ll “peccato originale” di Silvio Berlusconi

L’Italia che vide l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi (1993-1994) era un Paese che stava sperimentando una della fasi di maggior cambiamento della sua storia unitaria. Per l’effetto, sinergico, di elementi quali l’inchiesta “Mani Pulite” e la fine della Guerra Fredda (1945-1991/1992), dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto e garantito gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano, una nuova generazione aveva accesso alla guida dello Stato e la “società civile” tornava ad esprimersi, mediante piattaforme propositive quali comitati, liste referendarie, ecc.

Resuscitando un avversario/nemico ormai morto (il Comunismo) per catalizzare le forze conservatrici e dotarsi di una riconoscibilità ideologica, Berlusconi riportò la dialettica politica e il pendolo della storia nazionale indietro di 50 anni, rispolverando quel corredo di odi, esasperazioni, paure e rancori che sembravano ormai appartenere al passato ed infliggendo un colpo mortale all’ondata di rinnovamento che stava mutando la fisionomia del Paese.

Tra le sue colpe storiche (bilanciate da meriti che l’analista razionale non potrà negare o ridimensionare) questa è, a parere di chi scrive, la più grave ed eclatante.

Letta-nuova DC? E perchè no?

Tra i molti epiteti e le molte etichette con cui il Governo Letta è stato e viene classificato, spicca la definizione di “nuova Democrazia Cristiana”, formula utilizzata in senso e con intento dispregiativo, sminuente e canzonatorio. Non sanno, non ricordano o fingono di non sapere o di non ricordare, costoro, che la democrazia e la libertà di cui tutti possiamo godere (pur tra molte e molteplici storture e limitazioni) , è merito proprio di quella “balena bianca” oggi tanto sbeffeggiata e assurta a paradigma del peggio. E’ altresì grazie alla DC, depositaria e “braccio politico” della dottrina sociale della Chiesa cattolica (fin dai tempi della “Rerum Novarum”, quando era un sindacato), se l’Italia ha potuto dotarsi di un’architettura welfare tra le più avanzate, complete e competitive del circuito occidentale (implementando e perfezionando in questo senso l’opera giolittiana), ed è, anche, grazie alla DC, se oggi possiamo vantare quella che forse è la carta costituzionale più avanzata e moderna, anche in senso cronologico, dell’intero pianeta. La cosiddetta “democrazia bloccata” (mancanza di alternanza) e l’insabbiamento delle vicende meno chiare e più dolorose del segmento temporale primarepubblichista, non sono da imputare al partito di Piazza del Gesù, ma all’esigenza di tutelare quegli equilibri yaltiani che al tempo della “dottrina Breznev” non potevano essere alterati e manomessi. L’Italia, potenza perdente, era stata destinata al “mondo libero” e la mancanza di alternative liberali a destra (il partito più corposo era il neofascista MSI) e a sinistra (il PCI faceva la parte del leone), imponevano la salvaguardia e la “blindatura” dell’unica formazione liberale ed atlantista in grado di contenere gli estremismi di opposta matrice, preservando lo status quo democratico. Per questo, Mani Pulite esplose (fu fatta esplodere?) proprio nel 1992, a pochi mesi dal crollo dell’Unione Sovietica (1 gennaio 1992) e per questo, la Mafia, imprescindibile serbatoio di voti in una delle regioni più importanti del Paese, in quel 1992 “perse la testa”, dando il via alla stagione delle stragi, perché la vecchia politica non riusciva più a coprirla, non riuscendo più a coprire se stessa. Caduti gli equilibri est-ovest, caddero anche le sue strutture di sostegno in Italia. La destra e la sinistra nostrane non ebbero mai una Bad Godesberg, questa fu la radice di ogni male; colpa prima ed unica, ancora una volta, dell'”uomo qualunque”, di quell’elettore sempre irretito dal fascino dell’estremismo illiberale, della demagogia pericolosa e dal volto schiavizzante che ogni pensiero totalitario reca con sé, con il suo ventaglio di soluzioni “facili”, e che tanta presa riesce ad avere, soprattutto a certe latitudini, nella realtà latine. Colpa nostra il silenzio su Ustica, colpa nostra il silenzio su Piazza Fontana, colpa nostra l’affaire Moro e il “piano Viktor”, colpa nostra la strage di Via D’Amelio. Non della DC o degli USA. Non di Giulio Andreotti. L’Agenda Rossa? E’ nascosta nelle scrivanie (e nella coscienza) di ciascuno di noi.

Grillo-Giannini?

Nel 1947, il quarto governo dell’Italia repubblicana, presieduto da Alcide De Gasperi, si trovò sull’orlo di un collasso che avrebbe messo in pericolo i già fragili architravi della neonata democrazia e gli stessi equilibri che a Yalta avevano sancito l’appartenenza del nostro Paese al circuito occidentale. Il PCI ed il PSI, sganciatisi dalle larghe intese che li avevano visti al fianco della Democrazia Cristiana a partire dal 1943, presentarono una mozione di sfiducia che il Grillo degli anni ’40, il fondatore dell’Uomo Qualunque Guglielmo Giannini, si dimostrò intenzionatissi­mo a votare. “Debbo dare un colpo in testa alla Democrazia Cristiana e glielo darò”, andava ripetendo il commediografo partenopeo, che mai aveva digerito la spocchia con la quale la “balena bianca” e i suoi vertici avevano da sempre snobbato il suo movimento. I colonnelli di Giannini, però, endemicamente liberali ed anticomunisti, fiutarono il pericolo derivante da una crisi istituzionale, ed ignorando le direttive del loro capo optarono per la fiducia al governo con la mediazione di Confindustria e del suo presidente di allora, l’armatore Angelo Costa (il famoso complotto dell’Hotel Moderno). Il leader qualunquista pagò a caro prezzo questo modus cogitandi-opera­ndi ostruzionistico­, e nel giro di una manciata di anni scomparve dalla scena politica nazionale. Grillo ha ricevuto dai suoi elettori il mandato di compiere quelle riforme, sicuramente condivisibili, proposte ed enunciate nel suo programma, e la situazione venutasi a creare dalle urne gli consente di sedersi a capotavola trattando da una posizione di forza, così da ottenere tutto quello che il suo segmento civile sta chiedendo a gran voce. Se non saprà cogliere questa straordinaria ed irripetibile occasione che la storia ha voluto donargli per avviare una nuova fase costituente per la nostra repubblica, ma deciderà di rimanere confinato nel suo eremo telematico ripetendo mantricamente la vuota formula dell'”andate a casa”, relegando in questo modo il Paese nell’immobilità­ più pericolosa, subirà la medesima fine del leader qualunquista, patendo una brusca emorragia di consensi alle prossime consultazioni per trovarsi nel frigorifero politico, anticamera dell’estinzione­ pubblica.