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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

La Russia e il falso mito del generale passato

Cosa ben nota, il movimento d’opinione filo-russo utilizza frequentemente il richiamo alle vittorie su Hitler e Napoleone come prova della capacità militare della Russia odierna.

Oltre a risultare omissiva, poiché vengono dimenticate e ignorate le moltissime sconfitte e difficoltà degli eserciti russi nel passato, anche contro avversari modesti (si pensi a Polonia e Finlandia*) e a basarsi su evidenti manomissioni storiche, intenzionali o non volute che siano (1: quella su Napoleone non fu propriamente una vittoria sul campo di battaglia 2: nel 1941-1945 la Russia era parte di uno Stato diverso e molto più vasto e potente, l’URSS, impegnato su un unico fronte a differenza degli avversari e che poté contare sul sostegno decisivo degli alleati occidentali), una simile scelta comunicativa è, soprattutto, irrazionale, dal momento in cui è imperniata sul mito di vicende troppo lontane dalla nostra, svoltesi in epoche troppo diverse dalla nostra.

Quest’ultimo punto rivela tutta la “romantica” e disperata distanza dalla realtà di una parte dei sostenitori del Kremlino e/o dei loro target, legati ad un’idea della Russia superata dai tempi e dagli eventi, ad un cliché di grande o super-potenza che non ha riscontri pratici e fattuali, come dimostrano, tra gli altri, i problemi in Ucraina, gli indicatori economico-sociali del Paese ed i rapporti con Pechino.

Nonostante le sue enormi potenzialità e l’innegabile crescita degli ultimi anni, l’odierna Federazione Russa è infatti una “regional power”, un Paese del Secondo Mondo che basa il proprio prestigio muscolare su un arsenale nucleare che non può usare e le cui reali condizioni destano più di una perplessità. Non capirlo, od ostinarsi a non volerlo capire, porta al disorientamento davanti agli smacchi contro l’esercito di Kyïv, a previsioni “a-là” Orsini destinate con inesorabile puntualità a fallire.

*gli agit-prop filo-russi ricorrono in questo caso alla tecnica (fallacia logica) del “Cherry Picking”

Laura Pausini, senza condanne sommarie

“Bella ciao” è una canzone (un canto popolare) politica perché negli anni post-bellici è andata identificando e simboleggiando l’anti-fascismo, che a sua volta è anche, se non primariamente, una visione politica opposta ed antitetica all’ideologia mussoliniana.

Se da un lato è vero che non dovrebbe essere ritenuta divisiva, a meno che non si coltivino nostalgismi anacronistici incompatibili con la democrazia moderna, è tuttavia innegabile che una certa sinistra abbia “appaltato” la Resistenza (per usare un’espressione di Simon Wiesenthal), se ne sia “appropriata”. Atteggiamento solo in parte giustificato dalla preponderanza dell’elemento socialista-comunista nel fenomeno partigiano.

Ciò ha contribuito a rendere un segmento del Paese (pure se e quando distante dal Ventennio e dai suoi estimatori) più “tiepido” rispetto al 25 Aprile ed al suo bagaglio di rituali e significati, a creare equivoci come quello in cui è caduta Laura Pausini, che di sicuro non è fascista o nazista.

Un “cul-de-sac” dalle conseguenze potenzialmente insidiose che non possiamo pensare di affrontare e contrastare con facili demagogie o reazioni d’istinto. Serve, invece, un approccio più lucido, maturo ed onesto alla lotta del 1943-1945, che fu dono, in misure e modi differenti, di tutti i democratici ed anti-fascisti italiani.

Elisabetta II e le occasioni mancate di un mito che non sarà più

Insieme alla straordinaria longevità del suo regno, la rigida e perfetta adesione al protocollo istituzionale ha contribuito in modo decisivo alla costruzione del mito elisabettiano, stagliandola come simbolo di stabilità, senso di responsabilità e certezza rispetto al caos non solo del mondo e di un Paese complesso ma anche della sua stessa famiglia.

Allo stesso tempo, però, proprio il non essere quasi mai andata oltre il sentiero del formalismo ufficiale le ha impedito di liberare una giusta empatia (limite imperdonabile in un mondo mediatizzato) e di assecondare, vivere e interpretare in maniera attiva quelle moltissime ed uniche istanze rivoluzionarie che hanno caratterizzato, in senso positivo, il Novecento post-bellico. Cosa che invece Diana faceva, a suo modo, e che forse avrebbe continuato a fare.

