Renzi e Berlusconi: perché il Cavaliere non è Lazzaro di Betania

Imputare al Sindaco di Firenze la “resurrezione” di Silvio Berlusconi, dimostra un’ incapacità di analisi e lettura delle dinamiche sociali e storiche alla base del meccanismo politico italiano ostinatamente grossolana e deleteria. La resurrezione presuppone infatti vi sia stata una morte (nel caso di specie politica) ed è in questo equivoco che si staglia tutta la goffaggine della disamina di alcuni osservatori (collocati e collocabili in special modo a sinistra); dato per spacciato dal 1993, il Cavaliere riesce con imbarazzante puntualità a risalire la china, grazie ad ventaglio complesso e variegato di fattori che vanno dalla sua capacità comunicativa, alla forza del suo arsenale mediatico , all’inesauribilità delle sue risorse economiche, alla mancanza di alternative spendibili nel centro-destra. Fondatore e leader indiscusso del cartello conservatore, la sua fine politica coinciderà soltanto con l’esaurirsi della sua parabola esistenziale, come avvenne per Churchill , De Gaulle, Éamon de Valera ed altri. Fino a quel momento, non potrà che apparire logico, comprensibile e indispensabile un dialogo ed un confronto con chi, “obtorto collo”, è il portavoce della metà dell’universo elettorale.

Renzi e Berlusconi: anomalie della normalità

E’ consuetudine accettata, nella prassi democratica, il dialogo tra i leader dei maggiori schieramenti politici, nell’interesse capitale e supremo dello Stato e della nazione. L’incontro tra il segretario del partito di maggioranza relativa e dell’opposizione, rientra quindi nelle logiche dello scambio liberale e di quella “realpolitik” che è condizione imprescindibile per quel pragmatismo gestionale di cui una comunità ha bisogno, in special modo in una fase delicata e complessa come quella sperimentata e vissuta dal nostro Paese nell’attuale momento storico. Il Cavaliere si è tuttavia dimostrato sempre lontano dagli interessi reali e dalle reali contingenze del Paese, ripiegato su traiettorie di tipo smaccatamente personalistico e tornacontista; dal fallimento del “Patto della crostata”, alle trappole tese al maldestro Veltroni, il tatticismo berlsuconiano si muove attraverso direttrici che non hanno mai avuto la loro meta nella soluzione dei tanti e troppi nodi gordiani che imprigionano il sistema Italia, in ogni suo aspetto e declinazione. Renzi non è un ingenuo e non è imprigionato tra le maglie di una crisi di consensi come il Veltroni del 2008, di conseguenza il “do ut des” non rimane che l’unica spiegazione e l’unica chiave di lettura del contestato meeting con il capo di FI. Ma quali, le condizioni? Quali, i parametri e le loro tappe? Qui, la soluzione di un enigma e le risposte per il nostro futuro

Il centro-destra e l’ “opposizione permantente”

L’impianto strategico ed autopromozionale del centro-destra italiano si fonda e snoda su una scelta di importanza decisiva ed irrinunciabile, sfuggita alla sosta analitica di buona parte degli osservatori ( politologi, massmediologi , sociologi della comunicazione, cronisti, ecc.). Si tratta della capacità che il segmento berlusconiano ha di porsi e proporsi come “permanent opposition ”, quando presiede il governo così come, più in generale, per quel che con concerne le ultime due decadi della vita politica nazionale (l’intera Seconda Repubblica) che hanno visto una preminenza temporale a Palazzo Chigi di FI-PdL ed alleati. In questo modo, il centro-destra riesce a “liberarsi” di “colpe” e responsabilità appartenenti e riconducibili alla propria gestione trasferendoli, nella percezione collettiva, ai suoi “competitors” (il centro-sinistra).

