Se in Occidente la propaganda russa è di fatto libera di filtrare, senza limiti e condizionamenti ma anzi amplificata dai numerosi canali di appoggio di Mosca, non è così a parti invertite. Questo senza dimenticare che, essendo società “aperte”, plurali e democratiche, le occidentali non hanno una propaganda univoca, standardizzata ed “ufficiale”.
Per il Kremlino è dunque più facile destabilizzare l’ opinione pubblica avversaria, ad esempio con la ciclica minaccia nucleare intervenendo con la “grassroots propaganda” (dirett al “grass”, il “prato”, appunto il cittadino comune), bloccando e manomettendo eventuali contrattacchi.
In questa fase della “guerra grigia” in atto (gray zone warfare), la Russia è insomma favorita e avvantaggiata, benché non si tratti di un aspetto realmente decisivo.
L’espressione “flashbulb memories” indica una tipologia di ricordo personale rimasto impresso nella memoria in quanto collegato ad un evento di grande rilevanza per il mondo o la nostra comunità. Eccezionali meccanismi di “codifica” in entrata come potenziali stimoli per “falsi ricordi”, consentono comunque di rafforzare il sentimento di appartenenza alla nostra comunità ed alla sua storia (“io c’ero”). Nel ricordo, falso come autentico, gioca infatti un ruolo d’importanza fondamentale la sfera emozionale
Se da bambino il soggetto X non sarà stato incoraggiato, dalla famiglia o dai caregiver, nei suoi “tentativi di padronanza” (fare da solo), svilupperà bisogno di approvazione, ansia, diminuirà la sua percezione interna di competenza (da qui l’ “evitamento” della prova). Questo porta, in senso più ampio, alla cosiddetta “visione entitaria/statica”*: “ho paura di fallire”, “non sono abbastanza bravo”, “se faccio un grande sforzo e poi fallisco nel compito, dimostrerò di non essere capace, quindi meglio dire che non sono riuscito perché non mi sono nemmeno impegnato, non ho nemmeno provato”, ecc. Ad una valutazione fatta sulla persona, per cui se la prova andrà male, X darà solo la colpa a sé stesso (Dweck) e sarà incentrato sui “obiettivi di prestazione” e non di “padronanza”. Ancora, tutto questo potrà sfociare nella cosiddetta “impotenza appresa”; resa completa, in partenza, talvolta alla base di gravi stati depressivi (Seligman). La motivazione e le sue dinamiche, è bene ricordarlo, fanno capo anche a fattori di tipo biologico. Il vulnus negli approcci di molti motivatori, mental coach, ecc, è proprio non tener conto (non conoscere?) del potenziale substrato che può “bloccare” un individuo. Non basta, insomma, dire “devi provarci” o “devi credere in te stesso”, ma bisogna agite sulla cause della crisi intesa come stasi, come paura. *l’opposto è la visione “incrementale” (obiettivi di padronanza”
Il Sistema Motivazionale Interpersonale (SMI) dell’ “accudimento”, reciproco a quello dell’ “attaccamento”, si attiva quando abbiamo di fronte un soggetto che percepiamo come più fragile, in difficoltà, bisognoso di aiuto. Se impossibilitati ad assisterlo, proveremo ansia, tenerezza protettiva e senso di colpa, emozioni che giocano un ruolo intermedio tra la presa d’atto della situazione e il comportamento per raggiungere l’obiettivo, nel caso di specie il soccorso*.
Non si tratta, è bene evidenziarlo, di teorizzazioni e ipotesi astratte, bensì di meccanismi psicobiologici facenti capo al sistema limbico (amigdala e giro del cingolo).
Appellarsi alle ragazze affinché non facciano da “crocerossine” a individui problematici e narcisisti**, è quindi un approccio scorretto, superficiale e sostanzialmente privo di utilità, com’è sbagliato colpevolizzare le famiglie delle vittime (anch’esse inconsapevoli di certe dinamiche complesse), imputando loro disattenzioni e mancanze di iniziativa. Le istituzioni dovrebbero invece, tramite la scuola, “educare” i giovani a riconoscere certi segnali di allarme nell’altro e, nel caso, a chiedere aiuto.