A differenza di una Vittoria, perfetta e ideale protagonista della sua epoca, Elisabetta è quindi stata spettatrice della propria, anche se da una postazione privilegiata e benché la valutazione possa sembrare oggi azzardata e “blasfema”,

Per questo, i posteri, che saranno liberi dalla suggestione contemporanea della “regina di tutti” (non lo fu mai), la ricorderanno soprattutto, se non essenzialmente, per gli oltre 70 anni sul trono e per le burrascose ed oscure vicende familiari.

Michail Gorbačëv e i vantaggi di una sconfitta: una chiave di lettura per il futuro?

Riconoscendo l’errore di aver invaso l’Afghanistan e ritirando le truppe, Michail Gorbačëv perse, sì, la guerra e la credibilità davanti al regime collaborazionista del PDPA , ma sull’altro piatto della bilancia ottenne vantaggi ben più importanti e pesanti.

Più nel dettaglio:

-risolse il problema dell’emorragia di uomini (oltre 1 milione), mezzi e denaro derivata dal conflitto (a tal proposito non andrà dimenticata la questione, spinosissima, del mancato o inefficace reinserimento dei reduci, spesso respinti dalla società)

-rilanciò la credibilità internazionale dell’URSS

-fece diminuire la diffidenza dei paesi vicini e del Terzo Mondo, ma più in generale della comunità mondiale, verso Mosca

Un passo non troppo difficile per l’uomo della perestrojka, se si considera che non era stato lui ad iniziare la guerra ma Leonid Brežnev.

Non è quindi irrazionale ipotizzare che un successore di Putin farà altrettanto con l’Ucraina, qualora il confronto militare con Kiev dovesse protrarsi a lungo, impantanando i russi come 40 anni fa.

Bo e Luke alla conquista dei Mari del Sud

Alla fine degli anni ’90 del secolo scorso il parlamento delle Isole di Yap, in Micronesia, mise il veto ai programmi tv statunitensi* trasmessi dalla vicina Guåhan (territorio non incorporato degli USA). Secondo i nazionalisti polinesiani, micronesiani e melanesiani, Washington usava ed usa infatti i suoi programmi televisivi ed il suo cinema, ma anche i suoi prodotti commerciali (i più scadenti, in modo che fossero e siano facilmente acquistabili), così da assimilare e “colonizzare” sul piano culturale gli indigeni.

In particolare i Peace Corps, la nota organizzazione di giovani volontari pensata da Hubert Humphrey e John Kennedy per realizzare programmi educativi e di sostegno nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, era ed è, secondo loro, un ariete di sfondamento per una contaminazione culturale filo-americana.

* soprattutto alla serie “Hazzard” (The Dukes of Hazzard), accusata di mitizzare i criminali e ridicolizzare le forze dell’ordine e le istituzioni pubbliche

Perché la Cina non sparerà (e non può sparare) nemmeno un colpo di cerbottana

A Taiwan-Formosa esiste, da sempre, una rappresentanza permanente degli Stati Uniti, sebbene “informale”, che ha anche lo scopo di dissuadere Pechino dal compiere azioni militari contro l’isola. La visita di Pelosi non è dunque qualcosa di unico ed eccezionale.

La sproporzione, soprattutto a livello di armamenti nucleari, tra la Cina e il blocco USA-NATO (circa 350 testate, per la maggior parte montate su vettori fissi installati a terra, contro circa 6285 testate, per la maggior parte montate su sottomarini, bombardieri strategici e vettori mobili*), è poi tale da rendere inconcepibile, per il regime di Xi Jinping, la sola idea di un confronto aperto con Washington e l’Occidente.

“Smargiassate” come quelle delle ultime ore, o le uscite grottesche di personaggi quali Ramzan Kadyrov (“tra 15 minuti vedremo chi è la grande potenza, gli USA o la Cina) e Yevgeny Popov della TV di Stato russa (“Pelosi vuole trasformare il pianeta in polvere. Non ha niente da perdere. Dopotutto ha 82 anni”) sono quindi da intendersi come mere mosse comunicative e propagandistiche, PsYOps (operazioni di pressione psicologica) per galvanizzare la propria opinione pubblica (propaganda “interna”) e spaventare l’opinione pubblica dei paesi avversari (propaganda “esterna”) così da destabilizzarne i governi.

Alla lunga il ricorso, vuoto, alla minaccia, può tuttavia indebolire, se non proprio ridicolizzare, questa risorsa tattico-strategico di persuasione, una delle punte di lancia nell’approccio di Mosca (soprattutto) e Pechino alla politica estera.