Il successo di questa operazione di “abiezione dislocata”, va ricondotto, innanzitutto, a due elementi: la potenza dell’arsenale mediatico (quindi persuasivo e propagandistico) berlsuconiano ed il portato storico recente-repubblicano, che ha visto la sinistra (nelle sua varie declinazioni e ramificazioni) ricoprire un ruolo senza dubbio più attivo ed assertivo rispetto ad una destra marginalizzata ed automarginalizzatasi che si sovrappone, nella cultura italiana, all’intero comparto moderato e conservatore.

La colonna antirenziana e la sua Ruota della Sfortuna.Errori e vulnerabilità di una strategia

Uno dei più importanti esperti italiani di politica americana, il Prof.Lucconi, individua nello scandalo Watergate l’inizio di una nuova era, nella politica a stelle e strisce, nella quale l’aspetto scandalistico sarebbe diventato il perno della strategia di delegittimazione dell’avversario,da parte delle varie forze partitiche. Se da un lato la tesi può sembrare debole ed approssimativa perché fonde, confonde e mescola episodi di assoluta gravità come il Watergate, gli scandali Iran-Contra, Clarence Thomas, Gary. A. Condit, ecc, a banalità come i casi Jim Wright, Clinton-Lewinsky o John H. Sununu, dall’altro mette allo scoperto quella che è diventata, senza tema di smentita, una nuova e del tutto inedita realtà nel linguaggio e nella politica made in USA.

Secondo Lucconi, questo mutamento sarebbe dovuto all’esigenza di intercettare, mediante tematiche ad elevato impatto emotivo ed immaginifico, l’interesse e l’attenzione dell’opinione pubblica, sempre più disaffezionata alla politica, risvegliando di conseguenza anche il dissenso, in modo da poterlo convogliare all’indirizzo dell’avversario. Ci sono però due aspetti, che l’analisi di Lucconi non prende in esame: lo “scadimento” dell’offerta mediatico-giornalistica, sopraggiunto con l’ingresso dell’ “infotainment” e la debolezza argomentativa del propagandista che fa ricorso alla scorciatoia scandalistica o gossippara, condizioni che fanno di questo nuovo orientamento dialettico e teorico un “must” inevitabilmente internazionale ed internazionalizzato.

Osservando i recenti attacchi rivolti a Matteo Renzi dai democratici più ostili alla sua leadership, vedremo un ricorso, massiccio e martellante, al ricordo della sua apparizione alla “Ruota della Fortuna” o, ancora, ad “Amici” di Maria De Filippi; si tratta di un’ opzione che si colloca al di là del perimetro del fraseggio politico per andarsi a posare nella capziosità denigratoria più fragile ed ingenua. L’obiettivo, nelle intenzioni di chi sterza verso questo genere di scelta, è infatti quello di incapsulare il borgomastro fiorentino nell’immagine, poco edificante ( se vista da sinistra) del “tycoon” di berlusconiana memoria (la ricerca di una facile ed immediato guadagno e l’adesione ai format televisivi di Cologno Monzese). La sterilità e il fallimento di questo tipo di soluzioni concettuali e tattiche, ovunque esse siano state proposte (oltreoceano e , in Italia, contro Berlusconi) dovrebbe tuttavia suggerire alla porzione antirenziana della sinistra italiana una variazione tattica subitanea e radicale.

Eversione e politici: una “partnership” pericolosa

L’ “endorsement” di Berlusconi, Meloni e Grillo nei confronti dei “Forconi” e delle loro iniziative ai margini della legalità, non deve stupire, disorientare né cogliere impreparati.

Al di là del duropurismo etico, politico e ideologico del loro rivestimento promozionale, infatti, micro-gruppi come quelli che stanno animando i sommovimenti forconiani (in questo caso collocabili e collocati nelle porzioni più estreme e radicali della destra nazionale) usufruiscono, da sempre, di sponsor istituzionali, partiti maggiori ai quali delegano la loro rappresentanza nelle assise locali e nazionali convogliando e trasferendo, “sottobanco”, voti e consensi al loro indirizzo. Non è del resto un caso che i “Forconi”, così come gli autotrasportatori, abbiano sempre agito quando a Palazzo Chigi non c’era il centro-destra berlsuconiano (2007, 2012, 2013).

