Le “bufale” prima di internet: Metternich, d’Azeglio, l’Italia e gli Italiani.

La rete costituisce senza dubbio un “medium” di imprescindibile importanza per l’interazione democratica e la diffusione delle idee, tuttavia la mancanza di meccanismi di filtraggio ha come conseguenza pericolose derive come la manomissione della verità e del portato documentale. Ecco allora che fenomeni potenzialmente utili ed efficaci come il “citizen journalism” o figure come i “presumers” si trasformano in strumenti al servizio della cattiva informazione, ecco il proliferare di quelle che, con una piccola licenza alla ponderazione dialettica, vengono definite “bufale”. Ma esistono bufale anche anteriori alla rete, bufale secolari, in alcuni casi, tanto efficaci da attecchire nella cultura di una comunità, impregnandone i meccanismi cognitivi ed analitici. E’ il caso di due celebri frasi, una attribuita al Cancelliere di Stato dell’Impero Austriaco Klemens von Metternich (“L’Italia è un’espressione geografica”) e l’ altra a Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (“Fatta l’Italia dobbiamo fare gli Italiani”). Bufale smentite, frasi che i due statisti non pronunciarono mai, né avrebbero potuto pronunciare, dal momento in cui si tratta di truculente semplificazioni di concetti e contesti oltremodo complessi e delicati. La falsificazione ha tuttavia avuto il sopravvento, condizionando la percezione del nostro Paese inteso quale comunità unitaria, alimentando l’offensiva della disgregazione, interna come esterna, sabotando la disamina anche dei più equipaggiati dal punto di vista culturale e intellettivo.

Metternich riabilitato,non denigrò l’Italia

Appunti di Storia e Sociologia: Giatrus vs Simpson

“Giatrus, il primo uomo” (“Hajime ningen Giatrus”), la serie televisiva giapponese “di nicchia” dalla quale Matt Groening trasse abbondantemente ispirazione per i suoi Simpson. Notevoli le similitudini, nella caratterizzazione grafica come in quella psicologica e sociale dei personaggi. Groening aggiunse al suo lavoro l’impronta del peculiare sciovinismo stars&stripes, frutto e retaggio del “Manifest Destiny” sullivaniano.

Giatrus vs Simpson

 

Corazzata austriaca “Santo Stefano”

Appunti di Storia
La leggendaria corazzata austriaca “Santo Stefano” (“Szent István”), affondata il 10 giugno 1918 dai motosiluranti italiani MAS 15 e MAS 21 del capitano Luigi Rizzo. Il Cappellano benedì l’equipaggio, che non tentò si salvarsi finché non ne ebbe l’ordine. I fuochisti della corazzata perirono invece ai loro posti, nell’estremo tentativo di salvare la nave.

Santo StefanoEsisteva, tra il comando austriaco e quello italiano, un grande rispetto cavalleresco, testimoniato dai vari rapporti stilati durante il conflitto. Dopo la sconfitta della Bainsizza, ad esempio, il Capo di Stato Maggiore imperiale, generale Arthur Arz von Straussenburg , ebbe parole di lode per l’efficienza ed il coraggio dimostrati dalle truppe italiane. Questo dovrebbe insegnare molto, ai revisionisti dell’ultima ora.

Damiano Chiesa


Damiano Chiesa di Rovereto non si sentì mai austriaco, ed allo scoppio del primo conflitto mondiale disertò la chiamata nell’esercito di Francesco Giuseppe per arruolarsi con gli italiani come sottotenente, sotto il falso nome di Mario Angelotti. Catturato dal nemico e riconosciuto, venne fucilato. “Qualsiasi cosa mi succeda, ti raccomando di salutare la mia famiglia”, disse ad un compagno prima di andare davanti al plotone di esecuzione.

Damiano Chiesa di RoveretoSe di un altro irredentista, Cesare Battisti, è al contrario ben nota la storia, viene tuttavia ignorato dalla pubblicistica e dalla stessa storiografia come non potesse essere giustiziato, in quanto deputato al Parlamento austriaco (il Reichsrath) e coperto dall’immunità. Un abuso, dunque, che si sommò ai tanti altri subiti da Battisti in quel processo.

Il carburante della crisi e le insidie della demagogia. La forza del bicameralismo: la lezione francese del 1946.

