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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Ministro per la cooperazione internazionale

Detesto gli steccati e diffido dagli ultras del primato/­fattore biologico, sia esso rappresentato dall’elemento di genere che dal colore della pelle. Per questo motivo non mi unisco al coro esaltatorio, in modo aprioristico ed irragionevole, per la signora Kyenge ; ritengo, comunque, che la sua nomina rappresenti un segnale importante, un “point break” di cui una società come la nostra, ancora poco abituata alla multiculturalit­à, aveva ed ha bisogno. Buon lavoro e benvenuta, Dottoressa Kyenge

“Dagli alla kasta!”, sarà il grido dell’ingenuo…

Grillo avrebbe potuto, acconsentendo ad un governo di “scopo” con PD e SEL, mettere Berlusconi definitamente alla porta, obbligando gli alleati a varare un dispositivo sul conflitto di interessi e facendo rispettare (cavilli a parte) la normativa del 1956 sull’ineleggibilità. Lo propone, macchiavellisticamente, adesso, sapendo che il centro-sinistra, impegnato in un progetto di larghe intese con l'”avversario”, non potrà accettare. Un tempo, i miliardari tentavano di uccidere la noia con droghe e prostitute; adesso usano la politica.

25 Aprile, la libertà di essere asserviti

Con il 25 Aprile 1945, l l’Italia transitò da una dominazione feroce ed umiliante, quella nazi-fascista, ad un tipo diverso di dominazione, non feroce, “soltanto” umiliante: quella americana, statunitense. E’ vero, la nostra condizione mutò, mutò radicalmente: ottenemmo la democrazia, pur con i limiti e le storture che tutti conosciamo, il sistema repubblicano a suffragio universale ed una Costituzione tra le più avanzate del mondo occidentale, ma lo status di potenza perdente, “liberata”, per giunta, dall’ex avversario di Washington, ed il bisogno del loro ombrello difensivo, con il profilarsi del confronto con l’URSS post blocco di Berlino, sottrasse al nostro Paese la sovranità sostanziale, facendo dell’Italia una sorta di protettorato, non “de iure” ma “de facto”, senza potere decisionale se non previa ratifica del potente “alleato” d’oltreoceano. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, esattamente come la vittoria del 4 Novembre, quando una potenza straniera mantiene le proprie basi sul suolo di un altro stato, quando, sul suolo di quello stato, detiene centinaia di testate nucleari e quando, di quello stato, limita, azzoppa e condiziona la politica, interna come esterna, subordinandola ai propri interessi (in questo caso anche a quelli di Israele, vero “ghost director” dello Studio Ovale). Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando i soldati e i cittadini di uno stato possono permettersi di fare quello che vogliono in un altro stato, oltrepassando il perimetro della legalità, uscendone impuniti, arrogantemente certi dell’impunità. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando uno stato piazza sofisticati sistemi radio sul suolo di un altro stato, avvelenandone ed uccidendone i cittadini, nel silenzio vile e complice dei rappresentanti degli ammazzati. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando le istituzioni di uno stato non pagano i servizi che un altro stato garantisce loro, sul suo territorio. Certo, il CERMIS, le risse nei bar di Tirrenia con i locali sfasciati, il caso Knox, magari Chico Forti, forse il MUOS; a questo, chi avrà la cortesia di leggermi, penserà e potrà pensare. Si, anche, ma non solo. Troppo “facile”. Chi ricorda, ad esempio, il caso Stockholm-Andre­a Doria? O meglio, chi ne rammenta i retroscena? Provò, il governo italiano, ad ottenere giustizia nelle sedi della giurisprudenza internazionale,­ ma il suo potente “liberatore” intervenne ad insabbiare la cosa, tappandoci la bocca (come sulle le Foibe 10 anni prima), tappandola alle 46 vittime perite nel naufragio della turbonave italiana, speronata colpevolmente dal battello svedese. Eravamo in Piena Guerra Fredda, la prima, e gli USA non si potevano permettere tensioni tra due membri dell’asse occidentale. Fu così che con l’Andrea Doria colò a picco anche la nostra dignità di popolo. Ancora una volta. Nessuna “Dottrina Sinatra”, per l’Italia. Nessuna “Rivoluzione cantata”, come per le repubbliche baltiche. La nostra cortina di ferro è ancora lì, senza un grammo di ruggine, splendente di anacronismo e ben sorvegliata da Vopos che masticano chewing-gum, a ricordarci chi fummo e che cosa siamo adesso. No, mi dispiace. Non me la sento di festeggiare. So fare a meno di fanfare e retorica roboante di polvere ed ipocrisia. Festeggiate voi, festeggino altri. Oltreconfine, quella sarà vera liberazione. Io non festeggio.

