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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Ondate e onde: come nasce un estremista

“Per anni ho mantenuto un particolare segreto. Ho condiviso questo silenzio con duecento studenti. Ieri ho incontrato uno di questi studenti. Per un momento, è riaffiorato tutto.”

Così Ron Jones comincia il racconto del suo esperimento, un esperimento che gli costerà la carriera e nel contempo lo renderà famoso in tutto il mondo.

Siamo nell’aprile del 1967 e il professor Jones tiene il corso di Storia Contemporanea alla Cubberley High School di Palo Alto, in California. Durante la spiegazione sull’instaurarsi del nazismo in Germania, uno degli studenti chiede come sia possibile che il popolo tedesco abbia sempre sostenuto di non sapere nulla sulle atrocità compiute dai nazisti. Come hanno potuto cittadini, ferrovieri, insegnanti, medici sostenere di non sapere nulla sui campi di concentramento e sui massacri. Come hanno potuto persone i cui vicini di casa o addirittura i cui amici erano cittadini ebrei affermare che semplicemente non erano presenti quanto tutto ciò è accaduto. È una buona domanda, a cui il professor Jones non sa rispondere. Per questo motivo decide di utilizzare una settimana di lezioni per esplorare la questione e trovare una risposta adeguata.

La forza attraverso la disciplina:

Il lunedì seguente, Ron Jones decide di introdurre nella classe uno dei concetti chiave del nazismo: la disciplina. Spiega la bellezza della disciplina, l’esercizio, la perseveranza, il controllo. Il trionfo. Successivamente, ordina alla classe di esercitarsi su una specifica postura da adottare seduti al banco, per mantenere la concentrazione e rafforzare la volontà. Piedi paralleli e piatti sul pavimento, caviglie ferme, ginocchia piegate a novanta gradi, schiena dritta, mento verso il basso, testa in avanti. Gli alunni si impegnano a fondo, seguono le direttive, fino a diventare perfettamente istruiti su come alzarsi e sedersi in cinque secondi senza fare alcun rumore.

Ron Jones si chiede il perché di tale rispetto per una norma imposta: fino a quanto può spingersi? Il desiderio di disciplina e uniformità è un bisogno innato?

Nell’ultima mezz’ora di lezione il professore aggiunge nuove regole di comportamento: gli studenti possono parlare solo mettendosi a lato del banco, introducendo ogni affermazione con “Mr. Jones”. Le risposte devono essere date in massimo tre parole. Chi sbaglia deve ripetere l’azione finché non viene svolta secondo le norme. L’insegnante nota come la classe sia più attenta, esponga chiaramente i contenuti richiesti, l’ambiente autoritario è maggiormente produttivo. Dove sta portando questo esperimento? Carl Rogers, esponente di una metodologia non direttiva in psicoterapia e figura molto apprezzata da Mr. Jones, si è forse sempre sbagliato?

La forza attraverso la comunità:

Martedì il professor Jones entra in classe e trova gli alunni nella posizione insegnata il giorno precedente: alcuni sorridono, consapevoli di aver compiaciuto l’insegnante, altri sono tesi e rigidi. Inizia la lezione, viene spiegato il valore della comunità. Mr. Jones tra sé si domanda se continuare l’esperimento o interromperlo. Nel frattempo, parla del sentirsi parte di un insieme, di un movimento, del soffrire insieme e del lavorare per uno scopo comune. La classe ripete il motto: “la forza attraverso la disciplina, la forza attraverso la comunità”.

Perché gli studenti accettano questo modello di autorità? Quando e come potrà finire? Sono parte di questo esperimento. Mi piace vedere gli studenti così uniti. Mi piace vederli soddisfatti e eccitati di poter fare di più. Sto seguendo il gruppo più che dirigerlo.

Il professore crea un saluto esclusivo per gli studenti. Il braccio destro davanti, la mano leggermente curva, a mimare un’onda. Il movimento ha un nome: la Terza Onda, la più grande della catena di onde che si muove fino a riva. Alcuni ragazzi dalle altre classi chiedono di potersi unire al movimento.

