Avatar di Sconosciuto

Informazioni su catreporter79

Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Il Covid e i nuovi eretici

Secondo questo giornale (neanche definibile “minore”, anzi) cercare una cura farmacologica al Covid, come tra l’altro stanno facendo anche le case che producono il vaccino contro il virus, sarebbe un atteggiamento “no-vax”. Una posizione che definire fanatica, superstiziosa e anti-scientifica sarebbe poco, a maggior ragione se pensiamo che si tratta di un organo di informazione. La polarizzazione dominante e imperante in questa fase storica, nella sua veste peggiore.

Nota: la malafede è dimostrata anche dalla scelta della foto a corredo del pezzo

Quegli strani “no-vax”

No-vax che vengono proiettati al centro delle cronache nazionali, qualsiasi cosa facciano o dicano, anche se sono persone anonime o quasi; no-vax che predicano la violenza, senza però esercitarla mai; no-vax che parlano di marce su Roma e assalti al parlamento, salvo cambiare bersaglio all’ultimo secondo; no-vax che predicano la violenza ma subito dopo la non-violenza; no-vax che non vengono mai arrestati, nonostante le ripetute denunce e la fedina penale sporca; no-vax che, nonostante multe e ammende salatissime, sembrano godere di un elevato tenore di vita o comunque di non risentire delle sanzioni pecuniarie ai loro danni; no-vax che sono sempre sopra le righe; no-vax con trascorsi nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine; no-vax che si fanno riprendere intubati e in uno stato pietoso, pur continuando a tenere il punto (esponendosi così al ridicolo).

Può darsi si tratti di soggetti borderline o semplicemente di “rivoluzionari da salotto” . O forse potrebbe esserci altro.

Mascherine rosa: perché sarebbe meglio evitare

Al di là dell’immancabile politically correct e del facile buonismo secondo cui la vera vergogna per chi indossa una divisa sarebbero vicende come quella di Cucchi e Aldrovandi*, è sbagliato e controproducente dare in dotazione mascherine rosa alle forze dell’ordine.

I colori sono infatti una forma ben precisa di comunicazione (e di propaganda), una delle più potenti ed efficaci, ed una tonalità del genere stride (e non perché è considerata “da donne”, o meglio non solo per quello) con il ruolo assegnato a carabinieri e poliziotti, a chi si occupa di sicurezza.

*vicende vergognose, ma che esulano dal contesto

Burioni, Open e le cinture di sicurezza: una precisazione sulla precisazione

Facebook ha deciso di intervenire nella questione del tweet di Roberto Burioni (risalente al 2018 e tornato virale negli ultimi giorni ) sulle vaccinazioni durante una fase epidemica, avvisando che le dichiarazioni del medico marchigiano sarebbero state riprese senza tener conto del contesto dell’epoca e dunque in un modo che potrebbe “fuorviare le persone”. Sempre Facebook fa sapere che la valutazione è stata compiuta da “fact-checker indipendenti di Open” , pertanto il social ha deciso di inserire un banner che metta in guardia gli utenti (“contesto mancante”).

Una questione complessa, su cui è necessario fare alcune valutazioni e precisazioni:

PREMESSA:

Chi stabilisce l’indpendenza e la terzietà di Open? (la biografia del suo fondatore suggerirebbe tutt’altro) In base a quali criteri? Si rischia, è bene fare attenzione, di entrare in un ambito delicatissimo, nella speculazione più ardua, in distinzioni tra “vero” e “reale”, per intenderci, forse troppo grandi sia per Burioni che per i giornalisti di Open. Ancora: in base a quali criteri Facebook ha stabilito che lo staff di Open ha i numeri per fare un autentico ed efficace fact-checking?

Detto questo, il giornale spiega che: “L’intervento di Roberto Burioni non sostiene affatto la teoria del «non si vaccina durante un’epidemia». Coloro che diffondono il tweet, mettendolo in dubbio, non tengono conto del contesto dell’epoca relativo a malattie conosciute per le quali abbiamo i vaccini. Nel contesto attuale, la “cintura di sicurezza” contro la Covid-19 è stata scoperta dopo l’esplodere dell’epidemia in Cina e della pandemia nel mondo, non utilizzarla equivale a tentare il suicidio.”

Veniamo allora a fare chiarezza su alcuni punti:

Se è vero che è preferibile vaccinare prima che un’epidemia/pandemia scoppi, che prevenire è sempre meglio che curare, è tuttavia sbagliato sostenere che “l’idea di utilizzare un vaccino quando c’è un’epidemia è tanto brillante quanto quella da allacciarsi le cinture di sicurezza quando si ha un incidente”. Molte epidemie sono state infatti bloccate sul nascere o quasi proprio da una tempestiva campagna vaccinale, sia che la malattia fosse ancora poco conosciuta (si pensi all’Asiatica), sia che fosse già abbondantemente nota (si pensi, tra i moltissimi esempi a riguardo, all’epiemia di vaiolo in Jugoslavia nel 1972 oppure a quella colera a Napoli nel 1973).