La situazione si presenta tuttavia assolutamente eccezionale e inedita per le turbolente sacche di anarchismo che si stanno venendo a creare in tutto il Paese, e qualora dovesse sfuggire di mano, il pur micidiale arsenale di Cologno Monzese o l’istrionica abilità persausiva da palcoscenico portrebbero non essere più sufficienti

Attenti, i “Forconi”, all’ira dei mansueti.

Agnizioni.Renzi e la via “clintoniana”

Laboratorio e contenitore di esperimenti ed esperienze di raffinatissima qualità culturale, il Democratic Party inanellò tuttavia una sconfitta dietro l’altra, dal 1980 al 1992. Si trattò, a dire il vero, di autentiche debacle , che vedevano il partito fondato da Thomas Jefferson e Martin Van Buren sideralmente distante dagli avversari, e non soltanto a livello nazionale. Questa inabilità all’affermazione trovava il suo archè nell’incapacità, da parte dei dirigenti democratici, di penetrare il bozzolo ideologico nel quale si trovavano rinchiusi dagli anni ’60, senza pertanto riuscire a leggere, interpretare e codificare la nuova istologia sociale, culturale e politica del loro Paese. Fu l’ala clintoniana (i “New Democrats”) ad imprimere una svolta radicale al partito dell’ Asinello, attraverso una politica di dialogo con la “middle class” (tradizionalmente bacino di utenza goppista) che li portò ad intercettarne i valori, gli umori e le necessità più profonde. In un certo senso, Clinton e i clintoniani seppero guardare avanti volgendo la testa all’indietro.

Se da un lato l’elezione, trionfale e plebiscitaria, di Matteo Renzi alla carica di segretario del Partito Democratico non può che disorientare e stupire, dal momento in cui un centrista si trova alla guida di un soggetto di ispirazione socialdemocratica e membro del PSE, dall’altro potrebbe rappresentare l’atomo di un cambiamento di portata storica per la sinistra italiana, ammanettata a dogmatismi ideologici dimostratisi ormai obsoleti e fallimentari sul piano teorico e concettuale come su quello pratico e materiale.

Gli “apparatchik” che adesso si stracciano le vesti parlando di sconfitta o, peggio ancora, di morte della sinistra, dovrebbero impegnarsi in una riflessione seria e concreta sui rovesci elettorali collezionati in questi 20 anni e sui loro errori gestionali quando hanno occupato il governo del Paese.

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?

Analisi che personalmente condivido ma alla quale ritengo vadano aggiunte alcune iniezioni valutativeLa contiguità, sotto il profilo antropologico, sociale, politico e culturale tra Grillo e Casaleggio e il “tycoon” di Arcore. Tutti e tre imprenditori, tutti e tre “self made man”, tutti e tre grandi comunicatori, tutti e tre settentrionali, tutti e tre allergici all’impianto pedagogico e normativo del dirigismo sindacale

“Strategists” e “specilaist” dei leader pentastellati sanno bene che la porzione maggioritaria dell’elettorato italiano si riconosce nel moderatismo e nel conservatorismo (segmenti tuttavia distinti e non sovrapponibili), collocandosi a destra; pertanto, un urto costante e virulento contro Berlusconi ed il suo cartello politico-elettorale risulterebbe controproducente perché confinerebbe il M5S a sinistra, nell’immaginario dell’ italiano (esplicativa a tal proposito la presa di posizione, immediata, contro l’abolizione del reato di clandestinità e l’ambiguità su Resistenza e 25 aprile). Berlusconi non è meno rapace di Togliatti ma Grillo e Casaleggio sono più astuti di Giannini.

