L’Italia si è abituata ed è stata abituata, da Giolitti in poi, ad una politica economica sempre più disinvolta e depauperante, orientata allo spreco, all’ assistenzialismo più parassitario e ad una cultura del non controllo che, de facto, tollerava se non incoraggiava l’evasione e l’elusione fiscale (il boom del secondo dopoguerra si deve anche all’allentamento delle maglie del fisco sull’imprenditoria). L’ingresso nell’Euro e la pressione di quella che comunemente viene definita “Europa” (in realtà è la Banca centrale europea), hanno imposto un brusco stop a tale approccio gestionale; essendo infatti l’Italia la terza economia continentale e l’ottava planetaria, il suo peso era ed è troppo vincolante perché l’organismo comunitario possa consentire a Roma il prosieguo di traiettorie rischiose per l’interesse collettivo. Di qui, l’imposizione della revisione dei conti pubblici e di una austerity risanante che è andata scontrarsi, prima di tutto, con una mentalità sedimentata ed incarnita in oltre un secolo di soggiorno in un paese dei balocchi che al posto di giostre e zucchero filato offriva baby pensioni, interessi altissimi sui titoli di Stato ed una PA pachidermica ed improduttiva. Ecco perché il popolo rigetta l’Euro e quella che identifica come “Europa” (aizzato in questa pericolosa deriva isolazionistica dall’irresponsabilità demagogica delle forze del laissez-faire più peculiarmente destro), ecco perché vede nella Cancelliera tedesca una “culona”; perché non siamo in grado di gestirci e farci gestire con senso di responsabilità ed oculatezza, educati ai pensieri corti dell’interesse del momento da una classe politica immatura. La moneta unica ed il suo braccio politico-economico sono l’unica e l’ultima possibilità che l’Italia (ed anche la Francia) ha per rimettersi in pari. Solo in questo modo potremo tornare a crescere. P.s: Sappiamo dove porta la strada di Weimar.
Archivio mensile:aprile 2013
The iron Lady
L’analisi dell’evento storico e/o dell’azione delle personalità ad esso coeve, contigue e satellitanti, non può prescindere dall’opera di contestualizzazione (e dal faro della terzietà scientifica). Disancorare la Thatcher dal suo alveo temporale per porla dinanzi ai codici morali ed alle prassi politico-economiche del presente post 1989-1991, sarebbe stupido, nonché inutile.
Se consideriamo lo scontro con l’Argentina, ad esempio,dobbiamo aver presente che questa invase un territorio politicamente britannico perché un dittatore sanguinario e fascista, Videla, voleva far salire le proprie quotazioni, al minimo date le pessime condizioni economiche in cui versava il Paese, giocando la carta dell’orgoglio nazionale. Si può discutere sulla questione Falkland-Malvinas finchè si vuole, ma l’invasione era e rimane contraria al diritto internazionale. Se l’Italia dichiarasse guerra alla Francia per riavere Mentone e la Corsica (storicamente ed etnicamente italiane) , io mi schiererei dalla parte di Parigi.