“La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta” – Theodor Adorno

Onore alle armi

“D’ora in poi non avrete più un Richard Nixon da prendere a calci”. Questa la celebre frase rivolta da Nixon ai cronisti durante la conferenza stampa in cui annunciava il suo ritiro dalla vita politica, dopo la sconfitta nelle elezioni del 1962 per la carica di Governatore della California. Bene, d’ora in poi non avrete, non avremo, più un Bersani da prendere a calci. Il bisturi passi nelle mani di chi in poppa ha il vento dell’infallibil­ità.

Che però non si dia la colpa agli scogli.

Beppe Grillo, il “Vento divino” che salvò Silvio Berlusconi

Nel 1274 e nel 1281, la poderosa flotta mongola agli ordini di Kublai Khan tentò lo sbarco sulle coste giapponesi, così da invadere l’Impero del Sol levante, assoggettandolo­. In entrambe le occasioni, giunse ai nipponici dalla natura un aiuto tanto inaspettato quanto determinante: un tifone, il “kamikaze”, il “vento divino”, appunto. Beppe Grillo aveva la possibilità di creare con il centro-sinistra­ un governo di “scopo”, che desse al Paese quelle riforme (in buona parte giuste e condivisibili) che avevano fatto da propellente al suo successo elettorale. Avrebbe potuto sedersi a capotavola, negoziando dalla posizione di forza che la sua consistenza numerica gli assicurava, per cambiare le cose. Avrebbe, soprattutto, potuto eliminare Berlusconi in via definitiva dalla vita pubblica e politica nazionale, varando un dispositivo sul conflitto di interessi, impedendogli di far slittare i processi, facendo applicare la legge del 1956 sull’ineleggibi­lità. Invece, il comico genovese ha preferito adottare una strategia di attacco, prima contro il PD, scardinandolo (o cercando di scardinarlo) con il grimaldello Rodotà, e adesso contro il duo PD-PDL, costringendo il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte e quello di Via dell’Umiltà ad un responsabile (ma sicuramente impopolare) “menage a dois”, pretesto, strumento e volano ideale per la sua demagogica campagna “anticastista”.­ Nessuna riforma auspicata dall’elettorato­ pentastellato sarà varata, e Berlusconi continuerà, impunemente, a dettare legge in politica, a detenere il timone della nave Italia. Questo, “stricto sensu”, il risultato prodotto da Grillo, il “vento divino” che spazzò i giudici dall’orizzonte berlusconiano. Il comico ha così fornito la prova definitiva sulla sua reale natura: affetto da ipertrofia dell’ego, vede nella politica un mezzo di affermazione personale e di personale rivalsa, innanzitutto nei confronti del PD, cui non ha perdonato il “gran rifiuto” ai tempi delle primarie del 2009. Anni di “confino” alla corte dello yogurt Yomo dopo le battute sul Garofano, hanno inoltre reso esasperate la sua ambizione, la sua voglia di riscatto, la sua acrimonia revanscista. E a pagarne le spese siamo in 61 milioni. Anzi, sono. Au revoir, mon docue pays. Bonne chance.

