Una parte della comunità napoletana dimostra una grande fragilità di fondo nel momento in cui innalza a proprio simbolo identitario un giocatore, per di più straniero. Questo al netto di ogni considerazione sul valore calcistico (immenso) di Maradona e sul ruolo dello sport anche in ambito sociale.
Grafici, statistiche, dati, proiezioni e previsioni sono divenuti un argomento centrale nel dibattito sul Covid, nella comunicazione della pandemia. Questo anche in virtù del ruolo, fondamentale, dei numeri in chiave propagandistica.
Ad esempio: « Uno degli stratagemmi più frequenti dei persuasori dell’opinione pubblica è l’utilizzo nelle proprie analisi della parola “media” non qualificata, in modo da non consentire di individuare se si stia parlando di una “media aritmetica”, cioè il rapporto tra la somma dei dati numerici e il numero dei dati, oppure di “moda”, cioè il valore che si presenta con maggiore frequenza, oppure “mediana”, cioè il valore centrale tra i dati numerici. Dunque, una “media” non qualificata è praticamente non solo irrilevante, ma deliberatamene fuorviante. » (G. Magi)
Un escamotage che rientra nella tecnica della “verosimiglianza” (usare i numeri per dare l’idea di accuratezza e quindi di precisione e affidabilità) e che negli ultimi mesi sta contribuendo al bombardamento infodemico.
In ogni fase storica traumatica le società attraversano due tappe: la prima di “schock” e la seconda di “adattamento”. Adesso, in Italia come in altri paesi, governi e cittadini sono sempre al primo “step”, reso ancor più complesso e lungo dagli intrecci di interessi sulla pandemia e dal carattere “imprevedibile” di questo come di ogni altro virus. E’ qui che andrà forse inquadrata la “caccia” ai pochi “no-vax”, nonostante i numeri tranquillizzanti delle TI e dei decessi (ciò che conta), perché si continua, fermi all’anti-scientifico dogma del “rischio zero”, ad assegnare un’importanza capitale al semplice dato dei contagi, ritenuto di fatto una minaccia intollerabile*. La fase di adattamento, e di superamento dell’emegenza, arriverà,
ma resta da capire quando e come, se per via “pacifica”, accettando una quota, comunque minima, di morti e ospedalizzati (quel che avviene con le comuni influenze ogni anno), o se sospinta da un’insofferenza violenta, magari determinata dal peggioramento delle condizioni economico-sociali dovuto al prosieguo delle restrizioni.
Aver insistito su un linguaggio ansiogeno, aver cercato la polarizzazione , una sorta di “guerra tra bande” demonizzando intere categorie di cittadini (meridionali fuori sede che rientravano a casa, runner e passeggiatori solitari, vacanzieri, famigliole fuori porta, giovani movidari, “no-vax”, “no-pass”, dissenzienti, ecc) è stata una scelta contraria ad ogni logica sulla comunicazione d’emergenza, un avvelenamento dei pozzi che potrebbe favorire un’escalation pericolosa e cruenta.
*solo pochi mesi fa, sia Mattarella che Speranza dichiararono che anche un solo morto di Covid sarebbe stato una perdita inaccettabile
Sicuramente “politically uncorrect” e in una certa misura iperbolico e provocatorio, il paragone tra le vittime della persecuzione nazista e chi, per un motivo o l’altro, contesta la narrazione mainstream sul Covid e le politiche governative d’emergenza, non è concettualmente e storicamente infondato.
Da quasi due anni, infatti, le istituzioni, i loro medium e i loro canali di appoggio veicolano una comunicazione straordinariamente aggressiva contro il disallineato, criminalizzando e demonizzando intere categorie sociali e intere tipologie di cittadini (meridionali fuori sede che rientravano a casa, runner e passeggiatori solitari, vacanzieri, famigliole fuori porta, giovani movidari, “no-vax”, “no-pass”, dissenzienti, ecc), mentre oggi si arriva alla ghettizzazione di fatto di alcuni di loro, pur incolpevoli e incensurati, e ad una significativa riduzione dei loro diritti legali e naturali (questo al di là di ogni valutazione di tipo sanitario sul GP, dispositivo comunque abbandonato in molti altri paesi democratici).