La forza attraverso l’azione:

Mercoledì, terzo giorno. 13 studenti di altri corsi cominciano a seguire le lezioni di Storia Contemporanea per potersi unire all’esperimento. Ron Jones spiega l’importanza dell’azione, la bellezza del prendersi la responsabilità dei propri gesti e del fare qualsiasi cosa necessaria per proteggere la propria comunità. Alla fine della lezione, agli studenti viene dato il compito di ideare il simbolo della Terza Onda, ma non solo. Il professore chiede di imparare i recapiti di tutti i membri del movimento a memoria, di convincere 20 bambini delle scuole elementari a sedersi come loro, di indicare nuovi possibili membri per il movimento. Infine, vengono stabilite procedure di iniziazione per i nuovi membri.

A fine giornata duecento studenti si uniscono alla Terza Onda.

“Mi sento molto solo e piuttosto spaventato”

Tre studentesse raccontano ai genitori cosa sta accadendo durante le lezioni di Ron Jones. Il padre di uno di queste, che è un rabbino, telefona al professore, il quale spiega tranquillamente che si tratta di un esperimento sulla personalità della popolazione tedesca. Il rabbino si rincuora e dice all’insegnante di non preoccuparsi e di continuare l’esercitazione.

Alla fine del terzo giorno la situazione si fa preoccupante. Mr. Jones è esausto, non distingue i limiti tra finzione e realtà. Uno degli studenti ritenuti più anonimi si propone per fargli da guardia del corpo: ha finalmente un ruolo, è parte di qualcosa, il professore non può dirgli di no.

La forza attraverso l’orgoglio:

Al quarto giorno, Ron Jones decide di porre fine all’esperimento. Dire semplicemente che si tratta di un gioco sarebbe troppo destabilizzante, così viene adottata un’altra strategia: una mossa inaspettata. L’insegnante comincia la lezione parlando dell’orgoglio, ma dopo poco decide di rivelare la reale natura della Terza Onda.

La Terza Onda non è solo un esperimento o un’esercitazione di classe. È molto più importante di questo. La Terza Onda è un programma nazionale per ricercare studenti in grado di lottare per un cambiamento politico in questa nazione.

Il professore rivela agli studenti che il programma sarà reso pubblico il giorno seguente, con un messaggio in diretta televisiva rivolto agli oltre 1000 gruppi di giovani coinvolti in tutto lo stato.

La forza attraverso la comprensione:

Il venerdì l’auditorium della scuola è pieno di studenti e di conoscenti di Ron Jones che si fingono inviati della stampa. Poco prima del collegamento con il fantomatico responsabile del movimento Terza Onda, il professore ripete per l’ultima volta il saluto e il motto insegnato, prontamente seguito dagli studenti. Alle 12:05, si accende un grande schermo. Per due minuti tutti fissano una parete bianca. D’un tratto, qualcuno protesta e inizia a chiedere dove sia il suo leader.

Non c’è alcun leader! Non c’è alcun movimento nazionale giovanile chiamato la Terza Onda. Siete stati usati. Manipolati. Non siete né meglio né peggio dei tedeschi nazisti che abbiamo studiato.

Successivamente, viene mostrato agli studenti un documentario sul Terzo Reich e sulle azioni commesse durante il nazismo. Infine, il professor Jones tenta di spiegare la natura e lo scopo dell’esperimento.

Abbiamo visto che il fascismo non è qualcosa che qualcuno fa e qualcuno no. No. È proprio qui. In quest’aula. Nelle nostre personali abitudini e nel modo di vivere. Grattate la superficie e appare. Qualcosa in ciascuno di noi. Ce lo portiamo dentro come una malattia. La consapevolezza che l’essere umano è per natura malvagio e quindi incapace di agire per il bene degli altri. Una consapevolezza che richiede un leader forte e disciplina per preservare l’ordine sociale. E c’è dell’altro. La necessità di una giustificazione.

