Il Covid, la manipolazione e il criceto a colori

Se da un lato il sistema a colori e a fasce può garantire una gestione più razionale ed equilibrata della “crisi” sanitaria, dall’altro presta il fianco a interrogativi allarmanti.

Come in una sorta di variante della “rana bollita”, in una grande ruota del criceto, spesso il cittadino non ambisce infatti più al ritorno alla normalità “sic et simpliciter”, ante-marzo 2020, ma il suo orizzonte, la massima aspirazione che ritiene possibile, diventa solo il cambio di colore, con i privilegi (pochi) che ne derivano. Si presterà e si presta quindi, docile, alle normative, per avere un premio che in realtà non è tale.

Un trionfo della manipolazione orwelliana nelle sue conseguenze più subdolamente coercitive, se voluto e perseguito con intenzione.

Il falso mito della “nuova normalità”

Le grandi epidemie e pandemie del passato hanno quasi sempre determinato grandi cambiamenti a livello ecocomico e politico, spesso irreversibili, negativi come positivi. E’ ad esempio il caso della peste del ‘300, che tra le sue conseguenze ebbe l’ascesa dell’allevamento (cominciando a cibarsi di carne le popolazioni europee migliorarono anche le loro condizioni fisiche generali), una ridefinizione dei rapporti tra contadini e padroni ed un rilancio generale dell’economia, elementi che contribuirono al declino del feudalesimo e all’affermazione di quel periodo di crescita che sarà l’Umanesimo Rinascimentale.

Nell’altra parte del mondo, le ondate di vaiolo, morbillo, peste, influenza, salmonella, scarlattina, varicella, ecc, accelerarono la fine dei grandi imperi precolombiani.

La paura, l’ansia e le misure estreme di distanziamento e confinamento hanno invece sempre favorito la sfiducia tra le persone e il deterioramento dei rapporti umani, ad ogni livello. Una “coazione a ripetere” tra le più tristi e nefaste. Come a tal proposito scriveva Boccaccio nel “Decamerone”, «e lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. »

Se, tuttavia, i mutamenti che interessavano più specificatamente l’economia e i sistemi produttivi si sono dimostrati di lunga durata, quelli sociali e psicologici, no. O, per essere più precisi, quella diffidenza tra gli uomini, quella paura dell’Altro sopra descritte, hanno ogni volta teso a scemare fino a scomparire, a poco a poco, con il declino del fenomeno epidemico o pandemico.

Sempre a proposito della peste del ‘300, ecco infatti cosa scriveva lo storico e cronista Matteo Villani (1283 – 1363 ): «Trovandosi pochi, e abbondanti per l’eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come se state non fossero»

La stessa Spagnola, il contagio più grave di ogni epoca con un numero di morti che va dai 50 ai 100 milioni, è d’altro canto passata alla memoria come la “pandemia dimenticata”.

Chi parla di “nuova normalità”, volendo intendere (o volendo sperare?) che anche dopo la fine dell’emergenza Covid resteranno in vita gli odierni dispositivi di distanziamento e il timore del prossimo, che, in buona sostanza, la società come l’abbiamo conosciuta sia ormai irreversibilmente stravolta con tutti i suoi usi e costumi sociali e millenari, con lo stesso concetto di stare insieme riesaminato e corretto, non fa dunque i conti con la Storia e con quelli che sono comportamenti e bisogni naturali dell’uomo, animale sociale per definizione.

La normalità tornerà, presto, com’è sempre tornata. Per fortuna.

La pagliuzza, la trave, i titoli e il virus

Vedo fare delle ironie su quei giornalisti che scrivono titoli come “muore investita, aveva appena fatto il vaccino”. Certe uscite sono oggettivamente improbabili e grottesche, tuttavia non posso fare a meno di ricordare la polemica con un individuo, “famoso” debunker (benché fosse un artigiano e pur essendo un artigiano aveva la pretesa di insegnarmi i meccanismi della comunicazione e della persuasione), il quale sosteneva che una donna positiva al Covid ma morta per una caduta domestica fosse stata inserita tra le vittime della pandemia non a torto ma perché il virus le aveva mozzato il respiro, facendole perdere i sensi e battere la testa (!). E, si faccia attenzione, non era il solo a pensarla in questo modo.