E’ bene ricordare, e ciò vale oltre la questione legata alle politiche emergenziali sul virus, che l’autoritarismo e la discriminazione possono presentarsi con forme sempre mutevoli, e cercare di classificarle in una modalità unica e univoca sarà una pretesa illusoria e anti-storica.
Ieri sera sono capitato su un quiz RAI e ho sentito il conduttore fare propaganda a favore delle restrizioni governative e del distanziamento (rispettato nel suo studio solo a telecamere accese). Questo nel giro di cinque minuti e in modo assolutamente acontestuale. Il conduttore in questione lo fa sempre, più e più volte, come del resto quasi tutti i suoi colleghi di Viale Mazzini. Si tratta, nello specifico, di una forma di propaganda occulta, “indiretta” (da definizione tecnica), ovvero inserita in contenuti e contenitori neutri o all’apparenza distanti dall’obiettivo del mittente e dal messaggio che intende veicolare. E’ tra le più subdole e pericolose, perché non prevede contradditorio e coglie il target con la “guardia” abbassata, quando i suoi sistemi di filtraggio sono disattivati. Volendo fare un passo indietro è una tecnica usata con ottimi risultati da Silvio Berlusconi, il quale ricorreva anche ai suoi programmi più “leggeri” e “disimpegnati” per far politica, per promuovere sé stesso e il centro-destra e delegittimare gli avversari.
Oggi, invece, sempre sulla RAI, si è parlato di fact checking, ma ovviamente a proposito della “disinformazione” anti-ufficialista, mai su quella ufficialista, che pure è tanta, non solo sul Covid.
E’ superfluo dire che un simile utilizzo di un’emittente televisiva di Stato è inaccettabile in e per un Paese occidentale avanzato.
Distaccarsi dal pensiero maggioritario sul Covid e le politiche di emergenza, e criticarlo apertamente, non è facile, dal momento in cui si rischia lo stigma e l’emarginazione, persino la perdita di amicizie storiche e gravi conseguenze sotto il profilo lavorativo. Ciò vale ancora di più per chi è, in qualche misura, pubblicamente esposto e ha ruoli di grande responsabilità.
Una pressione sociale e un prezzo enormi, che non tutti, ed è comprensibile, sono disposti a sostenere e pagare. Forse anche per questo, progetti e personaggi un tempo schierati contro il “mainstream” (i suoi aspetti più discutibili ) sembrano oggi aver fatto marcia indietro, sposando una linea meno “temeraria” e più allineata.
Quando la propaganda riesce ad agire sugli strati più profondi dell’ inconscio, facendo leva sulle nostre emozioni più “forti” e stimolandole a proprio piacimento (ad esempio rabbia, rancore, ansia o paura), si potrà parlare di “trasfusione”.
La “trasfusione” ottiene i risultati migliori se il target è, per un motivo o l’altro, già predisposto a certe reazioni (magari perché inserito in un contesto sociale e storico difficile). A quel punto riuscirà a condurlo in una sorta di stato di “trance” , che diventa collettivo.
Approfondimento
Molto più di una teoria: la scienza della paura
Soprattutto in questi mesi non sono in pochi a bollare come assurdità “complottistiche” o esagerazioni le proteste contro una certa informazione sul Covid, accusata, a ragion veduta, di aggiungere ansia all’ansia, incertezza all’incertezza, paura alla paura, confusione alla confusione.
A ragion veduta, si è detto, perché il “marketing della paura” non solo esiste, e questa è una chiara e nota evidenza storica, ma rientra in una branca del cosiddetto “Neuromarketing”.
