Puntualmente, nel nostro Paese, fanno la loro comparsa in grande stile personaggi, movimenti e partiti che si autoincoronano salvatori della patria, unici e soli depositari della virtù morale, tesorieri della verità, campioni del primato politico. Ciò avviene soprattutto nei momenti di crisi, politica, istituzionale e sociale, quando la credibilità delle istituzioni subisce la compressione più forte da parte del cittadino. Costoro riescono a farsi catalizzatori e interpreti del voto di protesta, cogliendo con eccezionale tempismo il gorgoglio della pancia nazionale, di cui dimostrano di saper cavalcare con maestria l’umore e l’orientamento. L’opera di seduzione avviene, essenzialmente, tramite due passaggi, in un percorso di immutabile continuità che congiunge Guglielmo Giannini a Umbero Bossi; il linguaggio e l’estetica. Usando un frasario informale e presentandosi, dalla scelta del vestito alle abitudini, sotto una veste di sobrietà, danno l’illusione al popolo stanco di essere al loro pari, di essere diversi. Questo perché è l’ALTERITA’ la ricetta vincente del loro successo, la linea di demarcazione che si fa bandiera del loro essere diversi (assunto illusorio) rispetto alle forze tradizionali, quelle di casta, appunto. Altro comune denominatore, è l’assalto alla stampa, ai “pennivendoli di regime”, di cui respingono le critiche come strategie messe in atto dallo status quo per sabotare il movimento di rinnovamento che essi incarnerebbero. L’ultimo di questi fenomeni è stato, in ordine cronologico, la Lega, che seppe ubriacare (soprattutto dal 2008 fino allo scandalo rimborsi) persino la sinistra; molti operai sterzavano per il Carroccio, e il PD si interrogava su come emulare la strategia di ancoraggio territoriale del partito bossiano (“sono radicati”, era questo l’inconcepibile refrain che andava allora di moda). Grillo è la nuova escrescenza di questa fenomenologia qualunquistico -populistica, e dispiace vedere come molti amici ci stiano cascando, ancora una volta, in buona fede (anche se il M5S consente loro di scaricare l’indignazione in un canale istituzionale, sottraendoli in questo modo alla piazza, quello che la CIA e la BCE, i ghost directors del comico genovese, temevano di più). Le polemiche e l’empasse degli ultimi giorni giorni sull’ elezione del capo dello Stato, stanno infatti risaltando la strategia disfattistica di un uomo totalmente sprovvisto di una qualsiasi progettualità gestionale, che ha ormai collocato nell’esposizione del disagio delle altre forze la propria linea di galleggiamento. Si hanno le mani pulite tendendole in tasca, ma sono mani inutili, mani che non fanno, mani che falliranno.
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Abbo e Barberis,i “nonni” del M5S
Le elezioni nazionali 1921 consegnarono la maggioranza parlamentare alle sinistre (150 deputati socialisti ai quali vanno aggiunti 30 delegati comunisti). Il Paese era scosso dalla grave crisi economica seguita alla Grande Guerra, le tensioni sociali erano alle stelle e il Biennio Rosso faceva ancora sentire tutto il carico destabilizzante del suo strascico. Tra le fila socialiste, si segnalavano due deputati, tali Abbo e Barberis, che possono definirsi i precursori dell’ “anticastismo” nazionale; il primo, Abbo, era solito presentarsi a Montecitorio con il berretto da ciclista e senza colletto (per dimostrare la propria alterità rispetto al formalismo borghese dell’aula, mentre oggi si usano gli apriscatole). Il secondo, Barberis, incentrò tutto il suo lavoro parlamentare sulla richiesta di abolizione della Guardia Regia. Tale e tanta fu l’insistenza del Barberis in questa sua “battaglia”, da renderlo, ben presto, lo zimbello dell’ Aula. Il Paese non fu in grado di darsi un governo, e di lì ad un anno precipitò nelle mani dell’esigua minoranza fascista (25 deputati), anche