Il delitto di Terni – Due incognite a confronto.

raggiLa vicenda del giovane David Raggi non dovrà trasformarsi in un ariete di sfondamento per il razzismo di matrice xenofoba (fattore già eccessivamente perturbante la convivenza nel nostro Paese) ma nemmeno dovrà essere risucchiata nei termini, semplificatori, dell’inclusione e dell’accoglienza “senza se e senza ma”.

Due elementi di rischio, il pregiudizio e la mancanza di un pragmatismo razionale sul fenomeno immigrazione dal Mediterraneo, differenti nella loro impostazione e sistemazione ideologica ma dagli effetti ugualmente devastanti.

Il Donbass ucraino e i tanti Donbass russi. Una via d’uscita

cARRI ARMATI RUSSILa fine della “koinè” sovietica ha rilanciato uno scenario del tutto simile a quello nato con Versailles, ovvero ampie porzioni etniche ritrovatesi al di fuori dei loro nuovi e particolari spazi nazionali.

Qui, trova la sua spiegazione e la sua motivazione anche la crisi del Donbass , con la minoranza russa “imprigionata” entro confini che non le appartengono più, non più sovietici e non e mai russi.

Ad un bivio la diplomazia mondiale e i decisori locali; concedere ampi margini di gestione all’elemento russo oppure sterzare verso il principio dell’autodeterminazione dei popoli (mutando così gli assetti sovrani di Kiev), attraverso una consultazione referendaria monitorata dai più alti organismi internazionali. Quest’ultima strada potrebbe sembrare, a tutta prima, la più razionale, democratica e proficua ma aprirebbe non poche incognite anche per Mosca, dilaniata all’interno da istanze separatiste a partire dal 1991-1992.

Tra chi domanda il distacco dalla Russia, infatti, le Repubbliche di Sacha (ex Jakutija), Carelia, Bashkortostan (ex Bashkiria ), Tatarstan (ex Tatarija), Inguscezia , Cecenia, Daghestan, Tuva, il territorio autonomo di Primor’e la regione autonoma di Sverdlovsk .

Un problema di non facile soluzione, dunque, che potrebbe avere nell’esempio altaoetesino (sebbene con le differenze del caso) una via d’uscita. Ogni ipotesi dovrà e dovrebbe, ad ogni modo, avere come stella polare il principio dell’ “equal footing” e il rispetto dell’interlocutore; ossessionata dalla sua sicurezza, Mosca cerca infatti da Pietro il Grande ad oggi la protezione di “stati cuscinetto” a ridosso delle sue frontiere, un timore che la politica di potenza adottata da Washington negli ultimi anni (Clinton-Bush jr) ha senza dubbio contribuito a dilatare.

L’attualità del “security dilemma”

Il linguaggio della geopolitica anglosassone, identifica con la formula “security dilemma” uno dei maggiori problemi nelle relazioni interstatuali*.

La dotazione di un apparato militare nettamente superiore a quello dei propri antagonisti, può infatti creare negli stessi un senso di inferiorità, preoccupazione ed una sindrome da accerchiamento capace di spingerli ad aumentare, a loro volta, il proprio potenziale bellico, offensivo come difensivo.

Una mano pericolosa sul tavolo degli equilibri internazionali, vincente (ma con rischi elevatissimi) in epoca reaganiana ma oggi gravida di incognite.

*Si parla, ovviamente, dei maggiori fattori di potenza.

Renzi a Mosca.

img1024-700_dettaglio2_Putin-e-Renzi-ReutersAl di là dell’accostamento, errato ed illogico, tra la situazione altoatesina e quella del Donbass, la linea d’indirizzo adottata dal premier nella sua visita a Mosca è, sostanzialmente, giusta e responsabile.

Escludere la Russia dalla gestione delle nuove emergenze mondiali significherebbe, infatti, ripetere gli errori commessi dal 1992 ad oggi, portando quello che, de facto, è un Pese occidentale, a pericolose “shifting alliances” con attori extra ed anti-occidentali e ad una atteggiamento sfavorevole dalle conseguenze difficilmente controllabili. Inoltre, l’entità dei rapporti economici tra Roma e Mosca obbligano il nostro Paese ad un atteggiamento equilibrato e prudente con il Kremlino, sfrondato da qualsiasi tentazione frontale e muscolare.

Renzi recupera dunque quella filosofia inclusiva ed amplipensante che fu tipica della governace democristiana, consapevole della dannosità della scelta unilateralista (o di blocco) e del ritorno a qualsiasi politica di potenza.

Questo, ovviamente, non dovrà né dovrebbe tradursi, in nessun caso, in un ripiegamento davanti al revanscismo post-sovietico.