Una comunicazione dilettanesca ed opaca, quella di Burioni, il primo ad aver abbandonao il focus del confronto. Un caso di mis-informazione che rischia di gettare ombre sui vaccini mettendone in dubbio l’efficacia e di prestare il fianco a facilissimi fraintendimenti (come infatti è accaduto). Un errore perdonabile ad un “profano” ma non ad un professionista della scienza e della Medicina. Un errore che ribadisce l’esigenza, per certe figure, di affidarsi alla mediazione di esperti di pubbliche reazioni e comunicazione.

Desta infine qualche perplessità che un social rivendichi la pretesa di assumere un ruolo pedagogico e didascalico, attraverso il contributo di un giornale online, sentenziando e stabilendo d’impèrio ciò che è fuori contesto e sviante e ciò che non lo è.

Il caso Đoković e i danni (ancora) della polarizzazione

Definire “no-vax” Novak Đoković sarebbe semplicistico e fuorviante. Il campione serbo non si è infatti espresso contro i vaccini, in quanto tali, ma ha solo evidenziato delle riserve sulla vaccinazione obbligatoria anti-Covid. Né si può escludere che l’esenzione rilasciatagli fosse/sia scientificamente fondata o che tema reazioni avverse (ce ne sono state) capaci di pregiudicargli una carriera lanciata verso il record di Slam vinti.

Allo stesso modo sarebbe frettolosa e ingenua una certa esaltazione dell’Australia, che non lo ha respinto ma sta solo esaminando con accuratezza la sua documentazione, come avrebbe fatto qualsiasi altro Paese occidentale soprattutto dopo tanto clamore e dopo tante pressioni (esterne ed interne).

Non sono, insomma, solo i “complottisti” ed i “no-vax” a vedere le cose secondo il loro personale orientamento.

Green Pass e obbligo vaccinale: la lezione di Corbyn alla sinistra italiana

Al di là di qualsiasi altra valutazione, soggettiva e personale, su Jeremy Corbyn, sul GP e sull’obbligo vaccinale, l’ex leader laburista dà prova di un’autonomia di pensiero e di azione che in molte altre sinistre occidentali (compresa quella italiana, che lo ha celebrato come un’icona ) sembra mancare del tutto, ripiegate su un’ortodossia securitaria spesso più vicina alla superstizione (e/o a motivi di interesse) che alla scienza.

Si noti come alcuni medium mainstream lo abbiano già accusato (lui e chi ne condivide la linea) di connivenza con l’ultradestra e i no-vax, secondo un copione tipico della propaganda (propaganda “agitativa”, “proiezione” o “analogia”, delegittimare il bersaglio associandolo a cliché respingenti).

Cosa ci fa capire il pessimo tweet di Cartabellotta su Povia

Già segnalatosi in passato per qualche previsione troppo “temeraria”, Nino Cartabellotta non si rende solo protagonista di una grande caduta di stile e non dimostra solo una grave mancanza di etica deontologica (un medico che cyberbullizza un malato), ma fa, senza rendersene conto, il gioco degli stessi “no-vax. Il presidente della fondazione GIMBE suggerisce infatti implicitamente l’idea che il vaccino avrebbe evitato a Povia di contrarre il Covid, quando invece evita soprattutto le forme più severe della malattia (e il cantante sta bene, per fortuna). Puerili, infine, i tentativi di difendersi, tra vittimismo, accuse di novaxismo e squadrismo, per arrivare a sfiorare il grottesco con “il mio tweet riprendeva solo il teso originale di una canzone di Povia”.

I medici e gli scienziati pubblicamente più esposti (qualcuno li definisce, forse non a torto, “virostar”) e i loro sostenitori sembrano voler proseguire con irrazionale testardaggine in questo approccio comunicativo disastroso, dilettantesco e irresponsabile, il cui unico risultato è/sarà allontanare ancora di più gli scettici e danneggiare l’immagine, già precaria, della scienza e delle istituzioni.

Il Covid e la “guerra tra bande”: il ruolo dei media (e non solo)

Al terzo livello della sua famosa piramide dei bisogni, lo psicologo statunitense Abraham Maslow inseriva quello di appartenenza. Appartenere a qualosa, per non sentirsi soli, isolati, esclusi, vulnerabili. Un bisogno primario, dunque, fondamentale, potentissimo, da soddisfare ad ogni costo, anche mentendo a noi stessi (si pensi all’esperimento di Asch* e alla teoria della “pressione normativa”**).