Nel periodo successivo, nessuno parlò più del movimento della Terza Onda, descritto dallo stesso Ron Jones soltanto alcuni anni dopo, in un saggio del 1972. Ad oggi, non possiamo evitare di fare parallelismi con alcune realtà tragicamente protagoniste della cronaca attuale. Quello che invece è impossibile condividere è la generalizzazione proposta da Jones in conclusione alla narrazione degli eventi dell’aprile 1967.

Durante l’esperimento, il professor Jones aveva 25 anni e i suoi studenti circa 15. Gli stessi studenti gestiscono ad oggi un sito internet interamente dedicato alla Terza Onda, dove affermano di non aver parlato di questi fatti fin da subito perché nessuno gliel’avrebbe chiesto e allora erano piuttosto impegnati. Ad oggi sono uomini e donne con le loro carriere e le loro famiglie, sparsi per il mondo come chiunque altro. Non sembrano esserci dati relativi a vissuti negativi in seguito all’esperimento. Ma qualcuno ha sempre negato di avervi preso parte.

“Terza Onda, un esperimento di Ron Jones” (“State of Mind – Il giornale delle Scienze Piscologiche”, 2 febbraio 2016)

Al pari di altri esperimenti di questo genere, quello del professor Jones non è solo è utile a spiegare certi fenomeni storici all’apparenza incomprensibili (pensiamo appunto all’ascesa di Hitler e dei suoi in un Paese avanzato e “colto” come la Germania) ma serve anche da monito per il presente e il futuro, fornendo gli “anticorpi” adatti a proteggersi dalle suggestioni di una certa propaganda e di una certa comunicazione pericolosissime per la democrazia. Questo vale più che mai in una fase come quella attuale, dominata da una contrapposizione bipolare (in buona parte indotta) che penalizza l’elaborazione consapevole per spianare la strada all’emotività intollerante e aggressiva.

Sappiamo a cosa può portare.

La “stangata” sulle manifestazioni e l’esultanza delle rane bollite

La stretta sulle manifestazioni appare come una misura politica più che una misura sanitaria, volendo considerare sia i numeri attuali (assolutamente confortanti) sia il fatto che giunge dopo una serie di proteste di piazza contro l’azione governativa (si parla non a caso soprattutto di “no-vax” e no-pass).

Da notare inoltre come l’obiezione secondo cui le manifestazioni danneggerebbero i commercianti (in questi 20 mesi il commercio è stato messo in ginocchio da restrizioni discutibili e spesso inutili) sia un “frame” tipico delle destre borghesi e reazionarie; l’ “andate a lavorare invece di manifestare”, per intenderci, usato per anni verso le pratiche pubbliche di dissenso attuate dalle sinistre.

E’ sempre d’obbligo la massima cautela quando si mette mano ai diritti fondamentali e la loro limitazione non andrà mai accolta con leggerezza, meno che mai con entusiasmo.

Euroscetici, no-vax e no-pass: il gioco grande della “semplificazione”

L’offensiva comunicativa e propagandistica che vediamo verso il dissenso rispetto alla linea ufficialista di approccio al Covid ha caratteristiche molto simili a quella usata negli ultimi anni contro il movimento d’opinione euroscettico.

Anche i contrari alla moneta unica e all’Unione Europea (come chiunque manifesti delle perplessità a riguardo) sono infatti sempre stati accusati di “complottismo”, “populismo”*, fascismo, estremismo e ignoranza, delegittimati e demonizzati come fossero estranei al dibattitto democratico, quasi allo stesso consorzio civile. Questo, nonostante al loro interno non siano mancate e non manchino figure di elevato spessore culturale.

Senza dubbio la presenza di esaltati e facinorosi, nell’una come nell’altra comunità, non giova alla loro causa, ma resta innegabile il ricorso ad un repertorio tattico-straegico ben preciso e noto (“semplificazione”, “ripetizione”, “capro espiatorio”, “proiezione” o “analogia”, ecc) , per danneggiarle e isolarle.

