La lezione di Gorbačëv e la fiducia ritrovata: un passo indietro per farne due in avanti

Nel 1987, i socialdemocratici della Germania Ovest (SPD*) e i comunisti della Germania Est (SED**) elaborarono un documento comune in cui si riconosceva agli occidentali la capacità di superare pacificamente le ostilità con il blocco d’oltecortina.

Il passo, epocale, era una conseguenza diretta del nuovo approccio di Michail Gorbačëv alla politica estera.

Conscio del potenziale devastante degli arsenali termonucleari, il padre della perestrojka e della glasnost’ superava infatti la visione marxista-leninista*** del mondo capitalista come “nemico di classe”, aggressivo e pericoloso, riconoscendogli appunto la capacità di saper gestire in modo pacifico la contrapposizione bipolare. Al sospetto, al timore ed allo spionaggio, Gorbačëv cercò quindi un sistema di relazioni basato sulla fiducia e la cooperazione.

*Sozialdemokratische Partei Deutschlands

**Sozialistische Einheitspartei Deutschlands

***Vista l’impossiblità di esportare la rivoluzione, Lenin teorizzò una pragmatica “coesistenza pacifica” ma sempre come forma di lotta di classe, quindi basata sul confronto, seppur non apertamente violento, con il mondo occidentale e capitalista

Le scivolate atomiche di Gramellini

“Ieri al risveglio ho aperto il nostro sito e ho scoperto che avrei potuto non risvegliarmi mai più. Nella notte i russi avevano attaccato una centrale nucleare provocando un incendio. Mentre io, ignaro, navigavo tra i sogni, per due lunghe ore i soldati di Putin avevano impedito ai pompieri ucraini di spegnere le fiamme, cioè di salvare la vita anche a loro. Su cosa ne sarebbe stato di noi preferisco non approfondire, ma le dimensioni della centrale e il suo nome, Zaporizhzhia, con tutte quelle zeta da ultimo giorno dell’umanità, non autorizzano pensieri allegri. Ciò su cui invece vorrei portare l’attenzione è che questa settimana si è registrato uno scatto nel linguaggio: l’Indicibile è diventato dicibile.

Quando si rischiò l’incidente nucleare alla Baia dei Porci avevo pochi mesi di vita, per cui nei miei ricordi di bambino e poi di adulto la minaccia atomica non ha una consistenza reale: è uno spauracchio, un tabù. Si è sempre saputo che c’era, ma si faceva finta che non ci fosse, nell’intima e condivisa certezza che nessuno potesse non dico usare l’arma fine-di-mondo, ma anche solo evocarla. Come una pistola nascosta in un cassetto chiuso a chiave. Adesso qualcuno ha aperto il cassetto e ha messo la pistola sul tavolo. Non l’ha ancora impugnata. Però intanto ne parla e parlandone la fa lentamente penetrare nel novero delle cose possibili. Una delle opzioni sul tappeto, si dice in gergo. Solo che dopo la zeta non c’è più niente, neanche il tappeto.”

Così Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera qualche giorno fa.

Gramellini non sa (o forse non ricorda) che:

1) la minaccia nucleare e della Terza Guerra Mondiale, velata o esplicita, è un “topos” della comunicazione russa, e prima ancora sovietica, da quando Mosca si è dotata delle atomiche (1949 circa). Spesso tradisce debolezza, ma rientra nella prassi di un Paese abituato a politiche anti-democratiche e coercitive. E’ sempre a scopo persuasivo.

1b) la minaccia nucleare fu evocata più volte da Mosca, in modo molto più esplicito di quanto fatto da Vladimir Putin. Ad esempio in occasione della Crisi di Suez (1956), della Crisi sino-sovietica (1969) e della Guerra del Kosovo (1998-1999). Quella “pistola” è stata dunque già tirata fuori dal cassetto.

2) anche gli USA ai tempi dell’amministrazione Trump ipotizzarono l’uso di armi nucleari tattiche a bassa potenza, rivoluzionando in parte la loro dottrina nucleare

Inoltre:

-La centrale nucleare di Zaporižžja non è stata “bombardata”, almeno come lo stanno intendendo alcune fonti. Il blitz, che ha colpito solo un edificio amministrativo a centinaia di metri di distanza dai reattori, è servito ai russi per condizionare gli approvvigionamenti energetici del nemico (prassi strategica) e, forse, per evitare gesti sconsiderati di qualcuno se sconfitto e con le spalle al muro (secondo alcuni analisti occidentali le centrali nucleari ucraine sarebbero per questo più sicure in mano russa).

-Vladimir Putin non ha “messo in allerta” le forze nucleari russe ma ha semplicemente deciso una condizione di approntamento generale diversa dalla routinaria situazione di esercizio. Si tratta, anche in questo caso, di una strategia di pressione (PsyOps), in linea con la tradizione del Kremlino e con questa guerra “ibrida”

Gramellini non è un “uomo della strada” , bensì una firma molto nota e apprezzata. Da personaggi come lui, da “opinion maker” tanto influenti, sarebbe quindi lecito aspettarsi una maggiore professionalità, non in ultimo per le conseguenze che le loro parole possono avere sulle persone, sul pubblico.