L’allergia alle primarie del Centro Destra
Personalmente non ravviso nell’istituto delle primarie un totem dinanzi al quale prostrarmi come feticcio salvifico della democrazia e del libero scambio intellettuale. Trovo siano, almeno nella loro fase presente, ancora acerba ed embrionale, una trasposizione delle vecchie dinamiche politico-clientelari dal palazzo (un tempo si diceva “segrete stanze”) al gazebo. E’ pur vero che nella veste verginale della formalità “de iure” e se applicate secondo il loro criterio ispiratore, costituiscono un anello di congiunzione essenziale tra il cittadino e la gestione della cosa pubblica, l’unico esempio fattibile e razionale di democrazia liquida e partecipata sull’impronta delle vecchie ἀγορά. Pertanto, non può che strapparmi un sorriso l’atteggiamento che di fronte a tale strumento mostrano e stanno mostrando le forze del centro-destra; l’avere un candidato imposto, un “Presidente Eterno” sul nazionale, impedisce loro di scegliere dalla base e con la base i candidati, con gli spiacevoli risultati che a livello periferico tutti possiamo osservare (spaccature, scissioni, frondismi, ecc). Di conseguenza, più per imbarazzo che per reale acquisizione ideologico-politica, scatta un dispositivo di difesa che si traduce quando nella richiesta, populistica, di versare al popolo i denari ricavati dalle consultazioni (se non si vuole il finanziamento pubblico ai partiti e nemmeno il contributo volontario, non restano che le rapine di autofinanziamento), quando nella fabbrica del sospetto sul destino dei “trombati” o sulla reale efficacia delle elezioni di coalizione. Il centro-destra, pur di non perdere il consenso che l’arcoriano, forte del suo potere mediatico.-economico può garantire nell’immediato, sacrifica il proprio futuro sull’altare del calcolo di bottega, deponendo i pensieri lunghi della progettualità politica firmando una cambiale che si tradurrà , una volta scaduta, in un brusco risveglio con i connotati dell’estinzione politica.
Kim Jong-Un e la legittimazione della Corea
Ecco perché la Corea del nord non rappresenta una minaccia
La strategia messa in campo negli ultimi giorni da Kim Jong-Un attraverso il poderoso ricorso alla retorica bellicosa si muove e si snoda, essenzialmente, sulla linea di tre direttrici:
-la ricerca di una legittimazione interna per la sua leadership giovane ed ancora instabile
-l’esigenza di accattivarsi la potente casta delle forze armate
-il bisogno, assoluto ed imprescindibile, di contrattare aiuti per un’economia stremata che allo stato attuale ruota intorno allo spaccio su larga scala di sostanze stupefacenti (i pusher in molti casi sono addirittura gli stessi diplomatici).
In questo, il giovane Kim ricorda Boris Yeltsin, costretto a mostrare muscoli che era ben lungi dal possedere (e l’Occidente lo sapeva, tanto da permettersi di affondare il Kursk ed attaccare la Serbia) per legittimarsi di fronte ad un popolo sfiduciato, ad un esercito frustrato dai tagli ed ottenere le iniezioni economiche di cui le casse russe, devastate da 75 anni di comunismo, necessitavano come di ossigeno. Non dobbiamo però dimenticare che la Corea del Nord, pur essendo “soltanto” uno “junior nuclear State” (dispone di 8 ordigni di potenza inferiore a quelli sganciati sul Giappone imperiale), contrariamente alla Russia di “Corvo Bianco” è un Paese del tutto cristallizzato (e cristallizzante), impermeabile, anomalo e capitanato da un soggetto il cui reale equilibrio umano e politico deve ancora essere testato. Per questo, nonostante i “secret agreement” allo studio e al vaglio delle diplomazie, la crisi non va presa sottogamba.
Intanto, negli Stati Uniti si moltiplicano le teorie su come affrontare il problema. Chi chiede che le minacce della Corea del Nord vengano ignorate, come l’esperto di politica estera Doug Bandow. Bandow ritiene, infatti, che rispondere alle provocazioni equivarrebbe a conferire credibilità e legittimazione al regime di Pyongyang, in realtà molto debole e fragile, anche dal punto di vista militare. E’ invece opinione dell’esperto della Corea del Nord Gordon Chang che gli USA debbano rispondere in modo energico, sia per via diplomatica che militarmente, per evitare che l’immagine americana ne risulti indebolita e che il giovane e sprovveduto Kim possa abituarsi ad un Occidente troppo permissivista e, quindi, incapace di fronteggiare le sue velleità. Han Park, docente ed ex mediatore tra gli USA e Pyongyang, invita a trattare, in modo da dare a Kim quello che sta cercando, ovvero una legittimazione interna. Questo strada porrebbe fine, secondo Park, al clima di tensione che sta infiammando la penisola. Comunque, il fatto che non un soldato di Pyongyang o un’arma siano stati mobilitati o mossi al confine, dimostra quanto l’azione nordcoreana sia soltanto mero sfoggio di retorica e propaganda muscolare. E intanto, Russia e Cina stanno abbandonando lo scomodo e debole amico.