Il 25 aprile si festeggia il passaggio da una colonizzazione all’altra

Mi è capitata sotto gli occhi, qui sui FB, una nota a firma di Gino Strada sulla presenza di ordigni nucleari statunitensi (circa 80) sul suolo italiano. Strada indicava, tra le altre cose, l’acquisto degli F-35 come imprescindibile, nei progetti americani e italiani, proprio perché subordinati al trasporto delle bombe atomiche. Quella indicata dal medico di Sesto San Giovanni, prende il nome di “Nuclear sharing” o “Condivisione nucleare”; l’Italia dispone, secondo questo protocollo, di armi nucleari statunitensi a “doppia chiave”, utilizzabili, quindi, solo con il nostro consenso. Ma anche con quello di Washington. Italiane ma non italiane, insomma. Il “Nuclear sharing” comprende anche la Germania, la Turchia e i Paesi Bassi. Al principio degli anni ’80 del secolo scorso, Italia e Francia avevano ipotizzato la creazione di una “Force de frappe” (forza di dissuasione nucleare) congiunta, così da dare vita ad un asse italo-francese in grado di controbilanciare il potere anglo-americano sul “fianco sud” (il Mediterraneo) e , più in generale, in Europa. Una simile strategia avrebbe riattivato quella linea di collaborazione tra Roma e Parigi, già abbozzata da Mussolini e Laval, e poi scelleratamente abbandonata con gli esiti che la storia ci ha consegnato. Il nostro Paese, però, all’ultimo istante si tirò indietro, così come anni prima si era tirato indietro dal progetto del sottomarino a propulsione nucleare “Marconi”. La deterrenza nucleare esclusiva avrebbe consentito all’Italia la riconquista della sovranità nazionale sugli americani e la realizzazione, come detto, di un’alleanza militare, economica, politica e culturale in funzione non solo anti-anglo americana, ma anche anti-tedesca. Purtroppo, prima ancora del giogo yaltiano e dell’infausto Trattato del 1947, pesarono fattori di natura storica e culturale; l’Italia non dispone di una cultura unitaria forte e condivisa, ed era allora (in parte anche adesso) dominata da due forze, cattolici e comunisti, che mai hanno avvertito il senso di patria, il campanello dell’interesse comune. I primi, i cattolici, perché Universalisti e ancora condizionati dallo “strappo” di Porta Pia. I secondi, i comunisti, perché internazionalisti. L’ipotesi di una deterrenza atomica e di un recupero identitario può far storcere i nasi più “spinoziani”, ma ricordiamocene quando sbraitiamo per casi come il CERMIS, Amanda Knox, Chico Forti, ecc. O quando i nostri governi vengono obbligati a mandare le truppe ad ogni latitudine per tutelare gli interessi della UNOCAL.

Pertini e Scalfaro,due presidenti.

Puntualmente, appena la lancetta dell’indignazio­ne popolare si avvicina alla mezzanotte, esplode in rete una Pertini-mania dai contorni offensivamente modaioli, con links e articoli evocanti il partigiano di San Giovanni di Stella, in una sorta di gigantesca Tavoletta Ouija in versione telematica. Non è mia intenzione contestare la caratura, immensa, dell’uomo, del politico e del cittadino, ma mi siano permesse alcune puntualizzazion­i, confinate nel perimetro della constatazione storica e dell’indagine storiografica: Pertini, eletto al 16esimo scrutinio anche con i voti del PSI craxiano di cui faceva parte, fu posto al Colle in un’epoca che in nulla, per complessità, pericolosità e drammaticità, può essere accostata al segmento che viviamo attualmente; stragi di Stato, intrighi internazionali,­ terrorismo rosso, nero, la seconda guerra di Mafia che insanguinava la Sicilia, i Corleonesi che, rompendo una tradizione consolidata da decenni, facevano strage impunita degli uomini delle istituzioni, intrecci tra cosche e politica paralizzanti il Paese dalla “Linea Gustav” in giù, corruzione tentacolare, appaltismo, giochi di palazzo, “balnearizzazio­ne” clientelar-oppo­rtunistica del governo nazionale, ecc. Eppure, Pertini, mai fece uso delle sue prerogative per imprimere una svolta rivoluzionaria in senso terapeutico al Paese. Mai “ruppe” l’argine contenitivo del suo ruolo per toccare lo “status quo”, per far si che qualcosa, fattualmente e non nella sola roboante retorica, mutasse. Erano i tempi del giogo-baricentr­o yaltiano, e forse anche questo pesava e doveva pesare. Differentemente­, Oscar Luigi Scalfaro, anch’ egli partigiano, padre della Repubblica e della Costituente, è stato l’unico inquilino di Piazza del Quirinale ad opporsi in modo forte ed aperto, prima e dopo il mandato, agli stupri della politica, della morale civile e dell’etica pubblica, perpetrati dall’arcoriano e dal suo famiglio, il micro-partito leghista (non a caso è il Presidente di gran lunga più odiato dal centro-destra).­ Il suo essere democristiano (il partito che ci ha dato e difeso la democrazia) e l’opera di demonizzazione messa in atto nei suoi confronti dalla rete mediatica berlusconiana, hanno però prevalso, consegnandoci un ritratto sbiadito di disapprovazione­ che fa torto ad un gigante della politica, italiana come europea. Lo accosterei a Zanardelli, Nitti e Orlando (Vittorio Emanuele Orlando).