E’ partendo da qui, anche da qui, che troveremo la chiave per comprendere, e forse provare a combattere, la polarizzazione, odiosa e dannosissima, che sta caratterizzando l’epoca del Covid. Un fenomeno amplificato e rafforzato dai media, vecchi e nuovi, in quanto capaci di sviluppare nelle persone un’attitudine alla deresponsabilizzazione, all’omologazione, alla semplificazione.

I cittadini si dividono così in fazioni contrapposte, no-vax, sì-vax no-Pass, sì-Pass, “aperturisti”, “chiusuristi”, filo-governativi, anti-governatvi, ecc (sono tuttavia quelle legate alla linea “ufficialista” a contare sull’appoggio e la collbaorazione degli organi di informazione principali), in una sorta di “guerra tra bande” che non lascia spazio al dialogo ma lo lascia, troppo spesso, a certe pulsioni belluine e beliciste che già Le Bon aveva capito fossero incoraggiate e stimolate dal senso di sicurezza garantito dal far parte di un “branco”, di una “folla”.

*Sappiamo che il nostro giudizio è corretto o giusto ma lo modifichiamo per adeguarci al pensiero e al comportamento del gruppo così da non esserne esclusi. Si distingue dall’ “influenza informativa”, che è un vero e proprio “lavaggio del cervello”, una distorsione del nostro giudizio che ci porta ad essere convinti che l’opinione del gruppo sia davvero quella corretta.

**”L’Esperimento di Asch è stato ideato dallo psicologo sociale polacco Solomon Asch nel 1956. Secondo la ricerca dello studioso l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente per modificare le proprie azioni e anche i giudizi e le percezioni visive di una persona. Nell’esperimento un soggetto è portato in una stanza insieme ad altre persone, attori che in precedenza avevano ricevuto istruzioni su come comportarsi. Asch mostra un’immagine con tre linee numerate e chiede ad ogni persona nella stanza di identificare la linea più lunga. Gli attori hanno risposto per primi, scegliendo di proposito la linea sbagliata, facendo un errore palese e ovvio. I risultati hanno mostrato che, in media, il 32% dei soggetti ha dato risposte chiaramente scorrette, dimostrando ancora una volta che le persone tendono a conformarsi al gruppo nonostante prove evidenti davanti ai loro occhi.” (fonte: Corriere della Sera)

(ri)dagli all’untore: la guerra civile fredda

A Fornacette, nel pisano, alcuni cittadini scambiano per “no-vax” scalmanati un gruppo di ragazzini che stanno facendo una festa e chiamano i Carabinieri (come se essere no-vax fosse un crimine). Una riproposizione della “caccia all’untore” vista nella primavera del 2020, un altro frutto maligno di quella propaganda “agitativa” “interna” che ha sfaldato la coesione sociale seminando il panico, incoraggiando la delazione, insinuando il sospetto, diffondendo l’odio. Gli stessi motivi alla base del comportamento deontologicamente orribile di una farmacista bergamasca, che rifiuta di fare i tamponi ai “no-vax” perché il padre sarebbe morto di Covid.

L’infodemia che rende “stupidi”: un dramma anche ai tempi del Covid

Nel 1987, lo psicologo James Robert Flynn, docente di Scienze Politiche all’Università di Otago, in Nuova Zelanda, mise a confronto i risultati dei test sull’intelligenza effettuati su un campione di bambini nel 1947 e nel 1972 , osservando che nell’arco di 25 anni il QI era aumentato di ben 8 punti. Il professore arrivò alla conclusione che, almeno nelle nazioni sviluppate, il QI tendeva ad aumentare di generazione in generazione in una misura dai 5 ai 25 punti.

17 anni più tardi, nel 2004, l’Università di Oslo scoprì però che dal 1970 al 1993 questo trend era via via rallentato, per poi invertirsi: il QI diminuiva mediamente dello 0,25-

0,50%.

Dall’ “Effetto Flynn” si era così passati all’ “Effetto Flynn rovesciato”

Il fenomeno appena descritto è dovuto anche all’ “infodemia”, cioè al sovraccarico di informazioni e nozioni che rende difficoltosa la rielaborazione, la riflessione consapevole. Un’ abbuffata indotta tossica e intossicante, di cui stiamo avendo un esempio tristemente paradigmatico negli ultimi mesi. Dai media, ai social network, ai politici, alle “virostar”, sono sempre più i canali che vomitano notizie, spesso inesatte e in contrasto tra loro, contribuendo non solo alla confusione ma anche a un indebolimento delle capacità analitiche e di filtraggio.