a causa della miopia demagogica di quelle forze e di quegli uomini che avevano preferito sterzare verso la semplificazione demagogica e populistica, illusi di trarne un facile consenso e profitto. Allo stesso modo, il M5S e il suo pittoresco condottiero, fanno leva su un problema puramente simbolico ma non sostanziale (i privilegi e i costi della politica), per scalare le vette del gradimento popolare, approfittando dell’odio e del risentimento che, soprattutto nei segmenti congiunturali più difficili e sensibili, si vengono a creare nei confronti di chi amministra. Ho parlato di problema simbolico e non sostanziale perché non sono, nei numeri, i costi della politica a pesare sulla situazione economica e gestionale del Paese; l’Italia necessita di un governo, e di un governo forte, per correre a Strasburgo e a Francoforte a rinegoziare il suo debito. L’Italia necessita di un governo, e di un governo forte, che vari quel pacchetto di riforme indispensabili alla rinascita delle imprese, alleggerendo la pressione fiscale, aumentando gli stanziamenti, sbloccando le liberalizzazioni. L’Italia necessita di un governo, e di un governo forte, che snellisca l’apparato burocratico, rivitalizzando così le amministrazioni locali (L’Aquila puzza ancora di umidità e marciume per colpa della burocrazia pachidermica che impedisce l’impiego dei fondi raccolti per la ricostruzione). L’Italia necessita di un governo, e di un governo forte, che riveda le leggi sul precariato, varate e consolidate con il Pacchetto Treu e il Protocollo sul Welfare (esecutivi di centro-sinistra e senza Matteo Renzi). L’Italia non ha bisogno di nuovi masanielli, di profeti del vaffanculo armati di apriscatole, come ieri non aveva bisogno di Abbo e Barberis.
Smoking gun. Alfano e Bersani
Sulla presidenza(imparziale)della Repubblica
Il ruolo che la Costituzione assegna al capo dello Stato, è quello di garante sopra le parti delle istituzioni democratiche repubblicane; per questo, la sua dev’essere una scelta condivisa, trasversale, amplipensante. Non sono a parte delle trame che i vari capibastone stanno tessendo nelle stanze parlamentari, ma una cosa è certa e indiscutibile: non possono, la sinistra più “radicale” o il M5S, pretendere l’imposizione del loro candidato al centro ed al centro-destra, ovvero ai rappresentanti di oltre 1/3 della popolazione italiana, nonché attuale maggioranza “virtuale”. Non solo si verrebbe meno ai principi regolatori della nostra Repubblica, ma si avrebbe un capo dello Stato debole, indeciso, costretto ad una politica di eccessivo “appeasement” con i conservatori nell’affannoso ed affannato tentativo di “affrancarsi” dal proprio portato personale, politico e ideologico. Peculiarità del settennato che si sta concludendo, è stata proprio questa “timidezza” mostrata nei confronti del centro-destra; Giorgio Napolitano non ha potuto predisporre adeguata risposta agli stupri che il PdL perpetrava ai danni delle istituzioni ed alle sortite anti-italiane del micropartito leghista a causa del suo “carico” di ex uomo del PCI e per la sua difesa dell’intervento Sovietico del 1956. Per guadagnarsi una quota minima di credibilità, doveva farlo dimenticare (i “rivoltosi” ungheresi, al pari di quelli cecoslovacchi e polacchi, non volevano il ritorno alla democrazia borghese ma al comunismo secondo il dettame marxiano, ma questa è un’altra storia). Se vogliamo un Presidente libero, che sia e sappia essere reale custode dell’integrità dell’edificio istituzionale, dobbiamo pertanto dire no al dottor Rodotà. Pur persona degna e stimabile, non disporrebbe della sufficiente libertà di manovra che la posizione richiede. P.S: trovo assolutamente fuori luogo e qualunquistico il tiro su Marini cui stiamo assistendo, punta di lancia di quella cultura sinistrofoba che tanto sta andando di moda.
