Paola Egonu, con qualche “se” e qualche “ma”

Ad ora non sappiamo chi/quanti, quando, con quali intenzioni, con quale tono e in quali circostanze abbia/abbiano rivolto quella domanda a Paola Egonu. Lei non lo ha spiegato. Ciononostante, una parte di Paese ha ritenuto fosse sufficiente per scagliarsi contro l’intero Paese (opponendo ad un episodio di presunto razzismo una reazione razzista), addirittura tirando in ballo la nuova maggioranza parlamentare.

Egonu è un’ottima atleta ma un personaggio particolare e non è da escludere abbia cercato un diversivo per allontanare da sé le polemiche dopo la mediocre prestazione con il Brasile. Non a caso ha poi detto di sentirsi troppo sotto pressione e sempre nel mirino quando l’Italia va in difficoltà (è normale, trattandosi della giocatrice di punta e più in vista della Nazionale azzurra).

In un mondo ideale la malizia non avrebbe ragion d’essere e tutti dovremmo fidarci di tutti, ma questo non è, come ben sappiamo, un mondo ideale.

“Controforza”: gli Stati Uniti e la dottrina della sopravvivenza

Nei primi anni ’50 cominciò tra gli alti comandi americani a farsi strada l’idea di poter vincere una guerra nucleare contro l’URSS.

Il SAC (Strategic Air Command), in particolare, superò l’ipotesi di un attacco nucleare su larga scala contro le città e le strutture industriali e militari sovietiche, come quella di provare in un primo tempo a rallentare l’avanzata nemica in Europa Occidentale, orientandosi verso un nuovo obiettivo, ossia le basi che ospitavano i bombardieri strategici di Mosca.

Si trattava di un “first strike” in piena regola, usando i 248 bombardieri strategici americani disponibili e non ancora i missili, ribattezzato “l’arco di volta del potere militare americano”, in quel momento l’unica opzione per riuscire a “salvare gli Stati Uniti (e i loro alleati, ndr) dal disastro”*.

Un targeting “counterforce” (“controforza”).

Anche il parallelo sviluppo del nucleare tattico e a basso rendimento (Progetto VISTA) rispondeva a questa nuova e più flessibile dottrina politico-militare, successivamente perfezionata ed oggi ancora valida e tra le scelte sul tavolo.

* Gregg Herken, “Counsels of War” (1985)

Atomiche televisive

Ciò che viene detto nei più importanti programmi televisivi russi, e dai più noti giornalisti e commentatori russi, ha una vasta eco anche in Occidente, e il Kremlino lo sa bene.

Dichiarazioni come quelle del conduttore Vladimir Rudol’fovič Solov’ëv («Quando inizieremo a combattere? Meglio essere temuti che derisi. Del resto, molti politici occidentali, compresi gli americani, sanno cosa può succedere a furia di stuzzicarci…» «Siamo arrivati troppo vicini al limite, al di là, c’è la scogliera…»*) rientrano quindi in una strategia comunicativa e propagandistica ben precisa, studiata dal vertice ed amplificata oltreconfine grazie ai moltissimi canali di appoggio e supporto di cui Mosca dispone**.

Operazioni di pressione psicologica (PsyOps), di nuovo, di nuovo esempi di “infowar” per destabilizzare il bersaglio, ossia i cittadini dei paesi avversari così da condizionare l’azione dei loro governi a vantaggio della Russia (o meglio, del suo establishment).

Questo a ribadire inoltre come la forza dell’atomica risieda ed abbia sempre risieduto proprio nel suo non-utilizzo, ma come additivo persuasivo.

*si ricordino anche le guasconate del conduttore dalla TV di Stato “Rossija 1” Dmitry Konstantinovich Kiselyov sullo “tsunami radioattivo” che si sarebbe abbattuto su Londra

**si veda a tal proposito l’articolo di ieri su “Il Fatto Quotidiano” dal titolo: Putin e i falchi che chiedono una vendetta “dura e dolorosa” per il ponte in Crimea: “Zelensky? Terroristi vanno trattati in modo inequivocabile”

Alessia Piperno oltre l’odio, Alessia Piperno oltre il buonismo e la retorica

Ovviamente ogni persona di buonsenso si augura un veloce e sicuro rientro di Alessia Piperno in patria e condanna i suoi “haters”. Detto questo, recarsi in zone ad alto rischio o complesse senza un adeguato sistema di coperture e garanzie, e per svolgere attività destinate ad avere un peso minimo se non nullo perché si è sconosciuti o quasi, è un’imprudenza gravissima. Proprio come lo è tuffarsi di notte da un pontile, con il mare mosso.