Grillo e Casaleggio sanno di non avere nessuna possibilità di sopravvivenza, in un confronto diretto con l’arsenale mediatico berlusconiano. Il M5S non dispone infatti (almeno in via ufficiale) di emittenti televisive, radio e nemmeno di testate cartacee (eccezion fatta per una quota de Il Fatto Quotidiano detenuta dal creativo di Ivrea). Attraverso un metodo “mielkiano” di dossieraggio-killeraggio sostenuto dalle sue batterie della persuasione, il Cavaliere è stato in grado di esiliare dalla vita pubblica e politica personalità come Boffo, Fini, Giannino e Marcegaglia, e Grillo non sarebbe certo un bersaglio difficile, considerate le molte zone d’ombra nella sua vita privata come nella sua carriera imprenditoriale (immaginiamo sotto elezioni uno speciale su Canale 5 avente come oggetto un’intervista-confessione a Cristina Giberti, astutamente corredata dalle immagini della sua famiglia prima e da quelle del fuoristrada ridotto in un ammasso lamiere poi. Lo shock emotivo nella pubblica opinione causerebbe un’ emorragia di milioni di voti, per il soggetto pentastellato)

 

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?
Pietro Salvatori Giornalista politico, L’Huffington Post
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In buona sintesi, la risposta alla domanda posta nel titolo è: perché vuole i suoi voti. La spiegazione richiede qualche parola in più. Se si prendono i post delle ultime settimane, su beppegrillo.it non si troverà mai un attacco diretto contro il Cavaliere. Certo, molto risalto è stato dato all’attività dei parlamentari impegnati a finalizzare l’obiettivo della decadenza con voto palese (l’acme è stato raggiunto con la pubblicazione della dichiarazione di voto di Paola Taverna, che l’ha resa una star tra la propria gente), ma nei post che danno la linea politica al M5s, quelli firmati dall’ex comico e quelli non firmati – frutto per lo più dell’attività della Casaleggio&associati – non c’è posto per il leader azzurro.I bersagli preferiti da Grillo e dal guru sono Enrico Letta, aka Capitan Findus, “Matteo Renzie” e Giorgio Napolitano, con rapide puntate contro il malcapitato di turno, che un giorno è Pippo Civati e quello dopo Rosario Crocetta. La linea politica del Movimento è tutta sbilanciata in un attacco costante e salace contro la parte sinistra dell’emisfero politico, quasi trascurando l’altra metà del cielo.

Alessandro Di Battista, solitamente buon interprete della linea dello staff, tra le cose che lo hanno colpito del terzo V-day inserisce il fatto che “a una settimana dal voto sulla decadenza, Beppe non abbia mai nominato dal palco Berlusconi”. Sono lontani i tempi nei quali il blog si scagliava quasi quotidianamente contro lo “psiconano”. Di Battista aggiunge che “inizierò a farlo anche io”, e lo motiva spiegando che “ormai è politicamente morto, la gente non ne vuol più sentir parlare”.

Una presa di distanze che vuole marcare una superiorità metodologica rispetto agli argomenti solitamente usati nella contesa politica. Ma che è anche il modo migliore per incunearsi nel parziale vuoto che la caduta del Cavaliere ha lasciato aperto.

Spostare sulle liste a 5 stelle l’elettorato di centrodestra è uno degli obiettivi che si è dato il Movimento per far fronte all’astensionismo crescente che li vede coinvolti e confermare anche le europee le percentuali conseguite alle politiche.

E la strategia per conseguirlo è duplice. Da un lato non cadere nell’errore storico del centrosinistra, che nel suo continuo attaccare Berlusconi ha portato ad una polarizzazione dello scenario politico che spesso non gli ha giovato, anzi. Dall’altro iniziare a battere, pur con altri modi e con altri toni, sui temi strutturali rispetto ai quali gli elettoridel berlusconismo potrebbero sentirsi orfani. A partire da un pugno tutt’altro che morbido sui temi dell’immigrazione, passando per un forte scetticismo nei confronti di provvedimenti quali l’amnistia e l’indulto, finendo per intestarsi la leadership dell’euroscetticismo.