Tucidide e il giornalismo
Tucidide viene unanimamente riconosciuto come il padre della storiografia moderna intesa come ricerca ed analisi secondo criterio scientifico, e a ben vedere lo è, molto più di Erodoto, la cui narrazione risulta inquinata e indebolita da un eccessivo ricorso ad elementi di natura mitologica, mistica ed escatologica. L’ateniese però non è soltanto il padre della storiografia, ma anche del giornalismo moderno; seguendo in prima persona la Guerra del Peloponneso, infatti, il nostro riuscì a consegnarci una ricostruzione “live” del conflitto, sincronica e non diacronica (l’elemento di confine tra giornalismo e ricerca storica). Possiamo quindi considerarlo come un inviato “ante litteram”. E’ grazie a lui che abbiamo la possibilità di sapere ciò che avvenne ai tempi del contenzioso armato tra Sparta ed Atene, ed è grazie agli inviati di guerra, quando non siano ” emebedded ” o prigionieri dei catenacci della “Sidle Commision”, che la democrazia e la storiografia possono nutrirsi di elementi e informazioni, costruendo il loro edificio. E’ grazie a loro che il cittadino sa cosa sta facendo il governo cui ha dato il voto, come sta impiegando il denaro dei suoi contribuiti e ste sta oltrepassando il perimetro della legalità. Accade però molto di frequente che mentre i militari, i Marò in quest’ultima frazione temporale, siano presentati come eroi al servizio del popolo (e non di interessi economici particolari e/o di “poteri altri”), gli inviati di guerra, come ad esempio Giuliana Sgrena o Enzo Baldoni, vengano bollati dal qualunquismo più odiosamente individualista e benaltrista come ostacoli, come escrescenze e vesciche del sistema, inutili e per questo motivo da estirpare. Si invoca il loro abbandono quando vengono catturati, ci si indigna quando viene pagato un riscatto per la loro liberazione e viceversa si gioisce quando vengono trucidati, dimenticando che è grazie a quegli elementi, indipendentemente dal colore politico di appartenenza, che noi e le generazioni a venire avremo la possibilità di sapere, di conoscere, di nutrire la nostra capacità critica e, soprattutto, è grazie a loro che possiamo disporre di un mezzo per difenderci dal potere, perché qui sta la linea di demarcazione tra società aperta e tirannia, tra libertà e sopraffazione.
Quagliariello, saggio su Eluana.
Ha destato estrema perplessità (quando non vera e propria ilarità) l’inclusione del Senatore Gaetano Quagliariello nel gruppo di “saggi” nominati dal Capo dello Stato per creare una testa di ponte tra le forze politiche, arroccate su posizioni che, de facto, si stanno traducendo nell’empasse istituzionale più pericolosa. Tra i “capi d’accusa” contestati a Quagliariello spicca, in particolare, una frase, pronunciata in merito al caso Englaro: “Eluana non è morta, è stata ammazzata”. Chi scrive è convinto e indefesso assertore del diritto alla “dolce morte”; allo spirito libero ed alla coscienza liberale, infatti, non può che apparire intollerabile il fatto che lo Stato si spinga a valicare la porta dell’intimità più profonda dell’individuo, imponendo all’individuo una sofferenza psicofisica che solo l’individuo sperimenta, subisce e conosce e sulla quale solo l’individuo ha diritto di arbitrio. Il diritto di arbitrio. Quando esplose il caso Englaro, mi trovai ferocemente dalla parte del padre della ragazza, convinto, come tutti noi che accompagnavamo il signor Giuseppe nella sua iniziativa, che in gioco vi fosse, prima di tutto, la libertà delle istituzioni laiche dal gioco clericale. Forse era così, forse è così, ma ci dimenticammo di una vita, quella di Eluana, sacrifciandola sull’altare di una battaglia che tanto, troppo, aveva di politico. Eluana era in stato di morte cerebrale e non poteva per questo disporre di quel libero arbitrio che fa dell’uomo un animale senziente. Non era indipendente, non poteva decidere, e né lo Stato, né il Vaticano, né la Magistratura né noi avremmo potuto osare decidere per lei, valicando quella porta, gettandola nel baratro. E’ vero, il signor Englaro sosteneva che la figlia prima dell’incidente avesse più volte espresso il desiderio di venire eutanasizzata, qualora si fosse trovata in stato vegetativo, ma le prove cui la vita ci sottopone spesso riescono a mutare e limare anche le posizioni più solide e radicali, senza contare le opzioni potenzialmente salvifiche che il futuro potrà consegnare alla scienza medica. A questo proposito, mi piace ricordare il capolavoro di Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte”, il cui protagonista, un detenuto in attesa di giudizio, si dimostra inorridito dinanzi all’ipotesi dell’ergastolo, salvo invocarlo con disperazione quando apprende di essere stato condannato alla pena capitale.