Giorgia Meloni, Mosca e il “fuoco amico”

“Ciascun missile lanciato da Putin su Kyïv rafforza la nostra volontà di sostenere la libertà in Ucraina” (Giorgia Meloni)

Se Meloni dovesse insistere nella sua politica atlantista (che è e sarebbe peraltro in linea con la tradizione della destra parlamentare italiana post-1945, eccezion fatta per alcuni segmenti minoritari), non è da escludere che anche su di lei si vada ad abbattere l’accusa russa di fascismo e nazismo, con facili accostamenti a Benito Mussolini ed alla campagna del 1941-1943.

Una tecnica, lo ricordiamo, che prende il nome di “proiezione” o “analogia” (associare il bersaglio ad un’immagine negativa e respingente), nel caso di specie un vero e proprio “topos” delle scuole propagandistiche d’impronta e tradizione socialista e di quella russa, che in questo modo cerca anche di far leva sul mito della “Grande Guerra patriottica” così da compattare il fronte interno (propaganda “interna”).

I “plebei” e l’astronauta

Questo contenuto vanta, per adesso, 17.243 like e 5683 condivisioni. Al netto di ogni ovvia e scontata condanna verso chi (pochissimi) attacca la Cristoforetti sulla sfera personale o sull’aspetto fisico ed esteriore, siamo di fronte ad un odioso esempio di classismo. Per quale motivo essere una shampista e vivere in un piccolo centro sarebbe un disvalore e peggiorativo? Più nel dettaglio: se fosse stato un laureato od un “altolocato” di Milano a scrivere idiozie sulla capigliatura di “AstroSamantha” o sul suo modo di fare la madre e la moglie, sarebbe cambiato qualcosa?

“Prugna” è una pagina vicina alla sinistra e questo ci dice molto su una parte di quella comunità politica e ideologica, ingabbiata in un elitarismo anacronistico e stupido che la allontana dal cittadino.

Perché le atomiche che funzionano sono quelle che non esplodono II

Nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, Israele schierò le sue prime atomiche (forse allora erano due), trasportabili dai caccia A-4E Skyhawk e F-4E Phantom.

Sei anni più tardi, nelle difficili fasi iniziali della Guerra del Kippur, la premier Golda Meir ed il ministro della Difesa Moshe Dayan misero di nuovo in allerta le forze nucleari, lasciando volutamente filtrare la notizia: 15 testate da 20 kilotoni lanciabili da missili balistici Jericho 1 e da cacciabombardieri. Lo scopo era intimidire non solo l’Egitto e la Siria ma anche l’Unione Sovietica, che aveva schierato a scopo dimostrativo un sottomarino nucleare di fronte alle coste israeliane.

Nel 1966, 40 scienziati americani esaminarono invece la possibilità di usare armi nucleari tattiche o a basso rendimento in Vietnam (dal rapporto segreto “Armi nucleari tattiche nel Sud-Est asiatico”), sconsigliando alla fine l’opzione in quanto sarebbe stata inefficace contro unità che si muovevano in ordine sparso e nella foresta (scenario sotto certi aspetti simile a quello ucraino) e perché il superamento della “soglia” nucleare avrebbe potuto dare origine ad un’escalation. Gli scienziati temevano in particolare l’intervento di Mosca e Pechino, diretto o tramite la fornitura di atomiche tattiche o a basso rendimento ai nord-vietnamiti.

Come vediamo, lo spettro del nucleare è essenzialmente un’operazione di pressione psicologica (PsyOps), propaganda “agitativa”, un gioco di prestigio usato per destabilizzare il bersaglio e/o lanciare messaggi trasversali. Tornando al 1967, Mosca aveva rifiutato non a caso di cedere atomiche all’Egitto, pur nazione amica.

