Covid: perché ricordiamo solo certi errori

Uno dei fenomeni carattteristici di questi mesi è che le previsioni negative, quando sbagliate, risaltano in genere meno rispetto a quelle, altrettanto sbagliate, positive.

Ciò avviene non solo perché la narrazione ancora dominante è orientata ad un approccio ansiogeno ma anche perché , in un contesto difficile e doloroso, le prime tendono a diluirsi con la realtà, mimetizzandosi con essa, mentre le seconde hanno un compito più oneroso e problematico, inserendosi in un scenario appunto complesso e critico che devono “ribaltare” (si aggiungano le enormi aspettative create).

Quando errata, la previsione ottimistica verrà enfatizzata e spiccherà quindi oltremodo, con grave e spesso immeritato danno al suo mittente.

Il Covid e la guerra all’ottimismo: una chiave di lettura

L’ostilità, spesso irrazionale, che una parte significativa della sinistra manifesta verso un approccio più “ottimistico” rispetto all’emergenza Covid, potrebbe essere una diretta conseguenza (non la sola) del metodo pedagogico marxista-leninista e della Scuola di Francoforte.

Sviluppato in anni che vedevano le masse prigioniere dell’ignoranza, quindi la loro emancipazione diventava un’urgenza, respingeva e respinge qualsiasi forma “disimpegnata” e “leggera” di arte e di intrattenimento, considerandola vacua, pericolosa, dispersiva e fuorviante. Per questo, e qui entra in ballo anche la visione materialistica del Socialismo, persino un atteggiamento più positivo riguardo la pandemia potrebbe essere inteso come superficiale e velleitario.

Un “modus cogitandi” da cui discende pure un certo, storico (e autolesionistico), rifiuto delle moderne tecniche della propaganda e della comunicazione.

Se tutto va a rotoli, tutto funziona (per qualcuno). Quando il pessimismo mediatico nuoce più della crisi.

Compito dell’informazione più rigorosa (il giornalismo “scientifico” nato con Tucidide e sviluppato da Walter Lippmann ), quello di raccontare la realtà, per quello che è, senza manomissioni né strumentalizzazioni.

Raccontare la realtà, ad ogni modo, non significa “appesantire” la realtà, caricarla, ovvero, di sfumature negative, come invece tendono a fare, spesso e troppo spesso, il giornalismo e l’editoria. Le cause di questa stortura sono di ordine economico (la “notiziabilità” dello shock aiuta a vendere di più) e politico (dipingere la situazione generale a tinte fosche serve a screditare l’establishment di turno), quindi difficilmente rinunciabili e superabili, a svantaggio della comunità nel suo insieme.

Soprattutto nelle fasi più critiche, il pessimismo eccessivo, l’attenzione su ciò che non funziona, a dispetto di ciò che funziona, contribuiscono infatti a corrodere ancor di più la fiducia del cittadino verso il futuro e le istituzioni; è quindi lecito affermare come una fetta importante e cospicua dell’informazione svolga, nella sostanza, un ruolo non soltanto improprio sotto il profilo deontologico ma, prima di ogni altra cosa, “antisociale”.

Il pessimismo che fa moda..ma che fa male.

Tanto irritante quanto socio-antropolo­gicamente curioso e degno di studio, l’arsenale di idiozie messo in campo dal qualunquismo popolare durante occasioni e ricorrenze quali il Primo Maggio. Ogni anno si ripete lo stesso spettacolo, rutilante di nulla: tutto va male e tutto andrà male. Ovviamente, come nelle migliori tradizioni del disfattismo nazionalpopolar­e, si evoca ed invoca un passato mitico ed aureo che, vorrei chiedere a costoro, in quale epoca troverebbe collocazione, dato il carattere sempiterno e costante di questo “inverno nucleare” sociale ed economico. Ps. Il pessimismo viene visto come un “must”, prova ed attestato di intelligenza, capacità di scavo ed allergia sensoriale. È, invece, l’esatto contrario, come lo sono tutti gli estremismi e gli arroccamenti aprioristici. Al suo nulla segue il vuoto della non-proposta, in una costante opera e prassi di modaiola lamentazione.