*storico alleato di Washington, Israele dispone invece di circa 90 atomiche e vanta uno degli eserciti più potenti del mondo

Civitanova Marche, le istituzioni “distratte” e quella spirale verso il basso

Le indagini sul caso di Civitanova Marche hanno, ad oggi, escluso il movente politico e razziale. Ex tossicodipendente, pregiudicato, già sottoposto a TSO e in cura al CIM, bipolare fino all’invalidità civile e sotto la tutela legale della madre, il Ferlazzo è infatti un individuo pericoloso, instabile e imprevedibile (lo si può dedurre pure analizzando il suo profilo Facebook), che nella stessa situazione avrebbe potuto aggredire anche un bianco*. Un soggetto “malato”, come forse lo era Alessia Pifferi, non adeguatamente seguito visto ciò che è accaduto.

Se da alcuni l’equazione “bianco-che-uccide-nero=bianco razzista” risponde ad un’astuta mossa propagandistica, e quindi è una semplificazione intenzionale, da altri muove da un primitivo schema figlio di quello stesso razzismo che generalizza di fronte ad un episodio criminale quando vede l’immigrato nella parte del colpevole.

Una spirale verso il basso, di cui è responsabile innanzitutto la prima categoria, quella che mette in atto una strumentalizzazione tattico-strategica per un voto in più.

*nel 2018 aveva aggredito una studentessa italiana in treno

Brando, il Bounty e gli anni ’60

Intellettuale complesso e idealista ancor prima che divo cinematografico, Marlon Brando voleva mostrare il destino degli ammutinati del “Bounty” nei drammatici anni che seguirono l’approdo a Pitcain e interpretare per questo non il vice-capitano Fletcher Christian ma l’ultimo dei marinai superstiti, ovvero John Adams*.

La MGM bocciò tuttavia la proposta, come non inserì nella versione definitiva del film un prologo ed un epilogo che avrebbero dovuto fare da perno al racconto di Adams nel 1814, 24 anni dopo l’ammutinamento (in realtà i superstiti vennero trovati nel 1808, da una baleniera statunitense).

La produzione non accettò nemmeno l’idea di Brando di girare una scena in cui Fletcher Christian meditava, davanti alle fiamme del “Bounty”, sulla violenza e la disumanità dei propri simili.

Quale sia stato il motivo di questi rifiuti (magari la paura di “appannare” il mito del “Bounty”), la vicenda e la pellicola avevano comunque gli ingredienti per colpire l’immaginario collettivo, in special modo negli anni ’60: un’idealista amico dei nativi americani come protagonista, l’appello al sesso libero e la ribellione contro il potere.

*marinaio del Middlesex arruolatosi con il nome di Alexander Smith. La capitale di Pitcairn prende oggi il suo nome (Adamstown). I quindici uomini (nove europei e sei polinesiani) si massacrarono tra loro, in modo orribile.

Il paradigma Korotich: perché in Russia niente è mai certo

Fervente comunista, il giornalista e scrittore sovietico (nato a Kiev) Vitaly Korotich divenne famoso anche per un libro, “Il volto dell’odio”, in cui illustrava la sua visione politica, caratterizzata da una forte intransigenza verso gli Stati Uniti che fu giudicata eccessiva persino da alcuni conservatori del del PCUS.

Negli anni della perestrojka si trasformò tuttavia in uno dei più fedeli collaboratori di Gorbačëv, sostenendone la linea dalle colonne della storica rivista “Ogoniok” (di cui era diventato direttore anche grazie al supporto dell’ “apparatchik” Aleksandr Nikolaevič Jakovlev ) con articoli di taglio smaccatamente anti-comunista, filo-americano e filo-capitalista.

Nel 1992 si trasferì negli USA, dove ha persino insegnato giornalismo (alla Boston University).

Una parabola comune, in Russia e nelle realtà non-democratiche, che ci dice molto su quel Paese suggerendoci prudenza nel dare per definitive, incrollabili e accettate certe dinamiche di potere e consenso.

Natalia Ginzburg e gli italiani

Natalia Ginzburg – Levi era una comunista (parlamentare del PCI), quindi anche per questo, o forse innanzitutto per questo, non apprezzava l’Italia e gli italiani, tracimando in banalizzazioni come quella che molti stanno riciclando sui social nelle ultime ore. Il disappunto verso un popolo che non premiava il suo partito e l’anti-italianismo come rifiuto di qualsiasi afflato identitario in nome di un’interpretazione arbitraria dell’internazionalismo marxiano e per effetto del tabù dell’esperienza fascista.