*e di “sovranismo”. Non va tuttavia dimenticato che sovranismo e populismo non sono, di per sé , fenomeni negativi e deteriori

‘Nu jeans, ‘na maglietta…e una cravatta: l’impresa di Nino D’Angelo

Il caso Nino D’Angelo è un esempio emblematico di “reputation repair” (più ancora che di “reputation management”); da “macchietta” snobbata e derisa, molte volte ingiustamente, sia per il suo aspetto esteriore che per il suo modo di cantare e recitare, negli ultimi anni è infatti riuscito ad accreditarsi come un artista colto e raffinato, un “Maestro”, guadagnandosi una stima ed un riconoscimento pressoché unanimi e che vanno ben oltre il napoletano.

Un “impresa” resa possibile da una serie di scelte, sul piano professionale e su quello personale, forse senza precedenti nel mondo dello spettacolo italiano.

Nota: questa valutazione intende prescindere da ogni giudizio di merito sull’artista

Eteronomia e infodemia: il progetto per il robot idiota

Nel 1987, lo psicologo James Robert Flynn, docente di Scienze Politiche all’Università di Otago, in Nuova Zelanda, mise a confronto i risultati dei test sull’intelligenza effettuati su un campione di bambini nel 1947 e nel 1972 , osservando che nell’arco di 25 anni il QI era aumentato di ben 8 punti. Il professore arrivò alla conclusione che, almeno nelle nazioni sviluppate, il QI tendeva ad aumentare di generazione in generazione in una misura dai 5 ai 25 punti.

17 anni più tardi, nel 2004, l’Università di Oslo scoprì però che dal 1970 al 1993 questo trend era via via rallentato, per poi invertirsi: il QI diminuiva mediamente dello 0,25-0,50%.

Dall’ “Effetto Flynn” si era così passati all’ “Effetto Flynn rovesciato”.

Il fenomeno appena descritto è dovuto anche all’ “infodemia”, cioè al sovraccarico di informazioni e nozioni che rende difficoltosa la rielaborazione, la riflessione consapevole. Un’ abbuffata indotta tossica e intossicante, di cui stiamo avendo un esempio tristemente paradigmatico negli ultimi mesi. Dai media, ai social network, ai politici, alle “virostar”, sono sempre più i canali che vomitano notizie, spesso inesatte e in contrasto tra loro, contribuendo non solo alla confusione ma pure a un indebolimento delle capacità analitiche e di filtraggio.

Ma non solo. Un altro pericolo è che ciò porti anche a quella che la psicosociologia definisce “eteronomia” (dal Greco antico ἕτερος éteros “diverso, altro” e νόμος nómos “legge, governo”) , ovvero “la condizione per cui un soggetto (individuale o collettivo) agisce ricevendo fuori da se stesso la norma e la ragione della propria azione”*. Il bersaglio del bombardamento infodemico diviene cioè un automa, fiaccato nell’intelletto e nella volontà, che accetta obbediente gli input e gli indirizzi del mittente e del medium.

Se già un simile scenario appare inquietante quando creato dal marketing commerciale, ben si comprende quanto più grave potrebbe essere e diventare se realizzato da quello politico e sociale, al di là delle motivazioni di partenza.

*Enciclopedia Treccani Online e Dizionario di Filosofia

La propaganda dell’odio e l’ “altro” contagio

Secondo il medico e sociologo francese Gustave Le Bon (Nogent-le-Rotrou, 7 maggio 1841 – Marnes-la-Coquette, 13 dicembre 1931), l’uomo, una volta trovatosi all’interno di una “folla”, perde le sue caratteristiche consuete e le coordinate che lo legano al consorzio civile, per tornare ad uno stadio ancestrale (mai sopito del tutto), in cui la ratio viene sopraffatta dall’istintualità e dello slancio impulsivo.

E in questo momento, per Le Bon, che si ha una folla “psicologica” e “midollare”, guidata, cioè, dal sentimento.