L’equilibrio è merce rara e preziosa, per questo il ritenersi immuni dalle polarizzazioni è spesso indice di stupidità, ignoranza e presunzione.

Il Covid e la ruota dei “bisogni elementari”

Aristotele diceva che solo dopo aver soddisfatto i bisogni elementari l’uomo poteva permettersi di pensare alla Filosofia, alla speculazione (teoria in parte ripresa da Orazio, Maslow ed altri).

Ed è proprio grazie alla possibilità di tener quiete le esigenze più urgenti che un segmento del Paese, i cosiddetti “garantiti” e chi è o si sente in un condizione di privilegio, ha il “lusso” di anteporre ragioni che sono il risultato di un personale posizionamento politico/ideologico e/o di una personale riflessione etico-morale al bisogno contingente degli altri, della società produttiva.

Uno scenario ad ogni modo destinato a cambiare radicalmente e bruscamente, se protratto oltre un certo limite, anche per chi oggi si trova in una “comfort zone”.

Gates, i visionari del 2.0, il Covid e la “nuova normalità”: le ragioni del dubbio

Il coinvolgimento, immediato e massiccio, di Bill Gates nell’emergenza Covid, può forse indurre una qualche preoccupazione, una qualche perplessità. Non perché si debba temere che il co-fondatore di Microsoft usi questa crisi per impiantare dei microchip nelle nostre teste o per arricchirsi ancora di più co i vaccini od altro (le techno-corporation sono comunque tra i massimi beneficiari della situazione pandemica odierna) ma per una ragione molto meno prosaica, più profonda e, in linea teorica, più preoccupante.

Uomini come lui non sono infatti “semplici” imprenditori informatici o “semplici” manager del web, ma istrioni, visionari eccentrici e “filosofi”, “nerd” geniali artefici e discepoli allo stesso tempo di un pensiero che è un intreccio tra il new age, l’orientalismo, il determinismo tecnologico, l’ecologismo, l’etica del lavoro protestante e l’anarchisimo, e di cui Burning Man è ad esempio una delle massime espressioni.
Uomini che coltivano l’idea e il sogno di un mondo “nuovo”, più sostenibile e il più possibile libero dalle insidie vecchie e nuove, fondato su nuove e strabilianti dinamiche sociali e dove la tecnica avrà/avrebbe un ruolo di assoluto dominio, non solo da un punto di vista economico e lavorativo. E, d’altro canto, la costruzione di un mondo “nuovo”, secondo alcune di queste linee di indirizzo, è proprio uno degli scopi della “Bill & Melinda Gates Foundation” (in tema di insidie, le epidemie/pandemie sono da sempre una delle più grandi ansie del Gates).

E’ dunque lecito pensare che lui e ad altri grandi nomi delle nuove techno-corporation stiano cercando di cogliere la palla al balzo per dar seguito alle loro ambizioni più ardite e visionarie? Forse no, sebbene certi riferimenti, continui e martellanti, ad una “nuova normalità”, a cambi di rotta e alla sopravvivenza, anche nel mondo post-Covid, di alcune regole e abitudini d’emergenza (si pensi proprio allo smart working), lascino qualche interrogativo in sospeso.

Quale sia la verità, il ruolo di certi Attori nella fase attuale meriterà senza dubbio un approfondimento, un lavoro di scavo che metta da parte ogni stimolo preconcetto per armarsi del distacco razionale, tipico dello storico e del buon cronista. È infatti bene ricordare che una “cospirazione” può, per essere tale, anche andare dalla M alla N, non deve necessariamente andare dalla A alla Z. Può, cioè, essere un intervento isolato ed esterno, in corso d’opera, quando l’opera è ideata e gestita da un soggetto diverso oppure è frutto del caso.

I Testimoni del Covid

Ogni tanto sentiamo alcuni amici e contatti paragonare una certa comunicazione (purtroppo ancora dominante) sul Covid al millenarismo. Ebbene, questi amici e contatti vogliono usare un’espressione metaforica, ma hanno centrato il bersaglio. Mi spiegherò meglio: tutti noi ci siamo imbattuti, prima o poi, nei Testimoni di Geova, appunto una “setta” millenarista, e abbiamo potuto notare come il loro linguaggio e le loro argomentazioni siano sempre orientati al pessimismo ed al catastrofismo, con i quali ribattono ad ogni nostra obiezione e osservazione critica.