Il 19 aprile del 1946, i Francesi furono chiamati alle urne per pronunciarsi sul nuovo modello costituzionale elaborato dall’ Assemblea, nata dopo Vichy e a maggioranza socialcomunista. Cardine del nuovo progetto istituzionale, era l’abolizione del Senato e il concentramento dei poteri in un’unica Camera, soluzione voluta e caldeggiata dalla maggioranza di orientamento filo-sovietico decisa in questo modo a sbarazzarsi di un filtro importante come il Senato per poter facilitare la propria ascesa al potere. Aspramente contraria al disegno, la Destra del generale De Gaulle, lontana da qualsiasi alleanza parlamentare ed attestata in orgogliosa e combattiva solitudine. Il governo, presieduto dal socialista Gouin, era sicuro della vittoria e dell’entrata in vigore della nuova Costituzione, ma così non fu: i “NO” vinsero con 10.670.993 milioni di voti contro i 9.130.764 dei “SI” Benché troppo spesso anchilosato, anchilosante e farraginoso, il bicameralismo (come il “parlamentarismo”) si presenta tuttavia come una soluzione di imprescindibile importanza ed assoluta necessità per baricentrare e regolare gli equilibri tra quei poteri che altrimenti rischierebbero di subire pericolosi addomesticamenti verso traiettorie lontane dalla prassi democratica e liberale. Non è peraltro una caso che nel corso della storia gli attacchi più tenaci e virulenti a questo genere di assetto siano arrivati da forze di tipo rivoluzionario o leaderistico. Chi in Italia sostiene che il Senato non sia che un mero rettificatore delle decisioni prese dalla Camera dei Deputati, mette in campo una semplificazione propagandistica (la stessa della sinistra socialcomunista francese del 1946) che ha lo scopo di confezionare l’immagine respingente ed impopolare di un parlamento rallentato e manomesso da un’appendice inutile perché priva di qualsiasi strumento d’interdizione, contrattuale e dialettico, ma così non è (l’ “iter legis” si è arenato tante volte proprio per l’opposizione di Palazzo Madama). Allo stesso modo, l’elevato numero dei parlamentari (fondato e formulato dal 1861 sul criterio della proporzionalità rispetto alla nostra consistenza demografica) risponde e rispondeva all’esigenza di dare rappresentanza completa a tutti i segmenti territoriali, così da favorire l’inclusione e la partecipazione delle nuove realtà regionali inglobate allo stato unitario dopo 1400 anni di divisione e lontananza. Ventralismo, populismo, qualunquismo e demagogia si presentano massimamente solidi e caparbi nei momenti di crisi, sicuri e forti dei punti d’ entrata che la difficoltà e la complessità della contingenza forniscono; sta tuttavia ai soggetti politici più responsabili ed attrezzati sul piano della maturità istituzionale non cedere posizioni al tornacontismo e fornire al cittadino gli adeguati strumenti di scavo ed analisi per difendersi e diffidare dalle insidie dell’omologazione promozionale e persuasiva.

Sulla laicità.La lezione dell’ “Italietta liberale”

Il 21 giugno del 1917, un piccolo foglio di ispirazione cattolica, “Il Corriere del Friuli”, pubblicò un articolo dal titolo: “La parola alla trincea”. Si trattava di un pezzo estremamente duro nei confronti della guerra, scritto in un momento di grande e diffusa stanchezza e logoramento da parte delle truppe e in cui la Santa Sede si stava attivando per favorire la fine delle ostilità (il progetto di Benedetto XV era quello di “levare un sasso dopo l’altro dai muri delle Potenze belligeranti”). Il Governo e la Magistratura reagirono con fermezza, denunciando e mettendo agli arresti l’autore del corsivo (Don Guglielmo Gasparutti) e il direttore della testata (Don Gabriele Pagani) con l’accusa di “aver tentato di indurre i militari che si trovavano al fronte a ricusare obbedienza all’ordine di combattere”. Era infatti opinione delle nostre autorità, civili e militari, che gli sforzi attuati dalla Chiesa per il raggiungimento della pace fossero sbilanciati a favore degli Imperi Centrali, in modo iniquo e partigiano. “L’iniziativa del Papa, nei termini in cui è fatta, non può che riuscire sterile, se non dannosa: un buon padre dimostra davvero di voler bene ai suoi figlioli ispirandosi ad un solo criterio di giustizia tra loro, che non può essere quello di uguaglianza tra colpevoli e non colpevoli. Né la Germania né l’Austria possono invocare la parabola del Figliol Prodigo”*. Questa l’opinione di un ufficiale italiano, caduto sul Grappa e decorato alla memoria. La stessa Santa Sede intervenne celermente interrompendo le pubblicazioni del giornale, in modo da evitare ulteriori problemi ed imbarazzi con Roma. Ancora, due anni prima l’Italia aveva impedito che tra le clausole del Trattato di Londra venisse inserita la possibilità di partecipazione da parte del Vaticano al tavolo della pace (Articolo 15); il timore del nostro Governo era di vedere compromessa e ridiscussa in sede internazionale la “Legge delle Guarentige”.

Azioni forti ed estreme, dunque, in una porzione temporale (quella tra la Breccia di Porta Pia e i Patti Lateranensi ) in cui l’Italia sperimentò un percorso laico ed affrancato dalle ingerenze clericali assolutamente inedito, rivoluzionario ed impensabile in una comunità a maggioranza cattolica, ieri come oggi.

Gregory “Pappy” Boyington e Hiroo Onoda

Veritas filia temporis.