“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” (Le quirinarie sulla Gabanelli)
L’investitura di Milena Gabanelli da parte del M5S come candidato alla Presidenza della Repubblica, è senza dubbio la spia rivelatrice, l’ennesima, di un corto circuito tra il cittadino, il suo rapporto con l’edificio politico-istituzionale e la gestione della res-publica. Premesso come le “Quirinarie” incarnino tutta la vocazione autoritaria e partitocratica di un soggetto politico che “pretende” di imporre un capo di stato a 61 milioni di individui mediante una consultazione ristretta tra 50 mila militanti (la città di Cascina sceglie per l’Italia), si sterza verso il dilettantismo più sciatto e deleterio nominando una cronista, perché estranea ad un mondo, quello politico, percepito e presentato (con una pericolosa dose di faciloneria) quale inaffidabile, inadeguato, corrotto. In questa castrante disaffezione per la πόλις-τέχνη, anche nelle sue declinazioni ideologiche e non solo amministrative, gioca sicuramente un ruolo capitale il circo-circuito mediatico, perennemente alla caccia della sensazione che la “notiziabilità” (e non la notizia) può garantire, soprattutto nei segmenti congiunturali più critici e sensibili. Lo scenario nazionale viene quindi raccontato come avversativamente complesso, senza speranza, caotico, corroborando ed alimentando la deleteria vocazione al qualunquismo caratteristica del popolo italiano. Si dimentica, però (e lo dimenticano i “Grillini”) che il ruolo del Presidente della Repubblica richiede una padronanza degli strumenti politici, giuridici e diplomatici di cui non tutti possono essere in possesso; non basta avere un ruolo “pulito”, saper far bene il proprio mestiere (la Gabanelli è soltanto la “frontwoman” di una equipe) e ancor meno basta essere donne per fornire e mettere in campo sufficienti garanzie per un ruolo come quello dell’inquilino di Piazza del Quirinale. Le architetture intellettive più elementari giubilano per questa “nomination”, senza comprenderne la preoccupante sintomatologia.
L’Italia che non capisce l’Euro
L’Italia si è abituata ed è stata abituata, da Giolitti in poi, ad una politica economica sempre più disinvolta e depauperante, orientata allo spreco, all’ assistenzialismo più parassitario e ad una cultura del non controllo che, de facto, tollerava se non incoraggiava l’evasione e l’elusione fiscale (il boom del secondo dopoguerra si deve anche all’allentamento delle maglie del fisco sull’imprenditoria). L’ingresso nell’Euro e la pressione di quella che comunemente viene definita “Europa” (in realtà è la Banca centrale europea), hanno imposto un brusco stop a tale approccio gestionale; essendo infatti l’Italia la terza economia continentale e l’ottava planetaria, il suo peso era ed è troppo vincolante perché l’organismo comunitario possa consentire a Roma il prosieguo di traiettorie rischiose per l’interesse collettivo. Di qui, l’imposizione della revisione dei conti pubblici e di una austerity risanante che è andata scontrarsi, prima di tutto, con una mentalità sedimentata ed incarnita in oltre un secolo di soggiorno in un paese dei balocchi che al posto di giostre e zucchero filato offriva baby pensioni, interessi altissimi sui titoli di Stato ed una PA pachidermica ed improduttiva. Ecco perché il popolo rigetta l’Euro e quella che identifica come “Europa” (aizzato in questa pericolosa deriva isolazionistica dall’irresponsabilità demagogica delle forze del laissez-faire più peculiarmente destro), ecco perché vede nella Cancelliera tedesca una “culona”; perché non siamo in grado di gestirci e farci gestire con senso di responsabilità ed oculatezza, educati ai pensieri corti dell’interesse del momento da una classe politica immatura. La moneta unica ed il suo braccio politico-economico sono l’unica e l’ultima possibilità che l’Italia (ed anche la Francia) ha per rimettersi in pari. Solo in questo modo potremo tornare a crescere. P.s: Sappiamo dove porta la strada di Weimar.
The iron Lady
L’analisi dell’evento storico e/o dell’azione delle personalità ad esso coeve, contigue e satellitanti, non può prescindere dall’opera di contestualizzazione (e dal faro della terzietà scientifica). Disancorare la Thatcher dal suo alveo temporale per porla dinanzi ai codici morali ed alle prassi politico-economiche del presente post 1989-1991, sarebbe stupido, nonché inutile.