Ebbene, al di la dell’aspetto più prettamente dottrinale e teologico, siamo davanti ad una tecnica comunicativa e persuasiva ben precisa, uilizzata per farci apparire insopportabile il presente terreno in modo da “venderci” meglio la loro soluzione: la promessa di un Eden dove potremmo entrare e vivere in eterno solo divenendo membri dell’ organizzazione.

Ed è qui che sta la grande differenza, il limes, tra i millenaristi, quelli veri, e quelli del Covid: mentre i primi hanno e offrono comunque una via di uscita e un speranza, i secondi (giornalisti, tele-virologi, politici, opinionisti, ecc) non vedono e non offrono nulla oltre il virus, al quale si deve cieca “obbedienza” come fosse un vero e proprio “Dio”. Un “Dio”, figlio del pipistrello e non di un Geova, di uno Yahweh o di un Allah, sulla cui onnipotenza e onnipresenza non è consentito dubitare, pena lo stigma e l’ostracismo (e qui si torna a dinamiche della psicologia sociale tipiche delle sètte e del settarismo).

Assembramento?Cosa dobbiamo imparare da San Siro

Limitarsi all’indignazione per la “ressa” davanti a San Riso sarebbe un atteggiamento miope, irresponsabile e ideologico, il proverbiale guardare il dito invece della Luna. Simili episodi sono infatti un chiaro campanello d’allarme, la spia rivelatrice di un malessere crescente e preoccupante che non può più essere liquidato come “irresponsabilità”, nascosto sotto un tappeto di titoli e servizi “alla Matano” che gridano all’ “assembramento”.


Prima linea del fronte nella crisi sanitaria, il cittadino comune è sempre meno disposto a sostenere restrizioni, rigide e innaturali, che ne compromettono e inquinano la vita, da un punto di vista sociale, psicologico ed economico. Oggi che abbiamo a disposizione i vaccini (e molti), il decisore dovrà pertanto fare ciò che è in suo potere per far uscire l’Italia dall’emergenza; la palla è nelle sue mani. Il rischio, prossimo all’orizzonte, è il collasso del Paese, con tutte le conseguenze, drammatiche, del caso.

Duemila non più Duemila: il Covid e i perché di una reazione mai vista

Gli storici che si dovranno cimentare nell’analisi della fase attuale si troveranno di fronte ad un compito arduo, innanzitutto perché mai l’umanità aveva messo in atto una risposta aggressiva e invasiva come adesso, neanche durante le grandi pestilenze e le grandi epidemie/pandemie che contagiarono e uccisero centinaia di milioni di persone e in maniera “omogenea” (al di là dell’età e delle condizioni pregresse del soggetto), come non lo ha fatto e non lo fa davanti a malattie infettive ritenute comuni ma che presentano numeri uguali o superiori al Covid.

Un fenomeno al quale hanno concorso e concorrono differenti e molteplici elementi (ma che oggi inizia non a caso, e come previsto e prevedibile, ad essere oggetto di critica e ripensamento non solo nel quadro del rapporto costi/benefici). Vediamone alcuni:

1) la disabitudine, soprattutto in Occidente, al fenomeno pandemico (l’ultima pandemia di un certo rilievo risale a circa mezzo secolo fa)

2) vedere un grande e influente Paese occidentale, cioè l’Italia, entrare in un lockdown quasi totale (reazione che trova risposta nel punto 1) e dalle proporzioni inedite, ha allarmato il resto del mondo, creando un effetto-domino

3) una maggiore sensibilità, spesso portata all’estremo, verso la vita umana, per cui la morte di individui comunque giunti al termine naturale e fisiologico della vita (anziani e grandi anziani, la stragrande maggioranza delle vittime del Covid) viene ritenuta un prezzo inaccettabile e intollerabile

4) la disabitudine, soprattutto in Occidente e nel Primo Mondo e conseguenza del nostro elevato grado di benessere, all’idea della morte, dell’invecchiamento (ostacolato e rimandato con ogni mezzo e artificio) e più in generale alla sofferenza (il punto 4 va a intersecarsi con il punto 5)