Su quest’ultimo fronte il V-day è stata un’ottima cartina tornasole, con i suoi tanti grafici, numeri, termini tecnici. Evidenza di come, oltre i generici “vaffanculo” (di cui lo stesso Grillo è stato per una volta avaro), gli strateghi del Movimento stanno provando a creare un humus contenutistico che possa attrarre parte della diaspora del centrodestra.

Senza mai cadere nell’errore di demonizzare (non troppo, almeno) la ‘concorrenza’, per non esasperare gli animi e portare chi ha votato fino a ieri il leader azzurro ad un rigurgito di appartenenza che sarebbe elettoralmente penalizzante per le truppe stellate.

Così gli avversari da battere si trovano dall’altra parte, in un campo nel quale le istanze e i valori fondanti dei 5 stelle non avrebbero in alcun modo cittadinanza. Una grancassa suonata contro i principali esponenti del centrosinistra che ha l’obiettivo di sterilizzare qualunque altro tipo di opposizione, e drenare in direzione di Genova pacchetti di voti fino ad oggi indirizzatisi verso Arcore. Che Grillo e Casaleggio ci abbiano visto giusto saranno le urne di Strasburgo a dirlo.

Rimane il fatto che il V-day sotto le tre caravelle ha celebrato un cambio di passo rispetto al passato (quello stellato in qualche misura, ma soprattutto quello della tradizionale avversione del centrosinistra per il Cavaliere) che potrebbe, nel medio periodo, modificare gli assetti del M5s e quelli del quadro politico tutto.

Marketing e comunicazione.”Così giusto per ricordarlo”

Nella sue ultima campagna autopromozionale, Mediaset lancia ed evidenzia una serie di messaggi concettuali che non possono sfuggire ad una sosta analitica e valutazionale approfondita ed al vaglio delle risorse storiografiche. In alcuni si vedono “everyman”, uomini “qualunque” (muratori, truccatori, ecc) che proclamano alle telecamere, con orgoglio e fierezza, di lavorare per l’azienda; in altri viene ricordato come il gruppo non sia un colosso americano e non usufruisca di finanziamenti pubblici; in altri ancora il messaggio è confezionato nel mito dell’azienda che ha “iniziato da zero”. La chiosa, il “refrain” fisso ed immancabile, ci rammenta come la ricezione dei programmi di Cologno Monzese sia gratuita.

Si tratta di una strategia antica, formulata e concepita in modo da associare al totem berlusconiano l’immagine di una rete “per tutti”, “di tutti”, e fatta “da tutti” (il muratore e la truccatrice), umile, che ha iniziato dal basso, lottando contro potentati e trust (la RAI) e che, a differenza di altri competitors (sempre la RAI) non fa pagare un centesimo alla sua clientela, come ad indicare vi fosse tra i due segmenti, la “gente” e l’azienda, un rapporto affettivo, un legame collocato e collocabile oltre il perimetro delle logiche produttive e commerciali (in realtà, l’offerta migliore del gruppo è affidata a Mediaset Premium, che è a pagamento).

Ma davvero Mediaset non costa nulla?

Davvero Mediaset è il piccolo seme trasmutatosi nella grande quercia?

Non proprio.

E’ grazie a potenti ancoraggi al “palazzo” che Mediaset ha potuto svilupparsi e prosperare (celebre il decreto del 1984, varato in fretta e furia dall’allora Premier Bettino Craxi che mollò un incontro internazionale con la Thatcher a Londra per consentire le messa in onda delle reti del “Biscione”, oscurate da tre procure) ed ottenere il dominio monopolistico delle frequenze grazie al quale domina, tiranneggia ed atrofizza il mercato televisivo privato da oltre un trentennio.

Per quel che concerne i costi, invece, è utile segnalare alla memoria la multa di 130 milioni di euro che lo Stato italiano deve pagare, ogni anno, (la sentenza è della Corte di Giustizia Europea) finché Rete 4 non cederà ad Europa 7 le frequenze che avrebbe dovuto abbandonare dopo aver perso una regolare gara d’appalto nel 1999 nonché il risarcimento di 10 milioni di euro all’imprenditore Francesco Di Stefano, proprietario dell’emittente defraudata dei suoi spazi dal canale berlusconaino. A questo si aggiunga il carico, per l’erario (e quindi per il cittadino italiano) proveniente dal mancato versamento delle imposte che ha portato alla recente condanna del Cavaliere.