Se consideriamo lo scontro con l’Argentina, ad esempio,dobbiamo aver presente che questa invase un territorio politicamente britannico perché un dittatore sanguinario e fascista, Videla, voleva far salire le proprie quotazioni, al minimo date le pessime condizioni economiche in cui versava il Paese, giocando la carta dell’orgoglio nazionale. Si può discutere sulla questione Falkland-Malvinas finchè si vuole, ma l’invasione era e rimane contraria al diritto internazionale. Se l’Italia dichiarasse guerra alla Francia per riavere Mentone e la Corsica (storicamente ed etnicamente italiane) , io mi schiererei dalla parte di Parigi.
L’allergia alle primarie del Centro Destra
Personalmente non ravviso nell’istituto delle primarie un totem dinanzi al quale prostrarmi come feticcio salvifico della democrazia e del libero scambio intellettuale. Trovo siano, almeno nella loro fase presente, ancora acerba ed embrionale, una trasposizione delle vecchie dinamiche politico-clientelari dal palazzo (un tempo si diceva “segrete stanze”) al gazebo. E’ pur vero che nella veste verginale della formalità “de iure” e se applicate secondo il loro criterio ispiratore, costituiscono un anello di congiunzione essenziale tra il cittadino e la gestione della cosa pubblica, l’unico esempio fattibile e razionale di democrazia liquida e partecipata sull’impronta delle vecchie ἀγορά. Pertanto, non può che strapparmi un sorriso l’atteggiamento che di fronte a tale strumento mostrano e stanno mostrando le forze del centro-destra; l’avere un candidato imposto, un “Presidente Eterno” sul nazionale, impedisce loro di scegliere dalla base e con la base i candidati, con gli spiacevoli risultati che a livello periferico tutti possiamo osservare (spaccature, scissioni, frondismi, ecc). Di conseguenza, più per imbarazzo che per reale acquisizione ideologico-politica, scatta un dispositivo di difesa che si traduce quando nella richiesta, populistica, di versare al popolo i denari ricavati dalle consultazioni (se non si vuole il finanziamento pubblico ai partiti e nemmeno il contributo volontario, non restano che le rapine di autofinanziamento), quando nella fabbrica del sospetto sul destino dei “trombati” o sulla reale efficacia delle elezioni di coalizione. Il centro-destra, pur di non perdere il consenso che l’arcoriano, forte del suo potere mediatico.-economico può garantire nell’immediato, sacrifica il proprio futuro sull’altare del calcolo di bottega, deponendo i pensieri lunghi della progettualità politica firmando una cambiale che si tradurrà , una volta scaduta, in un brusco risveglio con i connotati dell’estinzione politica.
Tucidide e il giornalismo
Tucidide viene unanimamente riconosciuto come il padre della storiografia moderna intesa come ricerca ed analisi secondo criterio scientifico, e a ben vedere lo è, molto più di Erodoto, la cui narrazione risulta inquinata e indebolita da un eccessivo ricorso ad elementi di natura mitologica, mistica ed escatologica. L’ateniese però non è soltanto il padre della storiografia, ma anche del giornalismo moderno; seguendo in prima persona la Guerra del Peloponneso, infatti, il nostro riuscì a consegnarci una ricostruzione “live” del conflitto, sincronica e non diacronica (l’elemento di confine tra giornalismo e ricerca storica). Possiamo quindi considerarlo come un inviato “ante litteram”. E’ grazie a lui che abbiamo la possibilità di sapere ciò che avvenne ai tempi del contenzioso armato tra Sparta ed Atene, ed è grazie agli inviati di guerra, quando non siano ” emebedded ” o prigionieri dei catenacci della “Sidle Commision”, che la democrazia e la storiografia possono nutrirsi di elementi e informazioni, costruendo il loro edificio. E’ grazie a loro che il cittadino sa cosa sta facendo il governo cui ha dato il voto, come sta impiegando il denaro dei suoi contribuiti e ste sta oltrepassando il perimetro della legalità. Accade però molto di frequente che mentre i militari, i Marò in quest’ultima frazione temporale, siano presentati come eroi al servizio del popolo (e non di interessi economici particolari e/o di “poteri altri”), gli inviati di guerra, come ad esempio Giuliana Sgrena o Enzo Baldoni, vengano bollati dal qualunquismo più odiosamente individualista e benaltrista come ostacoli, come escrescenze e vesciche del sistema, inutili e per questo motivo da estirpare. Si invoca il loro abbandono quando vengono catturati, ci si indigna quando viene pagato un riscatto per la loro liberazione e viceversa si gioisce quando vengono trucidati, dimenticando che è grazie a quegli elementi, indipendentemente dal colore politico di appartenenza, che noi e le generazioni a venire avremo la possibilità di sapere, di conoscere, di nutrire la nostra capacità critica e, soprattutto, è grazie a loro che possiamo disporre di un mezzo per difenderci dal potere, perché qui sta la linea di demarcazione tra società aperta e tirannia, tra libertà e sopraffazione.