La marcetta su Roma

Traffico romano in tilt. Che strano; ai tempi in cui Grillo esaltava Tony Blair, noi che andavamo a Genova o nelle piazze romane e fiorentine ad alzare la voce contro le acrobazie del turbocapitalism­o e le guerre della Unocal, venivamo bollati, anche da lui, come “terroristi”. Adesso che si vuole sfrattare un capo di Stato eletto secondo dettato costituzionale,­ si parla di “difesa della democrazia”. Alla salute, folla sfollata.

Sulle elezioni (libere) di Napolitano

Giorgio Napolitano non mi piace. Non mi piace perché vestiva la divisa dei GUF, mentre i suoi coetanei morivano sulle montagne o finivano a Bolzano, nelle mani sadiche e torturatrici dei Seiffert e degli Stain. Non mi piace perché era l’anello di congiunzione tra gli USA (la CIA?) ed il PCI. Non mi piace perché, dopo l’ elezione al Colle, è diventato la testa di ponte di Berlusconi, anche e probabilmente per affrancarsi dagli “spettri” di Budapest e di Botteghe Oscure, squallidamente evocati e branditi ad ogni timido “ma” opposto al centro-destra. Non mi piace altresì lo spettacolo, irresponsabile e dilettantesco, messo in scena dalla nostra classe politica (anche) in questo frangente, che lo ha visto riconfermato. Ma accetto la sua elezione, perché rientra nel perimetro della prassi democratica. La Costituzione Repubblicana, infatti, assegna al Parlamento (quindi ai rappresentati del popolo sovrano), il compito di eleggere il capo dello Stato, e il Parlamento ha scelto Napolitano, nuovamente ed a larghissima maggioranza. Assurdo parlare di “golpe” come bambini capricciosi, o ventilare scenari politicamente da “Day after” perché è stato bocciato un candidato, Rodotà, scelto e votato da una forza con appena il 4% dei voti (SEL) e da un’altra, il M5S, che ha deciso di sterzare verso il giurista (dopo averlo bollato come superpensionato­ castista) sulla scorta di una mini-consultazi­one tra 50 mila simpatizzanti, su un totale di 61 milioni di cittadini. Assurdo e scorretto da parte del M5S, inoltre, pretendere il supporto del PD a comando, dopo aver snobbato il partito di Bersani per ben due mesi, incatenando il Paese all’immobilità,­ tenendo nel congelatore le tante, lodevoli e condivisibili proposte che il programma di Grillo prevedeva e prevede. E’ mia opinione, torno a ripeterlo, che il leader pentastellato sia stato colto nell’impreparaz­ione più totale da un successo elettorale che non si attendeva. Privo di una progettualità gestionale definita, cerca adesso di assestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizion­e delle contraddizioni altrui, non facendo, quindi, ma disfacendo. Chi scrive era sul punto di votarlo, e sarebbe felice di ricredersi per la terza volta

Salvatore,eroe dimenticato.

Salvatore Cacciapuoti: operaio metallurgico che seppe organizzare la Resistenza nelle e dalle fabbriche, antifascista della prima ora, prigioniero politico, dirigente nazionale del PCI. Insonne, trascorreva le notti chino sui libri, per farsi quella cultura che non s era potuto permettere. L’uomo che volò in Cecoslovacchia,­ per disinnescare l’improduttiva violenza armata brigatista che allora trovava linfa, armi e addestramento (anche) sotto l’ombrello di Praga. Un eroe civile dimenticato, forse perché “troppo” figlio del suo tempo.