Dal 1980, Mediaset si affida a questa traiettoria della persuasione, sottile ed astuta, in virtù della quale è riuscita a sedimentare nelle percezioni di una fetta rilevante della comunità italiana l’idea di un soggetto mediatico “amico”, modificando, contestualmente, l’immagine del suo rivale storico (la RAI), incapsulato nei contorni del monolite stanco, ipocrita, grigio e, soprattutto, esoso (il pagamento del canone). In questo, hanno giocato un ruolo imprescindibile ed apicale alcuni dei personaggi “per famiglie” (Vianello-Mondaini, Corrado, Bongiorno, Bramieri, ecc) che, una volta trasmigrati alla corte dell’ arcoriano, si sono appiattiti sui suoi dettami comunicativi, lanciando e rilanciando l’archetipo di una RAI ingrata ed improba che voltava le spalle a chi aveva fatto la sua fortuna (fu il contrario), a differenza di quel Berlusconi, munifico e lungimirante, che aveva onorato la loro dignità di artisti.

Nulla è gratuito per chi persuade. “Così giusto per ricordarlo”

Berlusconi e la “via giudiziaria” della persuasione. Dalle Crociate a Sallusti: anatomia della-di una “menzogna”

Individuo esecrabile sotto il profilo morale e criminale seriale, Joseph Goebbels era e si dimostrò tuttavia un abilissimo comunicatore, tra i primi ad intuire l’importanza della reiterazione e della sloganizzazione della menzogna nell’impianto propagandistico moderno (le prime forme di propaganda organizzata si hanno già in epoca romana, con gli “Acta Diurna” , e il ricorso alla falsificazione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa). Se ripetuta, la menzogna tende infatti a sedimentarsi nei tessuti cognitivi, culturali ed emotivi più profondi del bersaglio, fino ad impregnarli ed orientarli.

Dalla condanna in Cassazione di Silvio Berlusconi, stiamo assistendo alla riproposizione di un refrain, martellante ed uniformante, che vorrebbe l’ex Premier eliminato per “via giudiziaria” e non per via politica, in modo quindi anticonvenzionale e illiberale. Molti esponenti della stessa sinistra si dolgono e rammaricano di quella che , anche ai loro occhi, appare quasi come una sorta di scorciatoia, come se la magistratura italiana fosse in realtà un “gavroche” che ha scippato la democrazia di uno dei suoi fondamenti e non un organismo autonomo che agisce in base ai principi del diritto e dell’equità.

Ecco l’ingresso della “menzogna” nei meccanismi della persuasione, di una menzogna sloganizzata e reiterata, appunto, fino a farsi “verità”. La decisione da parte delle camere di far decadere il Cavaliere, rientra infatti in quella che è la nostra intelaiatura giuridica e normativa; nessun abuso, nessun scorciatoia, nessuna soluzione punitiva “ad personam”, come in tanti altri casi, come per tanti altri casi.

Decadenza:riponete lo spumante.

La decadenza non interverrà a mutare in misura sostanziale ed effettiva il volto della politica italiana, i suoi intrecci e le sue dinamiche più peculiari, profonde e sedimentate. Berlusconi è e resterà un contender insuperabile, in virtù della sua potenza mediatico-economica e della sua capacità di presa su quel segmento, maggioritario, dell’elettorato ex pentapartitista fidelizzato fin dal 1993. L’esempio di Beppe Grillo, leader assoluto e riconosciuto pur non sedendo in Parlamento, è a tal proposito paradigmatico ed esplicativo. Viceversa, l’espulsione dal Senato potrebbe diventare un’arma in più nell’arsenale propagandistico dell’ex premier. Risparmiamo lo spumante per le feste imminenti, con i nostri cari