Assembramento?Cosa dobbiamo imparare da San Siro

Limitarsi all’indignazione per la “ressa” davanti a San Riso sarebbe un atteggiamento miope, irresponsabile e ideologico, il proverbiale guardare il dito invece della Luna. Simili episodi sono infatti un chiaro campanello d’allarme, la spia rivelatrice di un malessere crescente e preoccupante che non può più essere liquidato come “irresponsabilità”, nascosto sotto un tappeto di titoli e servizi “alla Matano” che gridano all’ “assembramento”.


Prima linea del fronte nella crisi sanitaria, il cittadino comune è sempre meno disposto a sostenere restrizioni, rigide e innaturali, che ne compromettono e inquinano la vita, da un punto di vista sociale, psicologico ed economico. Oggi che abbiamo a disposizione i vaccini (e molti), il decisore dovrà pertanto fare ciò che è in suo potere per far uscire l’Italia dall’emergenza; la palla è nelle sue mani. Il rischio, prossimo all’orizzonte, è il collasso del Paese, con tutte le conseguenze, drammatiche, del caso.

Quella prima fiammata del drago che scioglie la neve, tante speranze ma non Speranza

Il governo Draghi parte con il piede sbagliato, con il piede sbagliatissimo, tenendo chiusi gli impianti sciistici a poche ore dalla riapertura annunciata. Un danno quindi doppio per gli operatori del settore, che avevano investito per accogliere di nuovo i clienti (lo Speranza ha assicurato che arriveranno i ristori. Ci mancherebbe, aggiungiamo noi). Una prima mossa in piena continuità con il Conte bis, nella forma come nella sostanza.


I nuovi soci di questo esecutivo, ovvero Lega e FI, non potranno tuttavia consentire la sopravvivenza di una linea chiusurista che va innanzitutto a danno del serbatoio elettorale storico del centro-destra (imprenditori, commercianti, partite IVA, ecc), perché questo significherebbe pagarla cara nelle urne. A poche ore dall’insediamento arriva dunque la prima gatta da pelare per il nuovo premier. Staremo a vedere.

Duemila non più Duemila: il Covid e i perché di una reazione mai vista

Gli storici che si dovranno cimentare nell’analisi della fase attuale si troveranno di fronte ad un compito arduo, innanzitutto perché mai l’umanità aveva messo in atto una risposta aggressiva e invasiva come adesso, neanche durante le grandi pestilenze e le grandi epidemie/pandemie che contagiarono e uccisero centinaia di milioni di persone e in maniera “omogenea” (al di là dell’età e delle condizioni pregresse del soggetto), come non lo ha fatto e non lo fa davanti a malattie infettive ritenute comuni ma che presentano numeri uguali o superiori al Covid.

Un fenomeno al quale hanno concorso e concorrono differenti e molteplici elementi (ma che oggi inizia non a caso, e come previsto e prevedibile, ad essere oggetto di critica e ripensamento non solo nel quadro del rapporto costi/benefici). Vediamone alcuni:

1) la disabitudine, soprattutto in Occidente, al fenomeno pandemico (l’ultima pandemia di un certo rilievo risale a circa mezzo secolo fa)

2) vedere un grande e influente Paese occidentale, cioè l’Italia, entrare in un lockdown quasi totale (reazione che trova risposta nel punto 1) e dalle proporzioni inedite, ha allarmato il resto del mondo, creando un effetto-domino

3) una maggiore sensibilità, spesso portata all’estremo, verso la vita umana, per cui la morte di individui comunque giunti al termine naturale e fisiologico della vita (anziani e grandi anziani, la stragrande maggioranza delle vittime del Covid) viene ritenuta un prezzo inaccettabile e intollerabile

4) la disabitudine, soprattutto in Occidente e nel Primo Mondo e conseguenza del nostro elevato grado di benessere, all’idea della morte, dell’invecchiamento (ostacolato e rimandato con ogni mezzo e artificio) e più in generale alla sofferenza (il punto 4 va a intersecarsi con il punto 5)

5) incrostazioni ideologiche ottocentesche e novecentesche che si vano a saldare ad una certa etica religiosa, per cui la socialità viene vista e percepita come qualcosa si sbagliato, fuorviane, impuro, pericoloso, vacuo

6) la maggiore influenza e la maggiore pervasività dei media, tradizionali e nuovi

Ciononostante, chi parla di “nuova normalità” e/o di emergenza destinata a protrarsi “sine die” si dimostra scollegato da ogni logica razionale e storica. Questa situazione, che è intrinsecamente innaturale, dovrà infatti venire ricomposta in tempi rapidissimi, giacché non è sostenibile sotto nessun aspetto e profilo: psicologico, sociale, economico (anche chi ne sta traendo vantaggio e beneficio alla lunga rischierà di trovarsi scoperto), medico-sanitario (ogni altra malattia viene trascurata, con risultati drammatici), politico.

