Enrico Berlinguer: il “padre” politico di Matteo Renzi.La lezione della storia.

Fu con Palmiro Togliatti che il Partito Comunista Italiano entrò in un progetto trasversale di governo, insieme alla Democrazia Cristiana ed alle altre forze liberali, monarchiche ed atlantiste (Governo Badoglio II , Governo Bonomi II , Governo Bonomi III , Governo Parri , Governo De Gasperi I , Governo De Gasperi II), dal 1944 (Svolta di Salerno) al 1947. Fu, insomma, il capostipite delle cosiddette “larghe intese”, su suggerimento di Stalin.

A riprendere il dialogo con la DC ed i suoi alleati, Enrico Berlinguer , che portò il PCI al cosiddetto “governo della non sfiducia” (1976) o di “solidarietà nazionale”, a guida andreottiana (Andreotti III). Berlinguer , però, fece ancora di più, attuando una scelta di campo, netta e definita, in favore del blocco atlantico («Io voglio che l’Italia non esca dal Patto atlantico e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO» ) e dando vita, insieme ai comunisti spagnoli e francesi, al progetto della cosiddetta “terza via” (o “eurocomunismo” ), che riponeva per sempre l’esperienza e il dettato rivoluzionari per guardare ad un modello di compromesso con la democrazia ed il capitalismo. Per questo, venne osteggiato dai più ortodossi, in Italia come in URSS, tacciato di revisionismo, trozkismo e deviazionismo.

Oggi, chi ne esalta ed evoca la figura, contrapponendola a quella dell’attuale Presidente del Consiglio (malvisto in ragione del suo appeasement con le forze di centro-destra), dovrebbe ricordare quella fase, anzi, quelle fasi, del nostro percorso recente, e la sconfitta storica della critica conservatrice.

“Qui sine peccato est vestrum primus lapidem mittat”. Perché il PD può dare “lezioni” di democrazia

Esiste e trova particolare utilizzo, a destra come al centro, il “cult” dell’impossibilità, da parte del PD, di sostare ed esprimersi nel panorama democratico e liberale in ragione dei trascorsi storici del Partito Comunista Italiano, ritenuto (a torto) suo precursore politico. Il ritornello “adesso vogliono insegnarti che cosa sia la democrazia quando fino a ieri erano stalinisti”, benché, senza tema di smentita, acuminato e suggestivo, si formula e sviluppa intorno ad una semplificazione grossolana, che non tiene conto né del principio della contestualizzazione (tra i cardini dell’analisi storiografica ) né dell’evidenza della compromissione, in misura differente e variabile, di quasi tutti i partiti nazionali con le logiche meno limpide della politica e della sua gestione. Stragi di stato, insabbiamenti, corruzione, appoggi a questo od a quel “capotazza” sudamericano oppure a questo o quel nucleo terroristico, rendono impossibile ed impensabile per chiunque (eccezion fatta per Radicali e Monarchici) la rivendicazione di una verginità pubblica e morale. Da non dimenticare, inoltre, come la generazione che ha scelto, condiviso e vissuto la contiguità con il Blocco Sovietico stia a poco a poco uscendo dal panorama politico per lasciare spazio a figure formatesi nella Margherita o dopo la Bolognina e l’ammainamento del vessillo dell’Ottobre dai pennoni del Cremlino. Significativo, a questo proposito, l’utilizzo della prima pagina de L’Unità contenete l’omaggio a Stalin il giorno dopo la sua morte. Soltanto tre anni dopo (1956), in occasione del XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il mondo (anche quello comunista) sarebbe venuto a conoscenza dei crimini commessi dal leader sovietico, ma fino a quel momento, “Koba” rappresentava il simbolo della vittoriosa lotta al nazifascismo che tanto danno aveva provocato all’Europa ed al genere umano. Inoltre, quasi nessuno degli aderenti a quel PCI (1953) è ancora impegnato in politica (e in vita).

Togliatti, il “compagno” Romualdi e l’assalto al trono. Le larghe intese prime delle larghe intese.

Tra le prime iniziative caldeggiate da Re Umberto II una volta indossata la corona (dopo l’esperienza luogotenenziale) vi fu la proposta di un’amnistia generale che facilitasse una pacificazione piena e completa tra la popolazione italiana dopo i traumi dell’esperienza fascista e del conflitto bellico. L’idea, sensata e raziocinante, trovò il plasuo ed il favore immediati dell’allora Ministro di Grazia e Giustizia, nonché Segretario del Partito Comunista Italiano Italiano, Palmiro Togliatti. Se questo passaggio della storia si presenta come ben noto perché evidenziato in modo esaustivo dalla saggistica accademica e dalla pubblicistica divulgativa, lo stesso non si può dire delle trattative segrete che incorsero tra il leader comunista e Giuseppe “Pino” Romualdi, all’epoca esponente dei fascisti repubblicani in clandestinità e successivamente dirigente storico del Movimento Sociale Italiano. Togliatti e Romualdi si accordarono affinché le famiglie dei fascisti alla macchia si orientassero a favore della Repubblica, in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

L’amnistia fu poi promulgata il 18 giugno dello stesso anno, ovvero cinque giorni dopo la partenza dell’ex sovrano alla volta del Portogallo.