*Bowlby-Liotti
**la cosa riguarda anche gli uomini, dato che anche loro possono diventare vittime di relazioni “tossiche” e pericolose
Il cliché dell’intellettuale o dell’artista “pazzo” non è, a ben vedere, qualcosa di infondato e “naïf” come si potrebbe, di primo acchito, pensare. Secondo il Prof. Hans Eysenck esisterebbe infatti un legame tra psicoticismo (basso senso di colpa, bassa capacità di gestire le proprie emozioni, scarsa empatia, ecc) e creatività.
Più nel dettaglio, lo psicopatico sarebbe caratterizzato dal pensiero “overinclusive”, che tende ad inglobare anche dettagli irrilevanti nel “problem solving” (quindi potenzialmente creativi ma pure “bizzarri”). La teoria viene però negata dai sostenitori dell’inibizione cognitiva che distingue il creativo, cioè la predisposizione ad eliminare i dettagli superflui nella soluzione dei problemi e nell’atto del creare (aspetto peraltro connesso al “pensiero divergente”, tratto cardine della creatività).
Ulteriori studi evidenzierebbero tuttavia come lo psicoticismo sia legato al pensiero divergente, alla “fluenza” e all’ “originalità” (quantità e originalità di idee e progetti) benché dopo una certa soglia inibirebbe l’estro. Le persone con un forte disturbo psicopatoligico hanno inoltre scarso controllo sulle proprie idee e spesso non sono nemmeno consapevoli di produrle e di produrre arte (un possibile esempio sarebbe l’Art Brut).
« Caro XX perché ti scrivo questa lettera: a dire il vero, papà, ricordo quasi tutto quello che mi hai fatto. Che tu lo ricordi o no, non ha importanza, l’importante è che io ricordi. L’altro giorno ho avuto questa esperienza di regressione fino a quando ero bambina. Stavo urlando e piangendo ed ero assolutamente isterica. Avevo paura che saresti venuto a prendermi e a torturarmi. Questo è ciò che l’abuso sessuale rappresenta per un bambino: la peggiore tortura… Avevo bisogno della tua protezione, guida e comprensione. Invece ho ricevuto odio, violazione, umiliazione e abuso. Non devo perdonarti…non ti do più l’onore di essere mio padre. “C” »
Questa lettera, dal contenuto drammatico e terribile, fu scritta da una figlia al proprio padre. La donna aveva creduto, a seguito di alcune sedute con lo psicanalista, di aver “recuperato” i ricordi delle violenze subite dal genitore. Da qui, anche la decisione di citare in giudizio l’uomo. La “False Memory Sindrome Foundation”, associazione statunitense composta da psicologi, medici e avvocati che si occupa di fornire assistenza alle persone colpite da false accuse dovute a falsi ricordi, riuscì tuttavia a dimostrare l’infondatezza della denuncia, facendo assolvere l’uomo.
In un’indagine del 2001, il “Death Penalty Information Center” aveva invece rilevato come il grosso delle condanne a morte sulla base di errori giudiziari fosse dovuta, ancora, ad errori di testimonianza determinati da false accuse scaturite da falsi ricordi. Entrando più nel dettaglio, “The Innoncent Project” osservò come le false accuse da falsi ricordi colpiscano, nella maggior parte dei casi, cittadini afro-americani (negli USA).
Come abbiamo visto, la vittima o il testimone possono mentire non per malafede ma, appunto, perché convinti di dire la verità e il giusto.
Un falso ricordo può essere “spontaneo” (Roediger e McDermott) e “indotto” (Loftus) o il prodotto di “false aspettative” (cliché ) mentre le giurie possono, se ben manipolate dagli avvocati e dagli investigatori, cadere nella bias della “sicurezza del testimone”, ovvero credere al testimone quando egli si dimostra sicuro di ciò che afferma.
Le false accuse, pure in ambito sessuale, non sono, insomma, una mistificazione misogina e patriarcale, come vorrebbe suggerire un certo movimento d’opinione, ma una drammatica realtà con solidissime evidenze scientifiche.
