La Nazionale, il Paese, la crisi e quei paragoni forzati…

coppyDopo ogni delusione legata alla Nazionale di calcio, sono puntuali gli accostamenti, di segno catastrofistico, ad una situazione d’insieme del Paese, che si vorrebbe in pieno declino.

“La Nazionale specchio di un Paese in rovina”, “La Nazionale nel baratro come l’Italia”, “La Nazionale da rifondare come tutto il resto” ecc, i refrain concettualmente più comuni.

Si tratta, ad ogni modo, di semplificazioni elementari e grossolane, suggestioni scollegate da ogni evidenza razionale. Non solo, infatti, l’Italia non è al tramonto (i paesi in grave difficoltà sono altri) ma i nostri colori primeggiano in tanti altri ambiti e contesti sportivi, dalle discipline individuali a quelle di squadra, oggi come ieri.

 

Nota storica: il Brasile e l’Argentina vinsero alcuni dei loro mondiali in momenti drammatici e difficilissimi nella storia dei due paesi.

Le ragioni di Rajoy

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Plurisecolare, radicato, capillarmente e trasversalmente diffuso, l’indipendentismo catalano non è per questo paragonabile a nessun fenomeno identitario-localista di casa nostra.

Benché eccessiva e sbagliata da un punto di vista tattico e comunicativo, la risposta di Mariano Rajoy trova quindi una sua “ratio” nella necessità di bloccare una mossa dagli esiti potenzialmente fatali per lo Stato spagnolo, perché concepita da un movimento di importantissime dimensioni e in un Paese caratterizzato da un alto numero di sigle separatiste.

Applicare il nostro metro di giudizio alle vicende spagnole è e sarà dunque un errore, sul piano storico e su quello politico.

La Catalogna, Madrid e le ragioni (sbagliate) dei tifosi di casa nostra

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Diversi, inconciliabili e antitetici, il movimento d’opinione a favore dell’indipendenza catalana e quello contrario hanno, tuttavia, un comune denominatore: entrambi basano il loro orientamento su una lettura incompleta, ideologica e superficiale della vicenda, che assegna erroneamente all’indipendentismo di Barcellona le stesse caratteristiche e finalità.

Identitario, europeista, pro-Euro ed atlantista, il secessionismo catalano non persegue infatti una lotta contro il sistema di Bruxelles, Francoforte e lo status quo internazionale né poggia sull’interesse particolare e del momento (le motivazioni economiche e fiscali non sono storicamente maggioritarie).

In buona sostanza, quello che per i filo-catalani nostrani diventa il motivo per appoggiare gli indipendentisti, per la fazione opposta è la ragione per sostenere Madrid, secondo un “modus operandi” che rimane sulla crosta di un fenomeno storico, sociale e culturale di enorme complessità.

La difficile indipendenza e il falso mito dell’effetto domino

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“Se non ti riconosce nessuno, le indipendenze sono un disastro”; così Artur Mas i Gavarró, presidente della Generalitat de Catalunya dal 2010 al 2016.

Strenuo sostenitore della causa indipendentista, l’ex numero 1 della politica catalana aveva tuttavia compreso come il riconoscimento internazionale, prima e più ancora dell’essere o del sentirsi nazione, sia l’unico ed il solo passaporto verso l’indipendenza. In caso contrario si è infatti nulla più di entità politicamente velleitarie e giuridicamente vuote, come il Principato di Seborga o l’Isola delle Rose.

Restando alla vicenda catalana, un distacco traumatico ed arbitrario dalla Spagna renderebbe di fatto impossibile il riconoscimento da parte della comunità internazionale, sia per l’influenza di Madrid che per il timore di alimentare i separatismi attivi in quasi tutti i paesi. Altrettanto impossibile l’ingresso di una Barcellona indipendente nella UE (il secessionismo catalano è di orientamento europeista), in quanto la procedura prevede un’unanimità che la Spagna non renderebbe possibile.

E’, quello descritto, uno scenario sovrapponibile anche ad altri contesti, come ad esempio quello italiano, anche se, è bene ricordarlo, i secessionismi nostrani siano molto meno solidi e credibili di quelli iberici. Il timore dell’effetto domino è quindi l’elemento che rende improbabile l’effetto domino stesso, oltre al peso e all’influenza di stati come Spagna o Italia.