Da quando il Capo dello Stato ha cambiato il suo “copricapo” (per usare un’espressione cara a Guglielmo Giannini), la destra italiana ha fatto propria la teoria dei brogli elettorali ad opera di Togliatti e Romita, ma il portato documentale ci mostra e dimostra come la posizione assunta dai missini sia, a ben vedere, un abuso etico ed un’incurisone del tutto strumentale e tornacontista.

Corsi, ricorsi e rincorse: il muro contro muro che non giova alla sinistra

Quando nel 1944 il Qualunquismo fece la sua apparizione nel panorama politico italiano con l’impatto di una cometa impazzita dai colori bislacchi, le sinistre gli riservarono lo stesso trattamento “ab irato” con il quale oggi si approcciano al M5S ed al suo leader. Il PCI arrivò persino a chiedere (ed ottenere per un brevissimo periodo) la sospensione delle pubblicazioni dell’ organo ufficiale del partito gianniniano, mentre l’Unità, così si esprimeva nel suo numero del 7 gennaio 1945: “Quando un uomo qualunque ci dice che non crede più a niente nè a nessuno, che sono la stessa cosa Fascismo ed antifascismo e cento altre cose del genere che non possono in nessuno modo contribuire allo sforzo di guerra, nessuno può contestarci il diritto di affermare che quest’uomo qualunque è oggettivamente un fascista e un provocatore”. Nulla, nel programma qualunquista, dava adito e spazio ad interpretazioni­ in grado di sostenerne la vocazione fascista o reazionaria, anzi; l’UQ metteva sul tavolo un programma evoluto mirante a liberare il sistema-paese dai rami secchi del dirigismo e dello statalismo (il contrario di quello che avvenne nel 20ennio), così da iniettare linfa e vitalità a quel travet, a quella piccola e media borghesia imprenditoriale­ che da sempre costituisce l’ossatura di qualsiasi circuito capitalista (e non solo). Non era sufficiente, anzi, era proprio questo il “male”. Il rifiuto dell’UPP (uomo politico di professione), di qualsiasi tipo di legaccio, statale o clericale che fosse, dell’ideologia intesa come morbo di ultrastica fisionomia, non potevano essere tollerati dal monolite di Botteghe Oscure. Con il tempo, però, le cose cambiarono. Togliatti comprese infatti che il corpo a corpo non solo non avrebbe pagato, ma che, piuttosto, avrebbe finito con l’irrobustire Giannini e i suoi, facendo loro pubblicità (come sta avvenendo oggi con il comico genovese) e catalizzando verso l’UQ l’attenzione dei moderati, spaventati da quello che veniva inteso e percepito come pericolo comunista. Decise così, il “Migliore”, di deviare la barra, di strizzare l’occhio a Giannini, di blandirlo, di accarezzare il suo orgoglio di parvenu della politica. Al commediografo, da sempre snobbato da quel De Gasperi di cui tanto aveva bramato il riconoscimento e la stima, non sembrò vero che un altro totem della politica nazionale gli tributasse rispetto e considerazione,­ e con una mossa scellerata decise allora di avvicinarsi al PCI, con il risultato di perdere, soffocato da questo abbraccio mortale, il suo elettorato storico e di scomparire dallo scenario politico ad appena 4 anni dalla sua straordinaria apparizione. Togliatti aveva mosso la pedina giusta, e l” ’avversario” era caduto nella trappola. Prenda esempio, la sinistra attuale, dall’estro togliattiano. Smetta con questo boomeranghesco gioco al massacro imbastito su pseudo-conti cifrati, autisti, colf, assalti all’arma facebookiana , imbarazzanti accuse di populismo e di supposte nostalgie di un’ideologia consegnata al passato più remoto. Cambi tattica e non continui a disegnare la sua immaturità su tele a 9 colonne.

P.S rifiuto e rigetto il paragone, semplicistico e banalizzante, tra i due movimenti. Entrambi non sono “qualunquisti” nell’accezione popolar-dispreg­iativa del termine e Grillo non lo è in quella storica. Diversi i segmenti elettorali di riferimento e diversi gli orizzonti programmatici. Come fenomeni sociali e politici, però, esistono varie ed importanti analogie.