare la televisione; inoltre, sebbene la gente pensi che la televisione offra svago e relax, in realtà essa peggiora il nostro umore”