Quagliariello, saggio su Eluana.
Ha destato estrema perplessità (quando non vera e propria ilarità) l’inclusione del Senatore Gaetano Quagliariello nel gruppo di “saggi” nominati dal Capo dello Stato per creare una testa di ponte tra le forze politiche, arroccate su posizioni che, de facto, si stanno traducendo nell’empasse istituzionale più pericolosa. Tra i “capi d’accusa” contestati a Quagliariello spicca, in particolare, una frase, pronunciata in merito al caso Englaro: “Eluana non è morta, è stata ammazzata”. Chi scrive è convinto e indefesso assertore del diritto alla “dolce morte”; allo spirito libero ed alla coscienza liberale, infatti, non può che apparire intollerabile il fatto che lo Stato si spinga a valicare la porta dell’intimità più profonda dell’individuo, imponendo all’individuo una sofferenza psicofisica che solo l’individuo sperimenta, subisce e conosce e sulla quale solo l’individuo ha diritto di arbitrio. Il diritto di arbitrio. Quando esplose il caso Englaro, mi trovai ferocemente dalla parte del padre della ragazza, convinto, come tutti noi che accompagnavamo il signor Giuseppe nella sua iniziativa, che in gioco vi fosse, prima di tutto, la libertà delle istituzioni laiche dal gioco clericale. Forse era così, forse è così, ma ci dimenticammo di una vita, quella di Eluana, sacrifciandola sull’altare di una battaglia che tanto, troppo, aveva di politico. Eluana era in stato di morte cerebrale e non poteva per questo disporre di quel libero arbitrio che fa dell’uomo un animale senziente. Non era indipendente, non poteva decidere, e né lo Stato, né il Vaticano, né la Magistratura né noi avremmo potuto osare decidere per lei, valicando quella porta, gettandola nel baratro. E’ vero, il signor Englaro sosteneva che la figlia prima dell’incidente avesse più volte espresso il desiderio di venire eutanasizzata, qualora si fosse trovata in stato vegetativo, ma le prove cui la vita ci sottopone spesso riescono a mutare e limare anche le posizioni più solide e radicali, senza contare le opzioni potenzialmente salvifiche che il futuro potrà consegnare alla scienza medica. A questo proposito, mi piace ricordare il capolavoro di Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte”, il cui protagonista, un detenuto in attesa di giudizio, si dimostra inorridito dinanzi all’ipotesi dell’ergastolo, salvo invocarlo con disperazione quando apprende di essere stato condannato alla pena capitale.
“L’una e un quarto. Ecco che cosa provo in questo momento: Un violento dolore alla testa. Freddo alle reni, la fronte bruciante. Ogni volta che m’alzo o mi piego, è come se nella testa si agitasse un liquido che manda il cervello a sbattere contro le pareti del cranio. Ho degli scatti convulsi, e come in preda a una scossa elettrica la penna di tanto in tanto mi cade dalla mano.
Gli occhi mi bruciano come fossi in mezzo al fumo. I gomiti mi dolgono. Ancora due ore e quarantacinque minuti, e sarò guarito.”
“Le galere mi vanno bene. Cinque anni di galere e che tutto finisca! Oppure venti anni, oppure l’ergastolo, con il ferro rosso! Ma la grazia della vita”
Il prigioniero di Hugo cambiò opinione, al cospetto della morte. E forse l’avrebbe cambiata anche Eluana. Per questo, l’ho cambiata anche io. Si, Eluana è stata uccisa, perché spogliata del suo arbitrio due volte, prima dalla natura e dopo dagli uomini. Su questo, Quagliarello, pur in tutto l’opportunismo clericale del suo circuito politico, ha avuto ragione. In questa occasione, è stato un saggio. Più di me.