Pur riconoscendo ed onorando il valore patriottico e l’onestà intellettuale del Tenente Hiroo Onoda (il “soldato fantasma” che trascorse 30 anni nella jungla ignaro della fine della II Guerra Mondiale), preferisco ricordare chi scelse di mettere a repentaglio la propria vita per quella democrazia che, sebbene imperfetta, inquinata e viziata, sta oggi consentendo a me di esternare un’opinione e ai miei contatti di leggerla, condividendola oppure avversandola e rigettandola. La mia scelta cade sul Colonnello Gregory “Pappy” Boyington, pilota nella United States Marine Corps proprio contro i giapponesi. “Asso dell’aviazione” con all’attivo ben 26 velivoli nemici abbattuti, fu fatto prigioniero il 3 gennaio 1944, trascorrendo i 20 mesi che precedettero la fine del conflitto in un campo di concentramento, tra atroci sofferenze e privazioni. Il Colonnello Gregory “Pappy” Boyington è scomparso l’11 gennaio 1988.

Il “tradimento” italiano del 1915.Destrutturazione di una menzogna

La memorialistica più approssimativa e ideologizzata ha confezionato il resoconto di un’Italia “traditrice” della Triplice Alleanza, pronta a pugnalare, in nome di un mitologico carico storico e genetico malevolo, gli alleati di decenni per il proprio tornaconto esclusivo e particolare. Siamo tuttavia in presenza, come anticipato, di una manomissione del contributo documentale; la Triplice Alleanza era infatti una coalizione a carattere esclusivamente difensivista e non offensivista che prevedeva inoltre, tra le sue clausole, l’obbligo da parte dei membri di notificare preventivamente agli altri firmatari del patto l’intenzione di dichiarare e muovere guerra. Aggredendo la Serbia con un pretesto e limitandosi a comunicare la sua scelta soltanto a Berlino, Vienna veniva pertanto meno ai dettami alla base della colazione, “tradendo” per prima non soltanto l’Italia ma la stessa Germania , colta impreparata e trascinata, de facto, nel gorgo della trincea. Oltre a questo, la pubblicistica anti-italiana ha irrobustito il proprio sabotaggio dell’elemento fattuale con la “leggenda” della “spedizione punitiva” (“Strafexpedition” ) concepita da Germania ed Austria-Ungheria per vendicarsi dell’ex alleata. Si tratta anche questa volta di un’elaborazione giornalistica, dal momento in cui la formula “Strafexpedition ” non comparve mai negli atti ufficiali degli stati maggiori tedesco ed austroungarico, né sarebbe stato possibile in un’epoca che conservava ancora l’antico spirito cavalleresco ed il rispetto dell’avversario. Reale scopo dell’offensiva era quello di prendere alle spalle le truppe italiane dal Trentino, mettendole in questo modo fuori combattimento (la V Armata predisposta dal generale Cadorna per contenere l’eventuale dilagamento nemico a valle non sarebbe stata sufficiente). Normale strategia, quindi. Senza nessun velleitarismo ideologico o politico.Per concludere, sia utile ricordare come il nostro Paese fosse allora legato ad un patto di non aggressione con Parigi, siglato nel luglio del 1902.

Viktor Ritschek

Viktor RitschekOrganizzata e concepita per la cattura dei grandi protagonisti del crimine nazista, la rete investigativa e giudiziaria occidentale fece sfuggire tra le sue maglie spesso troppo larghe i “pesci” più “piccoli” del gangsterismo hitleriano. E’ il caso del giovanissimo sergente delle SS Viktor Ritschek , “tedesco dei Sudeti”, impiegato nel lager di Leopoli (lo stesso nel quale fu imprigionato Simon Wiesenthal ). Pochi giorni prima della fine del conflitto, Ritschek uccise a sangue freddo un padre, una madre ed il loro bambino, con un colpo alla nuca, davanti agli occhi del futuro “cacciatore di nazisti”. Nascosti presso una famiglia polacca, i tre erano stati traditi e successivamente catturati. “Quando tornò indietro, il suo passo erta il solito passo. Aveva abbattuto tre scoiattoli”, scrisse anni dopo Wiesenthal nelle sue memorie.

“Sono non di meno convinto, e non saprei dirne il motivo, che Ritschek sia ancora vivo e che viva, sotto falso nome, da qualche parte in Svezia. Probabilmente voglio ch’egli viva: perché lo voglio trovare. Trovare e vedere la sua faccia: una faccia d’uomo nella quale nulla muta dopo che ha ucciso tre persone per le quali di lì a pochi giorni si sarebbero aperte le porte della libertà”

James Knox Polk

James Knox Polk, 11º presidente degli Stati Uniti d’America. Il vero “padre” e l’attuatore del Manifest Destiny e del concetto di “Guerra preventiva”.

James Knox Polk

La Guerra messicano-statunitense (voluta da Polk e scatenata con un pretesto) vide il Generale Antonio López de Santa Anna alla guida delle truppe messicane. Si trattava di un eroe e di un patriota, ingiuriato per decenni dalla propaganda hollywoodiana.