Nel caso di specie sono moltissime le tecniche, dalle parole alla gestualità, dalle scelte cromatiche al ricorso a certi rumori, odori e sapori, a intervenire sul nostro cervello (specialmente sull’amigdala, l’ipotalamo, l’Area di Broca e l’ippocampo), al fine di suscitare ansia, paura, preoccupazione, far riemergere ricordi negativi, ecc.
La propaganda e la comunicazione sono cioè qualcosa di molto più concreto, e dunque efficace, di quanto comunemente si pensi. Strumenti legati a doppio filo alla scienza e non più ad astratte teorie filosofiche (se non addirittura alla superstizione) come si pensava una volta e come qualcuno pensa ancora o racconta.
La svolta “scientista” e “tecnocratista” di una certa sinistra non stupisce, se si considerano ad esempio il contributo del Positivismo alla sua storia, il socialismo scientifico ed il materialismo marxiani ed il tecnocratismo leniniano (gli ultimi tre declinati in modo degenerativo).
Stupisce invece sopravviva, in quella stessa sinistra, una cultura fortemente ecologista, e per di più con un ruolo dominante, in aperta antitesi con gli aspetti sopracitati (si pensi al dogma sull’origine antropica del riscaldamento globale ed al principio della decrescita). Stupisce non sia vista come una teoria del complotto, nemica del progresso. Un “controsenso” forse spiegabile alla luce del globalismo post-sessantottino ed alla conseguente fusione con il movimentismo.
Non è tuttavia da escludere un abbandono ed un rigetto progressivi anche delle posizioni ecologiste ed un interscambio, in questo senso, con le destre, come del resto già avvenuto in passato.
4Luisella Chiavenuto, Luciano Danti e altri 2Commenti: 1Mi piaceCommentaCondividi
Le pericolose dichiarazioni di Mario Monti dovrebbero stimolare la riflessione critica di chi si ostina a rifiutare, bollandola come un teoria del complotto, qualsiasi segnalazione sull’uso della propaganda e della comunicazione manipolatoria da parte delle istituzioni e dei loro canali di appoggio nella vicenda Covid (e non solo).
Mario Monti non è , infatti, un politico di quarto rango, ma un ex presidente del consiglio, un senatore a vita ed una delle personalità più in vista nel mondo dell’alta finanza, quindi una figura di vertice, di assoluto rilievo all’interno dell’establishment nazionale e globale.
Gli attacchi ad Andrea Crisanti, su La7 (dai “rigoristi” Gruber, Severgnini e Giannini) e sui social per aver mostrato alcune perplessità sulla vaccinazione ai bambini e aver ipotizzato la fine della pandemia, dimostrano e ribadiscono come anche il movimento d’opinione ufficialista/rigorista sia polarizzato e dogmatico, tanto quanto le sue controparti radicali (no-vax ideologici,, teorici del complotto, ecc) ed abbia gli stessi meccanismi di funzionamento.
In questo caso, in particolare, assistiamo ad una dinamica tipica delle sette, ovvero l’ostracismo. Chiunque, persino se un vertice o una figura di prestigio, metta in discussione gli indirizzi dominanti e accettati, viene sanzionato, ricusato e allontanato. Crisanti è un nume infallibile fino a quando veicola un certo tipo di messaggio, altrimenti sarà messo da parte e paragonato ai no-vax, accusato di essere un irresponsabile, un imbelle attendista, un pessimo comunicatore. Il “principio di autorità” diventa allora flessibile, adattabile a seconda del momento; uno scienziato, un primario, una rivista scientifica famosa, sono ritenuti credibili, sono “autorità”, solo se allienati, oppure sarà preferito loro un influencer, un calciatore, un attore.
Molte voci potenzialmente indipendenti e dissonanti preferiscono quindi restare in silenzio, nel timore dello stigma e dell’esclusione, rafforzando un circolo vizioso che a sua volta indebolisce la cultura democratica.