Da Ford a Di Maio: forza e debolezza dell’uomo della strada

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Gerald Ford e Ronald Reagan non ebbero in comune soltanto l’appartenenza al GOP e la Presidenza degli Stati Uniti d’America ma anche l’essere indicati da esperti e giornalisti come “uomini qualunque”, prestati alla politica. Ciò che tuttavia li distingueva era il fatto che se il mite Ford era oggettivamente un “uomo qualunque”*, Reagan piaceva all’ “uomo qualunque” ma non era un “uomo qualunque”

L’ex attore poteva infatti contare su un’ eccezionale capacità comunicativa (oltre ad una fisicità molto peculiare ), dote che mancava a Ford, che infatti non riuscì a confermarsi alla Casa Bianca

Chi in questi giorni indica nell’essere un “everyman” la forza dell’On. Luigi Di Maio, non tiene conto proprio di questa fondamentale lezione del marketing politico: per piacere all’elettore, un candidato/leader deve far sì che l’elettore si riconosca in lui (Reagan, Berlusconi, Trump, Hollande, ecc) ma non deve essere come lui. Agentico o cooperativo, ideologico o pragmatico, dovrà infatti mostrare doti comunicative, una personalità e tratti distintivi fuori dal comune, elementi e abilità di cui l’ “uomo della strada” Di Maio non dispone

Il vice-presidente della Camera sarà dunque e probabilmente solo un “frontman”, dannoso o nella migliore delle ipotesi non influente per il M5S nel 2018

* per le circostanze che lo avevano portato alla Casa Bianca, fu definito “the accidental president”, il “presidente accidentale”

La violenza sulle donne, la sinistra e quell’indignazione intermittente

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Davanti alle aggressioni perpetrate negli ultimi giorni da stranieri ai danni di alcune donne e a vicende come quella di Abid Jee, un segmento non trascurabile della sinistra e del movimento d’opinione femminista ha scelto il silenzio oppure si è focalizzato sulle statistiche riguardanti le violenze di genere commesse dagli italiani

Se un tale approccio può avere un intento di per sé positivo e lodevole (disinnescare il pregiudizio sugli stranieri) dall’altro lato sorvola pericolosamente sulle cause, profonde, alla base di simili episodi, tra le quai la visione della donna in certe culture e società

Severi con il “maschio italiano” (quasi fosse una categoria antropologica a parte) e solerti nell’effettuare ricognizioni sociologiche quando il colpevole è un nostro connazionale e quando il sessismo è “made in Italy”, una cera sinistra e un certo femminismo si confermano dunque incerti, titubanti e inadeguati nell’analisi della questione femminile presso l’Altro, optando per un’immatura relativizzazione (la cultura dello straniero ne legittimerebbe il maschilismo e legittimerebbe l’oppressione della donna) o, come nel caso di specie, per un irrazionale logica contrappositiva-compensativa

Il M5S e le relazioni pericolose

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La sua natura movimentista e l’assenza di un’identità ideologica definita e tradizionale, rendono ovvio e fisiologico, per il M5S, un atteggiamento liquido e versatile, come rendono strategicamente e tatticamente proficua la manovra di avvicinamento a quei settori che la fine del berlusconismo ha lasciato privi di referenti

La nutrita presenza (nel Movimento) di simpatizzanti e militanti di sinistra dovrebbe tuttavia suggerire una certa cautela nell’approccio a valori considerati irrinunciabili dalla cultura democratico-repubblicana. Alcune posizioni possono e potranno infatti causare, sia nell’immediato che nel lungo periodo, molti più danni che ricavi.

L’importanza della Turchia nella nuova Guerra Fredda e il fantasma dell’utopismo carteriano

Quando giunse alla Casa Bianca nel 1977, Jimmy Carter mise tra i suoi principali obiettivi la ricostruzione della credibilità morale degli Stati Uniti (gravemente danneggiata dopo il Watergate), attraverso un ritorno all’etica jeffersoniana ed allo spirito dei padri fondatori. Questo “new thinking” prevedeva, in politica estera, l’abbandono del realismo e del “linkage” nixoniani e la rivisitazione dei rapporti con i regimi dittatoriali alleati degli USA.

Osteggiato dal consigliere per la sicurezza nazionale, il pragmatico Zbigniew Brzezinski, tale indirizzo contribuì infatti all’indebolimento e all’isolamento di Washington, proprio nella fase di maggior slancio e assertività di Mosca nello scacchiere internazionale.

Benché la condotta erdoganiana possa suscitare più di una perplessità in Occidente, lasciare andare (magari ad Est) un alleato ed un Attore fondamentale come la Turchia sarebbe uno sbaglio imperdonabile, soprattutto oggi, con lo spettro di una Terza Guerra Fredda con il Kremlino. Il recupero di un certo, prudente, realismo, potrebbe dunque rivelarsi la strada più saggia, anche in considerazione della transitorietà del “regime” di Erdogan.