La vergine che andò con tutti: il M5S e l’illusione (antica) della diversità

Quando ai pentastellati viene fatto notare che il M5S si è alleato con quasi tutto l’ “arco costituzionale”, dall’odiatissimo Berlusconi all’odiatissimo PD fino agli odiatissimi banchieri, sono soliti rispondere che a loro, forza post-ideologica, interessa solo e soltanto l’attuazione del programma e il bene del Paese, al di là degli steccati. Un simile pragmatismo sarebbe credibile ad esempio nei radicali ma lo è meno, molto meno, in un movimento che ha fatto di una presunta “alterità” la propria bandiera, rifiutando per anni, in nome di essa, il dialogo con gli altri partiti e attaccandoli in modo spesso violento e inaccettabile per un contesto democratico.


Come insegnava e ammoniva l’esperienza storica di altri progetti, come l’UQ o la prima Lega, non solo l’ “”alterità” non può esistere (è l’uomo a fare il partito e non il contrario) ma si rivela un’arma a doppio taglio, condannando chi la brandisce all’inazione (cioè all’opposizione) per preservarla o all’incoerenza per governare.

Il default alle porte e l’illusione occidentale

Abituati alla comfort zone occidentale in cui sono nati e cresciuti, molti non riescono a rendersi conto, come fossero in una sorta di caverna di Platone 2.0, di ciò che lo Stato e il popolo rischiano con un tracollo economico e sociale, inevitabile con un tracollo dell’imprenditoria. Basterebbe del resto analizzare un caso vicino, il caso greco, benché Atene potesse fare affidamento su uno scenario assai migliore di quello odierno: licenziamenti a tappeto di dipendenti pubblici e semi-pubblici o netta riduzione dei loro stipendi, netta riduzione delle pensioni, taglio dei servizi essenziali, disoccupazione ai massimi storici, esplosione dell’ emergenza abitativa, milioni di cittadini ridotti nell’indigenza e alla fame, impennata dei suicidi e dei casi di depressione, scontri nelle piazze e nelle strade con morti e feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine, ospedali e farmacie senza più medicinali e macchinari, bambini abbandonati, ritorno all’emigrazione primonovecentesca, ecc, ecc.

Un turbine apocalittico di drammi e problemi, spesso irreversibili e infinitamente più gravi dell’emergenza sanitaria attuale.

In troppi, lo ripetiamo, non hanno chiara in mente la dimensione dei pericoli alla porta, preferendo baloccarsi tra questa o quella appartenenza di bandiera o condizionati da un’informazione che è tale solo di nome, magari nell’illusione di essere garantiti. Non lo sono.

Una variante al giorno

Quasi del tutto ignorate per mesi e mesi, le varianti del Covid sono improvvisamente entrate al centro della narrazione della pandemia dalla fine del 2020, in parallelo con l’arrivo dei primi vaccini. Una coincidenza che lascia ragionevolmente più di una perplessità, anche considerando che si tratta di una vera e propria girandola di mutazioni, talvolta presenti già da prima (ad esempio l’inglese) e in altri casi dall’esistenza dubbia e da verificare.

Non è da escludere che le varianti, fenomeno peraltro comunissimo nei virus e durante le epidemie/pandemie, siano oggi funzionali alla strategia di chi ha interesse, per un motivo o l’altro, a tenere alta la tensione sul Covid, alleate preziosissime anche di quei soggetti e di quegli Attori che premono per la vaccinazione (l’allarmismo sui nuovi ceppi veri o presunti è non a caso spesso accompagnato da esortazioni a fare presto con la campagna di immunizzazione).

Ancora, possono prestarsi a capri espiatori degli errori delle istituzioni, come forse è avvenuto in Inghilterra lo scorso dicembre.

Quo vadis, Lopalco?

Commentando i dati (ancora incerti e parziali) di una città del Brasile dove la seconda ondata avrebbe colpito, per effetto di nuove varianti, persone in precedenza già contagiate, Pierluigi Lopalco tuona dai suoi spazi social: “Scordiamoci la possibilità con questo virus di stabilire l’immunità di gregge”.