Putin l’ “animale”?

Al di là delle opinioni personali su Vladimir Putin, un uomo delle istituzioni non può e non deve insultarlo con epiteti “da bar”, come ad esempio ha fatto Luigi Di Maio (ma non è stato l’unico).

Non solo si tratta di un modo di fare dilettantesco, ma rischia di compromettere canali di comunicazione che vanno preservati e coltivati (innanzitutto negli interessi di Kiev), oggi come domani.

La fermezza è altro.

La “sindrome da accerchiamento”: un problema non solo russo

La “sindrome da accerchiamento”* tra i motivi dell’operazione in Ucraina non è una prerogativa, un vulnus, della sola mentalità russa. Anche nel mondo occidentale, a ben vedere, è presente, e per certi versi più forte e diffusa.

Raccontarsi come perennemente in declino, guardare ad ogni avanzamento dei BRICS come ad un insopportabile e pericolosissimo smacco ed una certa sopravvalutazione della Russia (in realtà surclassata su quasi ogni aspetto), lo dimostrano, e le nostre politiche proiettive (anche oltre il diritto internazionale) ne sono una conseguenza diretta.

Lo stesso allargamento della NATO ad Est, a dispetto delle rassicurazioni fornite nel 1990 a Gorbačëv, rientra in questa “sindrome da accerchiamento” occidentale, sebbene in questo caso sia/fosse in parte giustificata dalla storia russa e dalla presenza di aggressivi revanscismi pure nella Russia eltsiniana.

*Accusata da Mosca da Ovest come da Est. Si tratta di un retaggio delle invasioni e degli attacchi portati dagli Svedesi, dai Cavalieri Teutonici e dai Lituani, prima, e dai Polacchi, dai Francesi e dai Tedeschi poi (ad Ovest) e dai Mongoli e dai Tartari, prima, e dai Cinesi poi (ad Est).

La teoria del missile scivoloso

Ad oggi non ha alcun sostegno concreto la teoria secondo cui Putin prenderà altri paesi dell’ex URSS, dopo aver sconfitto l’Ucraina. L’appartenenza di alcuni di essi alla NATO suggerirebbe il contrario, a meno che non si voglia fare affidamento ad un’altra teoria, forse ancor più semplicistica e azzardata, che lo vuole impazzito e in preda al delirio.

Come sempre è raccomandabile la massima prudenza, quando ci si approccia a tematiche così delicate. Dopo due anni di infodemia da Covid non abbiamo bisogno di un’ondata infodemica legata all’operazione in Ucraina.

https://it.wikipedia.org/wiki/Fallacia_della_brutta_china

Missili a testata social: il nervosismo di Putin

Come l’affissione qualche giorno fa dei cartelli con l’invito all’unità del Paese (“Non ci hanno lasciato nessuna possibilità di agire diversamente. Restiamo uniti”), anche la decisione di chiudere Facebook e Twitter (e di aumentare le pene per chi dissente) è un segnale di debolezza fortissimo. Il Kremlino si è accorto che non c’è stato lo sperato “rally’round the flag’ effect” , ma che al contrario si sta sviluppando un inedito movimento di protesta.

Come già detto, le difficoltà russe (politiche e militari) possono rappresentare un vantaggio, ma anche un pericolo. Per questo occorre agire presto e al meglio con la diplomazia in modo da favorire un “win win scenario”, ovvero una situazione in cui ciascuna delle parti salvi la faccia e ne esca bene.

Dieci italiani per un russo

La paura della “bomba” e i meccanismi di difesa del fronte putiniano

Nel film “Dieci italiani per un tedesco (Via Rasella)” del 1962 sul massacro delle Fosse Ardeatine, viene mostrato una personaggio, fascista e figlio di fascista, che una volta messo in carcere (si trovava tra i rastrellati) comincia a gridare agli altri che lui non è come loro, non è un comunista, uno “sporco ebreo”, per questo i tedeschi lo libereranno mentre i compagni di cella finiranno davanti al plotone di esecuzione o nei lager. Ad un certo punto afferra anche per un braccio un soldato di guardia e gli dice: “Camerata, io sono un fascista! Mio padre è un fascista!”. Quest’uomo aveva capito benissimo quale sarebbe stato il suo destino, ma così facendo cercava di illudersi di essere “speciale”, dalla parte dei carnefici, e che questa “amicizia”, questa diversità”, gli avrebbe salvato la vita.

Benché la Russia vanti anche delle incontestabili ragioni, nella disputa con l’Ucraina, l’operazione del 24 febbraio l’ha automaticamente messa dalla parte del torto. Molti putiniani d’Italia lo sanno, consciamente o inconsciamente, ma negandolo non difendono solo una posizione ideologica ma si illudono che la loro vicinanza a Putin li renda “diversi” dagli altri, immuni dalle conseguenze di un’escalation, protetti dalla tensione causata dalla crisi attuale. Sono come quel prigioniero e mettono in atto lo stesso meccanismo psicologico di autodifesa. A differenza sua non moriranno, però, per il semplice motivo che un ricorso alle atomiche è impossibile e fuori discussione.