Nucleare tattico? Dieci motivi per non avere paura

1) sviluppato come tecnologia e concetto strategico negli anni ’50 del Novecento (per la prima volta dagli USA con il Progetto VISTA), quando si temevano repentini e catastrofici sfondamenti nemici nel fronte europeo, il nucleare tattico o a basso rendimento non avrebbe un’utilità effettiva nel conflitto attuale, considerando che le forze ucraine non muovo in massa e su ampi spazi né stanno giocando un qualche ruolo decisivo a favore di Kyïv bunker o fortezze inespugnabili in modo convenzionale 2) dal punto di vista russo, usare il nucleare tattico o a basso rendimento nei territori occupati per fermare l’avanzata nemica significherebbe, dopo il “referendum” della settimana scorsa, usarlo in “casa”, contaminando i “propri” territori 3) anche dopo il “referendum”, i territori occupati sono Russia ma non lo sono, ed una loro invasione sarebbe cosa ben diversa rispetto ad una vera minaccia vitale per la Federazione 4) usare il nucleare tattico o a basso rendimento contro un avversario teoricamente molto più debole sarebbe, a sua volta, una clamorosa ammissione di debolezza, quindi un clamoroso danno in termini di immagine e prestigio 5) usare il nucleare sottrarrebbe ai russi un’arma importante sotto il profilo politico e propagandistico, dato che non potrebbero più accusare gli USA di essere stati i soli ad averlo fatto 6) detonare un ordigno nucleare a scopo dimostrativo (magari nell’ Isola dei Serpenti) rischierebbe di ridicolizzare Mosca, se poi non andasse oltre (questo perché è già noto siano una potenza nucleare) 7) i pochi alleati del Kremlino, già abbastanza freddi, si allontanerebbero ancora di più dalla Russia 8 ) è in ogni caso difficile che gli ucraini riescano a riprendersi tutti i territori occupati 9) in questi mesi l’esercito ucraino ha già colpito territori sotto la giurisdizione russa 10) “last but not least”, i russi rischierebbero una devastante reazione occidentale (USA-NATO), dalla conseguenze imprevedibili e insostenibili per loro

In conclusione: lo spettro del nucleare tattico è con molte probabilità un’operazione di pressione psicologica (PsyOps), un “gioco di prestigio”, propaganda che l’establishment russo e i suoi canali di appoggio esterni mettono in scena per spaventare l’opinione pubblica dei paesi occidentali, cercando di destabilizzarne così i governi. Mosca, è utile ricordarlo, adotta questa tecnica (che tradisce debolezza) da quando si dotò delle atomiche, alla fine degli anni ’40 del secolo scorso. Neanche il periodo gorbacioviano fece eccezione.

Rula Jebreal, Giorgia Meloni e l’eterno ritorno del nemico immaginario

Mostrandosi refrattaria a qualsiasi autocritica, Rula Jebreal indossa i panni della resistente e della martire minacciata e intimidita (la legge, ricordiamolo, dà a Giorgia Meloni tutto il diritto di querelarla). Il bisogno del nemico, di nuovo (la leader di FdI sarebbe addirittura una autocrate), come feticcio narcisistico e come (debole) sostitutivo di un argomentare concreto e proficuo. Una certa sinistra è già partita malissimo.

Se le atomiche più potenti sono quelle che non esplodono: il caso coreano

Subito dopo lo scoppio delle ostilità in Corea, Harry Truman diede luce verde all’invio di bombe atomiche e bombardieri strategici nella base filippina di Guam, facendo deliberatamente trapelare la notizia. Successivamente dichiarò nel corso di una conferenza stampa che l’uso delle bombe era “oggetto di attento esame”, e nel 1951 mandò altri B-29 e autorizzò il comandante della base a reagire con la massima arma in caso di attacco sovietico (questo in reazione ad un ammassamento delle truppe di Mosca al confine coreano).

Pochi giorni dopo silurò tuttavia il grande Douglas Mac Arthur, reo di aver invocato l’impiego di 30 atomiche sulla Cina qualora Pechino fosse entrata direttamente nel conflitto, mentre nel 1950 aveva costretto alle dimissioni il comandante dell’Accademia aeronautica che aveva ventilato l’ipotesi di un “first strike” preventivo contro l’URSS (la cosa non era in relazione alla guerra di Corea).

La dimostrazione muscolare di Washington serviva, lo abbiamo visto, come deterrente, ma non era sostenuta da una reale e concreta volontà di avvicinarsi alla “linea rossa”. Un “gioco di prestigio”, un esempio di PsyOps (operazioni di pressione psicologica), come ne stiamo vedendo da febbraio in Ucraina, da entrambe le parti.