La “folla” leboniana può essere vasta come composta da un numero ristretto di unità, eterogenea come omogenea, vive un’esperienza limitata e soverchiante ed ha elementi fissi e comuni quali l’eccitabilità, il rifiuto della “medietas” etica e comportamentale (ferocia estrema o estrema magnanimità), il coraggio, l’incoscienza, l’uniformità di azione (il colto reagirà come l’ignorante), la credulità e la capacità manipolativa.

Ma non solo. Proprio come in un’epidemia e in una pandemia, la “folla”, suggestionata, si uniforma ad un pensiero dominante, al quale anche l’individuo che maturi un dubbio non cercherà di resistere, nel timore di trovarsi isolato e ghettizzato. Siamo quindi in presenza di un altro aspetto individuato dallo studioso transalpino, ovvero il “contagio”.

Benché le scienze che studiano il comportamento, la comunicazione e la propaganda abbiano ridimensionato da tempo alcune delle intuizioni di Le Bon, il suo pensiero continua tuttavia a offrire spunti di interesse e chiavi di lettura esaustive. L’etologia dimostra non a caso come, all’interno di una mandria, il movimento improvviso di un animale si propagherà agli altri, mentre davanti a due rampe, noi, noi esseri umani, saremo propensi a imboccare quella più affollata.

Il propagandista sfrutterà questo aspetto delle “folle” usando tecniche precise e collaudate, si pensi allo slogan, incapsulate in format elementari ma di elevatissimo impatto emotivo e basate sulla stimolazione di emozioni forti quali ad esempio la rabbia, l’ansia o la paura. Magi a tal proposito osserva che: “Il contagio psichico svolge un’importante azione adattativa che consente di cogliere e rispondere in modo immediato a dei segnali di pericolo prodotti da un conspecifico, attraverso i quali guidare il proprio comportamento nell’ambiente . E’ un processo di condivisione pandemica in gran parte involontaria e attivato inconsapevolmente di fronte a determinati segnali: non essendoci la consapevolezza che l’emozione percepita derivi dall’emozione provata e manifestata dall’osservato, non vengono coinvolti i processi cognitivi. Il focus attentivo è orientato su di sé invece che sull’altro, come nel caso dell’empatia. Questo fenomeno adattativo umano può essere sfruttato dalle tecniche di controllo subdole, duttili, sottratte alla visibilità che sottomettono il soggetto senza che egli sia cosciente della propria sottomissione: il rapporto di dominio resta per lui nascoso e così si crede libero”.

Insieme a quelli già evidenziati, il fenomeno del “contagio”, con il suo corollario di input emozionali, è alla base della polarizzazione che sta segnando l’attuale fase storica, a sua volta (la polarizzazione) risultato della demonizzazione e dello screditamento continui e sistematici delle controparti, oltre i limiti accettabili del confronto democratico.

Diavoli e diabolè: la “macchina del fango” dall’antica Grecia ai giorni nostri

Nella Grecia classica, la parola “diabolè” indicava la calunnia, il pettegolezzo malevolo, per mettere in cattiva luce e delegittimare l’avversario. Un’operazione di “character assassinnation”, la “macchina del fango”, così diremo oggi, basata, di nuovo come oggi, sulla “semplificazione” e la “ripetizione” per arrivare alla “proiezione” o “analogia” (associare il bersaglio ad un’immagine negativa e respingente).