Chiude poi invitando al rispetto delle norme restrittive, secondo lui l’unico mezzo per contrastare il Covid e le sue mutazioni (non come avrebbe fatto quella città brasiliana. Ah! Il “solito” Bolsonaro).

“Scordiamoci la possibilità con questo virus di stabilire l’immunità di gregge”; cosa significa? Significa che è impossibile raggiungere l’immunità di gregge “naturale” o che nemmeno con i vaccini sarà un traguardo ipotizzabile? Il Lopalco non lo spiega in modo chiaro, tanto è vero che molti dei suoi “fan” si mostrano, comprensibilmente, preoccupatissimi e allarmati.

Nei suoi post, il medico pugliese prestato alla politica in tempo di Covid dà spesso sfoggio di un appariscente “latinorum” ma forse dovrebbe curare di più l’uso della lingua italiana. Il tema è delicato, anzi, è delicatissimo: c’è il rischio di mettere in dubbio l’efficacia dei sieri e di fornire assist ai no-vax (e a quella pessima stampa che infatti ha colto subito la palla al balzo).

Si torna dunque a quell’infodemia che è diventata una vera emergenza nell’emergenza e all’imprescindibilità, per medici, divulgatori, scienziati e istituzioni, della mediazione di figure che padroneggino gli strumenti del comunicare. In gioco non c’è solo la credibilità della scienza ma ci sono il presente e il futuro di tutti noi.

Media e governo: assembLamenti di errori

La scelta dell’insistenza su “movide” e “assembramenti” non è solo concettualmente sbagliata (consentendo alle persone di muoversi e ai negozi di aprire è inevitabile che le strade, i vicoli, le piazze e gli esercizi al chiuso si riempiano), amorale (si torna alla colpevolizzazione del cittadino comune, prima linea del fronte) ma anche controproducente dal punto di vista tattico e politico.


I lavoratori e gli imprenditori che stanno subendo ancora chiusure e restrizioni rigide (spesso ingiuste e ingiustificate) si domanderanno infatti “perché gli altri sì e io no?” e questo contribuirà ad aumentare il malessere sociale e lo scontento verso le istituzioni, il governo e i partiti e i leader che lo compongono.

Se a cadere non è solo Conte

Attribuire la caduta del governo Conte ad un “capriccio” di Matteo Renzi sarebbe sbagliato e fuorviante, come sbagliato e fuorviante è forse circoscriverne le cause e le conseguenze alla sola dimensione italiana.

Il crollo del Conte bis non sarebbe infatti stato possibile se prima non fosse crollata la popolarità dei partiti che lo componevano e quella dello stesso professore di Volturara Appula, in testa ai sondaggi solo fino a pochi mesi fa i mesi fa. Ciò segna dunque anche la crisi, peraltro già evidente, di quell’approccio “chiusurista” e di quella scelta comunicativa (ostile, allarmistica e ansiogena) che hanno contraddistinto non solo questo governo ma anche altre gestioni, all’estero.

Soprattutto nelle fasi più delicate e complesse, prendere decisioni sull’onda dell’emotività del momento e del consenso che da essa scaturisce (“rally ‘round the flag effect”) è sempre un azzardo, per i politici come per i cittadini che le subiscono

Chi conosce le dinamiche della Storia fu buon profeta, quando già nel marzo scorso aveva invitato ad un maggiore equilibrio.

La sinistra e quei maledetti, benedetti social

Fedele al suo approccio ideologico, la sinistra ha sempre contestato quella che riteneva un’eccessiva libertà dei giganti della rete, in ambito fiscale (da ricordare le battaglie sulla “web tax”) e per quel che riguarda la gestione dei dati degli utenti, l’ospitalità concessa a certi contenuti e a certi soggetti, ecc (si è parlato a tal proposito di “meta-nazioni”).

Nella querelle sul ban a Donald Trump, assistiamo invece a un’inversione di rotta, con la sinistra schierata a difesa della discrezionalità dei social, stavolta ritenuti in diritto di fare ciò che vogliono in quanto “a casa loro” (non è proprio così). Social, ricordiamolo, prima accusati, non senza una certa dose di ingenuità, di aver favorito l’affermazione del tycoon e della sua “post truth”.

Simili controsensi, benché comprensibili nell’ottica della contrapposizione politica, non aiutano alla definizione di una cultura democratica matura e compiuta, anche per il web.