Riconoscere la Palestina? Tutti i pericoli di una scommessa

israele_e_palestina_600x450La schiacciante superiorità militare , diplomatica ed economica israeliana, favorisce la sedimentazione di un fraintendimento sulle cause dell’impasse che, da due secoli, inchioda il Medio Oriente ad uno scontro tra l’elemento ebraico e quello arabo-musulmano (palestinese e non palestinese). In buona sostanza, Tel Aviv viene percepita come l’unico ed il reale ostacolo alla pacificazione della zona, opponendosi, con la forza delle sue prerogative, all’ammissione del principio dei “due popoli e due Stati”.

Gioverà ricordare come sia stato, fin dal XIX secolo, il mondo arabo-musulmano a rigettare in ogni sede negoziale l’accettazione di uno Stato ebraico (si pensi al no alle proposte della Commissione Peel nel 1937 ed a quelle della Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale nel 1947 ), linea di indirizzo che prosegue tuttóra, sia da parte di Ḥamās (che non soltanto rifiuta il riconoscimento di Israele ma ne invoca la distruzione nel proprio statuto), sia da parte della quasi totalità della Lega Araba (soltanto Egitto e Giordania intrattengono relazioni ufficiali con Tel Aviv).

La scelta di riconoscere Gerusalemme Est rischia quindi di non risolvere il vero problema alla base del conflitto, ma, anzi, di ampliarne la portata e le conseguenze, suggerendo all’oltranzismo arabo-islamico l’idea di una copertura internazionale capace di garantirne le azioni.

Di contro, una volta legittimati dalla maggior parte delle cancellerie straniere, i decisori palestinesi si troverebbero nella situazione di dover accettare “obtorto collo” il vicino, pena una marginalizzazione in sede internazionale ed un caduta delle loro quotazioni presso l’opinione pubblica mondiale.

Una mossa azzardata sul tavolo da gioco della diplomazia e della storia, dunque, e dalle conseguenze imprevedibili, potenzialmente infauste come potenzialmente risolutive.

Spazio vitale tedesco* e spazio vitale russo: analogie e differenze

putynLa fine della “koinè” sovietica ha rilanciato uno scenario del tutto simile a quello nato con Vesailles, ovvero ampie porzioni etniche ritrovatesi al di fuori dei loro nuovi e particolari spazi nazionali.

Qui, trova la sua spiegazione e la sua motivazione anche la crisi del Donbass, con la minoranza russa “imprigionata” entro confini che non le appartengono più.

A differenza di quanto accaduto in passato, tuttavia, la maggior solidità della coscienza democratica, degli organismi internazionali e la détente atomica (a vantaggio dell’Occidente), rendono del tutto impossibile una degenerazione violenta su ampia scala.

*Lebensraum.

L’imperialismo russo-putiniano e le problematiche del “Terzo Dopoguerra”

russian-flag-hd-wallpaper-269x170All’indomani del crollo sovietico e della fine della Guerra Fredda (1989 – 1991), non pochi analisti paventarono il rischio di una nuova Versailles, per Mosca, ovvero di una “pace” concordata dai soli “vincitori” (a differenza di quelle di Vienna, Utrecht e Vestfalia) che, penalizzando l’ex nemico, avrebbe finito con irrobustirne le spinte revansciste e scioviniste.

Tra le misure più contestate, l’ipotesi di un allargamento della NATO e della UE ad Est e l’adozione di un ombrello antimissile, opzioni viste come eccessivamente penalizzanti la Russia e la sua sicurezza.

Le crisi che oggi stanno interessando la massa ex sovietica ed il ritorno ad uno schema contrappositivo di tipo duopolistico, sembrano dare conferma ai timori di allora, ma una ricognizione più dettagliata sullo scenario storico e geopolitico dell’area porterà all’emersione di una realtà ben differente, mostrando come le linee d’indirizzo adottate dalle democrazie fino ad oggi nei confronti della Russia siano più vicine ad esigenze di “containment” che non ad un velleitarismo di impronta espansionistica.

Soffocati per 50 anni dal dominio russo-sovietico ed incalzati per secoli dall’imperialismo zarista-terzoromista, i paesi dell’Europa dell’Est e dell’ex URSS vedono infatti nei dispositivi militari ed economici occidentali una garanzia contro l’ex oppressore (nonché una possibilità di rilancio economico), fattori che saldandosi ad un ritorno dell’iniziativa russa nella zona (si pensi ai casi polacco, bielorusso, georgiano ed ucraino) allontanano la prospettiva di una riconciliazione in questo “Terzo Dopoguerra”.

L’Occidente non dovrà, tuttavia, riposare sulle garanzie del suo “hard power”, ma aiutare la Russia nel suo percorso democratico e liberale, unica strada percorribile per giungere ad un ridimensionamento decisivo di ogni pulsione revanscista dell’ “Orso” e delle sue velleità proiettive verso Est.