Durante l’ultimo (e in corso) conflitto arabo-israeliano, l’Iran si è limitato a manifestazioni di solidarietà verso Ḥamās senza tuttavia spingersi oltre ed anzi mostrando più volte irritazione verso l’ “alleato”. L’ipotesi di un attacco diretto e frontale ad Israele da parte di Teheran, usando come “casus belli” l’attentato di oggi (rivendicato dall’ISIS), è anche per questo del tutto irrazionale, com’è irrazionale credere che qualcuno, soprattutto una potenza non-nucleare, possa realmente voler muovere guerra ad una potenza nucleare.
Chi di nuovo paventa imminenti scenari apocalittici, e di nuovo una Terza Guerra Mondiale, è poco attrezzato per l’analisi geopolitica o cerca di spaventare il proprio bersaglio, di destabilizzarlo nel quadro di un disegno tattico o strategico preciso.
Nel 2001 un informatico italo-americano di nome Jonah Peretti inviò provocatoriamente alla NIKE la richiesta di personalizzare le proprie scarpe con la scritta “Sweatsop”*, termine che indica un luogo di lavoro caratterizzato da condizioni povere e socialmente inaccettabili per il dipendente. L’allusione era alle fabbriche della multinazionale nei paesi del Secondo e Terzo Mondo.
Il vivacissimo scambio di mail che ne derivò (“potete mandarmi un paio di scarpe del colore della pelle della bimba vietnamita di dieci anni che ha lavorato per farle?”) fu reso virale da una catena partita dagli amici dell’informatico, che nel giro di poche settimane si ritrovò famoso a livello globale e a dibattere sui media dei diritti dei lavoratori. Lui, senza alcuna competenza ed esperienza a riguardo, come infatti ebbe a riconoscere per primo.
L’aneddoto è emblematico non solo dei meccanismi della viralità ma pure dell’informazione, specialmente al giorno d’oggi; più del messaggio, in sé, conta chi lo veicola. Anche il caso di Gino ed Elena Cecchettin può essere per certi versi paragonabile a quello di Peretti.
*la NIKE aveva lanciato un sito tramite il quale i clienti avrebbero potuto scegliere colore e scritta delle loro scarpe
Ognuno gestisce, o prova a gestire, il dolore come sa e può, pertanto evito l’errore di cadere nelle “norme emozionali” e scelgo di non giudicare le reazioni e i comportamenti del signor Cecchettin. Può darsi abbia solo bisogno di “caos” intorno, di sentirsi attivo e circondato da impegni, energie e persone. Quella che ha vissuto negli ultimi due anni è, non va dimenticato, una situazione gravemente destabilizzante.
Resto ad ogni modo perplesso nel vedere la sua “iconizzazione” e quella della figlia Elena, come fossero numi oracolari, esempi da prima pagina virtuosi ed infallibili. Non è così ed un simile approccio può condurre, di nuovo, alla polarizzazione, con ricadute negative anche su quel padre e quella sorella.
Nel febbraio 1970, l’esponente democristiano, nonché vice-presidente di Alitalia, Vaccari, compì un viaggio negli USA (“missione Nita”), incontrandosi, tra gli altri, con l’allora segretario ai Trasporti americano John Volpe e con l’allora assistente presidenziale e addetto ai rapporti con i media Herbert Klein.
Nel corso della missione, Vaccari invocò l’aiuto di Washington a favore della DC, per arrivare ad elezioni anticipate così da liquidare la formula del centro-sinistra e per il contenimento del PCI. Stando alle sue parole, in ragione del suo “carattere latino” il popolo italiano era sovente “motivato non dalla logica, ma dalla psicologia” e l’Italia era “un Paese dove la democrazia è giovane. In alcune sue zone (storicamente sottosviluppate) lo stesso concetto di democrazia rappresentativa è difficile da far comprendere e quindi applicare”.
Oltre a confermare quella che era la tendenza ad ingigantire i problemi della Penisola in modo da ottenere il sostegno degli alleati, prassi tipica del conservatorismo italiano del tempo (il riferimento non è alla sola DC), l’episodio dimostra come per raggiungere l’obiettivo certi esponenti di spicco della politica nostrana non esitassero a far leva sui peggiori stereotipi degli anglosassoni sui popoli latini e mediterranei (L. Guana).
Nota: in quella come in altre occasioni, l’aiuto americano non sarebbe arrivato, almeno nelle forme e nelle modalità richieste. Il “mito” dell’ingerenza dell’alleato d’oltreoceano nella politica italiana è in parte da sottoporre a revisione