Putin è davvero “pazzo”?

La “Teoria del Pazzo” (Madman Theory) fu una dottrina concepita da Richard M.Nixon in base alla quale gli USA, prima potenza termonucleare e convenzionale, avrebbero dovuto dare l’idea di potersi lasciare andare a gesti dalle conseguenze apocalittiche, imprevisti ed imprevedibili per e da una democrazia occidentale.

In buona sostanza, pur non sotto un pericolo diretto, Washington non escludeva l’ipotesi di un ricorso “preventivo” all’opzione nucleare contro i suoi nemici ed avversari.

Ideata per esercitare pressioni negoziali su Hà Nội ai tempi della guerra del Vietnam (l’utilizzo di ordigni nucleari “tattici” sembrò più volte sul tavolo), si pone come un’ integrazione ed una maturazione della teoria della dissuasione, rivolta in prevalenza contro quei soggetti ed Attori (statuali e non statuali) non controllabili o difficilmente controllabili.

Una forma di “propaganda”, quindi e all’atto pratico, che stavolta sembra aver fatto propria Vladimir Putin nella vicenda ucraina. Il ricorso alla minaccia nucleare (a dire il vero una costante nella storia sovietico-russa dal 1949 ad oggi) e l’affermazione secondo cui sarebbero “pronti a tutto” (appunto come le menti instabili e fragili) stanno non a caso inducendo molti a pensare che il leader del Kremlino sia un folle, un uomo fuori controllo e pertanto pericolosissimo e capace di qualsiasi cosa. E’ tuttavia assai improbabile che uno Stato complesso e articolato come quello russo, in gran parte erede di quello sovietico nei suoi meccanismi di funzionamento, consenta il comando ad un soggetto non più padrone di sé stesso. Un’idea più vicina alla suggestione che alla razionalità pragmatica.

Cosa c’è dietro la retorica apocalittica di Putin e perché non è una novità

“Il ruggito atomico di Elstin”; “Missili russi puntati sull’Europa”; così titolarono i principali quotidiani italiani, e non solo italiani, nei primi giorni della campagna NATO in Kosovo. Come sappiamo, al di là delle minacce non ci fu nessuna iniziativa frontale della Russia, sebbene non mancarono alcuni momenti di tensione (ad esempio l’incidente di Pristina e il dietrofront aereo del ministro degli Esteri russo Evgenij Primakov mentre era in viaggio diplomatico verso gli Stati Uniti).

Una certa retorica apocalitico-millenaristica non è nata con Putin (“conseguenze mai viste per chi dovesse interferire in Ucraina”, “siamo pronti a tutto”, “conseguenze militari se Svezia e Finlandia entreranno nella NATO”, gli annunci sull’allerta nucleare*, ecc) ma è una costate di Mosca, anche dopo il 1992 e anche ai tempi di Medvedev. Una scelta comunicativa che di fatto tradisce debolezza ma che non può avere nessuno sbocco concreto e pratico (Putin sa di non poter attaccare un membro NATO, per questo ha mosso adesso la sua guerra ibrida a Kiev).

Sempre restando alla comunicazione e alla sfera politica, con la sua mossa Putin ha allontanato giocoforza anche quegli alleati esterni prima irriducibilmente dalla sua parte, ovvero certe destre fulminate sulla via di Mosca (pure grazie a lauti finanziamenti) dopo un settantennio di atlantismo e americanismo fanatico e quelle sinistre radicali ancora legate al mito sovietico che fino a ieri bollavano come “nazisti” e “fascisti” tutti i resistenti ucraini, sulla base di un must tipico delle scuole propagandistiche di impronta socialista. Un errore nell’errore, di nuovo.

L’URSS, è bene ricordarlo, non morì nel 1992, ma molto prima. Morì a Berlino Est, a Budapest e a Praga.

*L’arsenale nucleare russo è sempre in stato di allerta (come quello statunitense) e prevede tre chiavi di attivazione distinte e separate, una per il presidente, una per il ministro della Difesa e una per il capo di Stato maggiore. .A decidere non è solo il capo dello Stato

I russi, l’Occidente e i rischi delle sanzioni “ad personam”

Le restrizioni e i boicottaggi ai danni degli artisti, degli scienziati, degli sportivi russi e dei figli di loro milionari rientrano in una scelta d’ecezione* che è l’unica possibile per cercare di arginare l’espansinismo putiniano in Ucraina, tuttavia fanno emergere una serie di interrogativi importanti sia sul piano morale che su quello politico-strategico.

Nel primo caso vengono infatti colpiti singoli di fatto incolpevoli, spesso addirittura costretti ad una pubblica abiura come di fronte ad un tribunale della Santa Inquisizione, mentre nel secondo si rischia un autogoal a livello comunicativo e di immagine, che potrebbe rialzare le quotazioni di Putin e dare la stura ad un pericoloso “rally ‘round the flag’ effect” proprio adesso che il Kremlino è in difficoltà su ogni fronte e quindi vulnerabile.

*la questione del corso su Dostoevskij cancellato a Milano è invece ancora da chiarire