“Barcaccia”. Bene le riparazioni olandesi, ma senza perdere la memoria.

Fontana_della_Barcaccia_restaurata,_lato_Scalinata_Trinità_dei_MontiLa lodevole iniziativa web «ScusaRoma» (una raccolta fondi organizzata dagli olandesi per la restaurazione della “Barcaccia”) non dovrà far passare in secondo piano la pessima condotta non soltanto degli hooligan ma, anche e prima di tutto, della stampa e degli organi di polizia “arancioni”, violentemente critici nei confronti del nostro Paese, trincerati dietro un inopportuno sciovinismo che non ha lasciato spazio alle scuse.

Se, dunque, sarà fuori luogo l’assalto, miope e revanscista, ad un popolo nel suo insieme, altrettanto fuori luogo sarà la sua agiografia ed esaltazione (in odor di primato biologico), per questo episodio.

Medietas.

Il perché del semaforo rosso a Paolo Gentiloni. La politica estera italiana tra limiti ed opportunità dal 1945 ad oggi

g7 cat reporter libiaLa sconfitta, drammatica, nella II Guerra Mondiale, obbligò Roma ad un “turning point” radiale della sua politica estera. De facto interdetta nel ricorso all’ “hard power” (si veda l’imposizione alleata dell’Art 11 della Costituzione repubblicana) e vincolata dalle scelte atlantiche post-yaltiane che ne circoscrivevano ulteriormente la libertà di manovra e l’autonomia, l’Italia democristiana decise così di reinventare la sua strategia impostandola su una linea, del tutto inedita nella storia unitaria, di compromesso, dialogo e sostanziale equidistanza tra le parti tra le parti, ovvero tra l’Occidente capitalista e l’ Est comunista, tra il mondo ebraico-cristiano e quello arabo-musulmano.

La scelta, sebbene contestata dai nostalgici di una dottrina muscolarista ormai irrealizzabile, si rivelò in più occasioni vincente, favorendo ad esempio l’ ENI a guida matteiana nei suoi rapporti con i paesi comunisti ed arabi (ad avvantaggiare l’ ENI con gli arabi, anche la migliore reputazione del nostro Paese, rispetto agli atri big occidentali, in ragione della perdita delle colonie) , risparmiando all’Italia lo stesso trattamento imposto dall’ OPEC ad altre nazioni quali USA, Olanda, Portogallo, Rhodesia e Sud Africa* per il loro pieno sostegno d Israele durante la Guerra dello Yom Kippur e sottraendola alle incursioni del terrorismo di matrice islamica.

Un modus operandi proficuo, dunque, nel suo pragmatismo, tanto è vero che non avrebbe subito particolari variazioni nemmeno con la fine della Guerra Fredda (1991).

La decisione renziana di “stoppare” le affermazioni del nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni circa le misure contro l’ISIS in Libia, dovrà quindi venire inserita in quest’ottica di “terzismo” diplomatico; uno “shift” eccessivo verso l’interventismo (senza un pronunciamento definitivo del Palazzo di Vetro), infatti, non soltanto rischierebbe di esporre l’Italia alla rappresaglia del terrorismo (a seguito delle esternazioni del Gentiloni, il Califfato ha non a caso parlato di “Italia crociata”) ma potrebbe minare i rapporti con alcuni stati della sponda araba fondamentali nelle politiche del gas e del petrolio. Roma, inoltre, non avrebbe la facoltà di ricorrere all’ “hard power” (in modalità unilaterale) per tutelarsi quando e se attaccata, sul fronte militare come economico.

In conclusione, l’adeguamento alle traiettorie alleate non dovrà essere letto come una mancanza di decisionismo o di influenza ma come la matura e intelligente presa d’atto di un ruolo, quello di “middle power” (sebbene membro G7 e G20), giocoforza limitato e limitante.

*Crisi energetica del 1973.

La Libia somalizzata: l’opportunità dietro il pericolo.

italia_libiaL’emergenza sull’altra sponda del Mediterraneo potrebbe, se ben gestita dal governo italiano, trasformarsi in un’opportunità per il nostro Paese, dal punto di vista economico come politico. Forte del suo ruolo di “regional power” (nonché di “middle power” e di membro G7 e G20), Roma avrebbe infatti la chance di ottenere la guida della gestione della crisi, come avvenne negli anni ’90 con le operazioni di sostegno all’Albania post-comunista.

La prospettiva non andrà inserita nell’ottica di un disegno neocrispino ma di un rilancio del nostro prestigio internazionale e dei nostri interessi economico-strategici in un’area fondamentale ed irrinunciabile.

Possibile competitor ed ostacolo, la Francia, altra “regional power” (e membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU), direttamente coinvolta nel Mare Nostrum e storica rivale dell’Italia per quel che concerne le dinamiche mediterranee.