5) incrostazioni ideologiche ottocentesche e novecentesche che si vano a saldare ad una certa etica religiosa, per cui la socialità viene vista e percepita come qualcosa si sbagliato, fuorviane, impuro, pericoloso, vacuo

6) la maggiore influenza e la maggiore pervasività dei media, tradizionali e nuovi

Ciononostante, chi parla di “nuova normalità” e/o di emergenza destinata a protrarsi “sine die” si dimostra scollegato da ogni logica razionale e storica. Questa situazione, che è intrinsecamente innaturale, dovrà infatti venire ricomposta in tempi rapidissimi, giacché non è sostenibile sotto nessun aspetto e profilo: psicologico, sociale, economico (anche chi ne sta traendo vantaggio e beneficio alla lunga rischierà di trovarsi scoperto), medico-sanitario (ogni altra malattia viene trascurata, con risultati drammatici), politico.

Il default alle porte e l’illusione occidentale

Abituati alla comfort zone occidentale in cui sono nati e cresciuti, molti non riescono a rendersi conto, come fossero in una sorta di caverna di Platone 2.0, di ciò che lo Stato e il popolo rischiano con un tracollo economico e sociale, inevitabile con un tracollo dell’imprenditoria. Basterebbe del resto analizzare un caso vicino, il caso greco, benché Atene potesse fare affidamento su uno scenario assai migliore di quello odierno: licenziamenti a tappeto di dipendenti pubblici e semi-pubblici o netta riduzione dei loro stipendi, netta riduzione delle pensioni, taglio dei servizi essenziali, disoccupazione ai massimi storici, esplosione dell’ emergenza abitativa, milioni di cittadini ridotti nell’indigenza e alla fame, impennata dei suicidi e dei casi di depressione, scontri nelle piazze e nelle strade con morti e feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine, ospedali e farmacie senza più medicinali e macchinari, bambini abbandonati, ritorno all’emigrazione primonovecentesca, ecc, ecc.

Un turbine apocalittico di drammi e problemi, spesso irreversibili e infinitamente più gravi dell’emergenza sanitaria attuale.

In troppi, lo ripetiamo, non hanno chiara in mente la dimensione dei pericoli alla porta, preferendo baloccarsi tra questa o quella appartenenza di bandiera o condizionati da un’informazione che è tale solo di nome, magari nell’illusione di essere garantiti. Non lo sono.

Fuoco amico (tanto succede solo ai vecchietti)

« Come ci sarebbe da discutere sul perché, ora che è cruciale vaccinare quante più persone possibile il più presto possibile, si scateni questo tam-tam mediatico che sembra fatto apposta per minare alla radice la fiducia del popolo nei vaccini quando non c’è per ora alcun dato che indichi una “resistenza” di queste nuove varianti. Viene quasi da pensare che anti-vaccinismo e catastrofismo abbiano deciso di unire le forze per impedirci di vincere – attraverso la scienza – la battaglia per sconfiggere COVID e tornare alla normalità. » (Prof. Guido Silvestri)

Per una serie di motivazioni, alle quali non è stata forse esteanea la vicinanza politica e ideologica al Conte II, una parte della comunità scientifica italiana (divulgatori compresi) e i loro “sostenitori” hanno scelto, da un certo momento in avanti, di accarezzare la linea catastrofista, considerandola più responsabile e corretta (in realtà la scienza non dovrà essere né pessimista né ottimista ma limitarsi all’analisi razionale).

Adesso che il catastrofismo si va spesso a saldare all’anti-vaccinismo, con cui condivide certi orizzonti, quei settori della scienza si trovano dall’altra parte della barricata, a doverlo arginare e combattere con gli stessi argomenti usati in passato dall’ “odiatissima” pattuglia di ottimisti che invece tentava un approccio più rassicurante e meno cupo (ad esempio sottolineare come siano soprattutto pochi anziani e/o soggetti in condizioni già precarie ad aver risentito degli effetti collaterali dei vaccini).
L’augurio, anche alla luce di esperienze di questo tipo, è che chi è pubblicamente esposto, e con ruoli di primo piano, impari a gestire meglio e con maggiore prudenza la propria comunicazione.

In gioco non c’è solo la loro immagine.