Al fine di riuscirce nell’intento, il propagandista/mittente si serviva e si serve spesso della paura e dell’ansia colletive, che stimola: “Oggi, per vivere, il potere neoliberale ha bisogno di incutere risentimento, rabbia, odio e, per conseguenza, seminare paura, mostrare che la maggioranza dei buoni non è del tutto al riparo dal pericolo: se tuti sono favrevoli, il terroe perde ragione d’essere. Laddove l’Autortà non dipsonga di un coro maggioritario, sfrutterà la paura e a rabbia che covano nella società per dirottarle, in modo accelerato, dalle vere cause del malessere verso bersagli più vulnerabili. Libererà le forze della mobilitazione popolare in modo autodistruttivo – contro i suoi stessi interessi – per danneggiarla il più possibile, per spingere a un’intelligenza depressa degli individui e delle collettività politiche: odio e attacchi reciproci, deterioramento delle relazioni sociali, restringimento in se stessi in una quarantena dello spirito, desolidarizzazione, impossibilità di reale dialogo e confronto, rabbia indiscriminata e generalizzata, mutua diffidenza, di cui la dimostrazione quotidiana evidente è la TV, il telegiornalismo di Stato, talk show e social network.” (G. Magi)

Una propaganda “agitativa”, come abbiamo visto, che può arrivare anche a sfaldare la coesione sociale seminando la divisione, dilatando il sospetto, mettendo i cittadini gli uni contro gli altri.

Case farmaceutiche: i nuovi “miti” di una sinistra che cambia

Come per anni ci ha ricordato anche la sinistra, le case farmaceutiche non sono enti benefici ma realtà imprenditoriali. E’ dunque il profitto, giustamente, il loro fine principale. Con tutto ciò che ne consegue. Se pensare il contrario è ingenuità, bollare come “complottista” chiunque lo faccia notare è malafede.

Siamo di nuovo alla demonizzazione e alla ridicolizzazione del dissenso (tecniche della “semplificazione” e della “proiezione” o “analogia”, inquadrate nella propaganda “agitativa”) e del pensiero libero e difforme, al tentativo di abolire e annullare, con la forza, ogni confronto razionale.

Facciamo attenzione.

Il bullismo della Gruber e la “trasposizione”: che cos’è e come disinnescarla

Gli sfottò (puerili e bulleschi) di Lilli Gruber a Mario Giordano rientrano nella “trasposizione”, tecnica comunicativa e propagandistica per delegittimare il bersaglio. Anche con il sarcasmo, deridendolo per le sue caratteristiche fisiche ed esteriori. Al di là dei modi in cui la “trasposizione” viene messa in funzione, un atteggiamento difensivista sarà sempre sbagliato, perché ci farà sembrare fragili e in difficoltà, perché non faremo altro che cristallizzare l’attenzione sulle accuse e sugli argomenti del mittente.

Al contrario, dovremmo rispondere con l’attacco, frontale e deciso. Dimettersi dopo un post “infelice” sui social è ad esempio una resa spesso eccessiva e frettolosa, evitabile servendosi di una strategia ad hoc.

A chi toccherà dopo i “no-vax”?

Da The Lancet (a proposito di “principio di autorità”): «Le persone vaccinate hanno un rischio minore di malattia grave, ma sono ancora una parte rilevante della pandemia. È quindi sbagliato e pericoloso parlare di una pandemia dei non vaccinati». Da qui l’invito a funzionari di alto livello e scienziati a «fermare la stigmatizzazione inappropriata delle persone non vaccinate, che comprendono i nostri pazienti, colleghi e altri concittadini, e a fare uno sforzo in più per unire la società».

Gli scettici sul vaccino (chi scrive è un vaccinato e sì-vax) sono solo l’ultimo di una lunghissima serie di bersagli che istituzioni e media hanno indicato alla popolazione (meridionali fuori-sede che rientravano, runner, passeggiatori solitari, giovani movidari, ecc, ecc) e ogni volta la maggioranza dei cittadini vi si è scagliata contro, per poi dimenticarsi di ogni bersaglio a quello successivo, dimostrando così una scarsissima capacità analitica ed un preoccupante grado di suggestionabilità.

L’avvelenamento dei pozzi è tuttavia un’arma a doppio taglio (non solo qualcosa di esecrabile sotto il profilo etico e morale), specialmente in una fase che presenta enormi criticità dal punto di vista economico-sociale. Presto o tardi, il “manovratore” potrebbe, insomma, venire disturbato.