Dagli azeri alla Turchia (passando per Kabul): l’URSS, la Russia e le tecniche di manipolazione contro l’Islam

Con il percorso di democratizzazione messo in atto da Michail Gorbačëv (1985-1991) ripresero vita e slancio anche quelle istanze indipendentiste e quelle rivendicazioni nazionali che per circa 60 anni erano state anestetizzate dalla dittatura sovietica, abile nell’offrire all’esterno l’immagine, fasulla, di un’URSS che aveva ricomposto e risolto le divergenze tra i suoi popoli, fino ad una convivenza armoniosa e pacifica.

Particolarmente calda la situazione tra armeni ed azeri, che esplose in tutta la sua drammaticità e virulenza con i cosiddetti pogrom di Baku (1990) e di Sumgait (1988).

Benché all’origine del conflitto vi fossero soprattutto ragioni territoriali (la disputa sul Nagorno Karabakh) , politiche (l’insofferenza azera all’ingerenza di Mosca*) e sociali (la comunità azera accusava quella armena di godere di privilegi ingiusti), la stampa di regime e l’establishment bollarono gli eventi nel Caucaso come frutto della “barbarie islamica” degli azeri. Si accostava, in buona sostanza, il movimento nazionale azero all’Islam radicale, attraverso una semplificazione** che non teneva conto, ad esempio, di dichiarazioni come quelle di Nemat Panakhov, operaio tornitore e tra i principali esponenti della ribellione azera, il quale si era detto contrario agli slogan khomeinisti di una frangia dei suoi e ribadito come le proteste fossero una reazione “all’inettitudine degli organismi ufficiali di Baku e di Mosca”.

Il Kremlino non era nuovo a soluzioni propagandistiche basate sullo spettro dell’estremismo islamico , che usava nell’approccio a qualsiasi conflitto con le sue repubbliche indipendentiste a maggioranza musulmana, con i Paesi musulmani esterni (l’Afghanistan) e che usa tuttora, come nel contenzioso con la Turchia di R.T.Erdogan.

E’ a tal proposito interessante notare come la pubblicistica che indaga e studia le tecniche di manipolazione messe in atto in Occidente si presenti come esaustiva e documentata, mentre la stessa cosa non si possa dire di quella riguardate altre realtà, come la Russia sovietica e post-sovietica, altrettanto abile nel condizionare il sentire comune mediante sistemi molto vicini a quelli usati in USA e in Occidente (la lotta al radicalismo islamico è stata infatti uno dei vettori delle politiche proiettive bushane nei primi anni 2000).

* ad inasprire il movimento anti-armeno di matrice azera, la decisione, presa da Mosca, di far costruire una fabbrica di alluminio nel bosco di Topkhan, località considerata sacra dagli azeri

**questa tecnica è nota come “proiezione o analogia, e viene impiegata per accostare l’avversario ad un’immagine-idea respingente ed impopolare. L’URSS e la Russia post-sovietica la usavano e la usano anche incapsulata nell’accusa di nazismo, fascismo ed ultranazionalismo (ad esempio contro le nazioni baltiche o l’Ucraina post-Maidan) . In quest’ultimo caso si tratta di un “modus operandi” tipico delle scuole propagandistiche di impronta e tradizione socialista.

Dallas e dintorni Il falso mito della “madre coraggio” di Baltimora e la propaganda conservatrice

Nell’aprile 2015 fecero il giro del mondo le immagini di una signora , Toya Graham, mentre prendeva a “borsettate” il proprio figlio, incappucciato e intento a scagliare pietre agli agenti di polizia durante una manifestazione della comunità afroamericana di Baltimora.

Il fatto venne utilizzato, subito e in modo strumentale, dal movimento d’opinione conservatore (in USA come in Italia) che fece assurgere la donna ad eroina.

Graham, tuttavia, dichiarò di non essere intervenuta perché contraria alla manifestazione in sé, ma per salvaguardare l’incolumità del figlio: “È il mio unico figlio maschio e non voglio diventi un altro Freddie Gray” (Freddie Gray era il giovane nero di Baltimora morto per le lesioni alla spina dorsale subite mentre veniva arrestato da sei agenti, caso che scatenò la protesta in questione).

Un esempio di manipolazione propagandistica* che è bene ricordare, soprattutto oggi, alla luce del ritorno mediatico del problema razziale dopo i fatti di Dallas.

*Propaganda “grigia”, parzialmente falsa. La donna colpì effettivamente il figlio e lo condusse effettivamente via dalla manifestazione, ma non per le motivazioni descritte e raccontate.