“L’una e un quarto. Ecco che cosa provo in questo momento: Un violento dolore alla testa. Freddo alle reni, la fronte bruciante. Ogni volta che m’alzo o mi piego, è come se nella testa si agitasse un liquido che manda il cervello a sbattere contro le pareti del cranio. Ho degli scatti convulsi, e come in preda a una scossa elettrica la penna di tanto in tanto mi cade dalla mano.
Gli occhi mi bruciano come fossi in mezzo al fumo. I gomiti mi dolgono. Ancora due ore e quarantacinque minuti, e sarò guarito.”
“Le galere mi vanno bene. Cinque anni di galere e che tutto finisca! Oppure venti anni, oppure l’ergastolo, con il ferro rosso! Ma la grazia della vita”
Il prigioniero di Hugo cambiò opinione, al cospetto della morte. E forse l’avrebbe cambiata anche Eluana. Per questo, l’ho cambiata anche io. Si, Eluana è stata uccisa, perché spogliata del suo arbitrio due volte, prima dalla natura e dopo dagli uomini. Su questo, Quagliarello, pur in tutto l’opportunismo clericale del suo circuito politico, ha avuto ragione. In questa occasione, è stato un saggio. Più di me.
Leopoldo II di Toscana: la nostra tradizione per Miguel Angel Torres
L’Articolo 27 della Costituzione repubblicana ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. Il precedente di Pietro Venezia ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. La nostra tradizione in difesa dei diritti umani, da Leopoldo II ad oggi, ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. Il nostro orgoglio di civiltà pentamillenaria ci vite la consegna di Miguel Angel Torres ai macellai del Cermis. Coraggio, Miguel
Le strategie di Kim Jong-Un e il fantasma di Boris Yeltsin
La strategia messa in campo negli ultimi giorni da Kim Jong-Un attraverso il poderoso ricorso alla retorica bellicosa si muove e si snoda, essenzialmente, sulla linea di tre direttrici:
-la ricerca di una legittimazione interna per la sua leadereship giovane ed ancora instabile;
-l’esigenza di accattivarsi la potente casta delle forze armate,
-il bisogno, assoluto ed imprescindibile, di contrattare aiuti per un’economia stremata che allo stato attuale ruota intorno allo spaccio su larga scala di sostanze stupefacenti (i pusher in molti casi sono addirittura gli stessi diplomatici).
In questo, il giovane Kim ricorda Boris Yeltsin, costretto a mostrare muscoli che era ben lungi dal possedere (e l’Occidente lo sapeva, tanto da permettersi di affondargli il Kursk ed attaccare la Serbia) per legittimarsi di fronte ad un popolo sfiduciato, ad un esercito frustrato dai tagli ed ottenere le iniezioni economiche di cui le casse russe, devastate da 75 anni di comunismo, necessitavano come di ossigeno. Non dobbiamo però dimenticare che la Corea del Nord, pur essendo “soltanto” uno “junior nuclear State” (dispone di 8 ordigni di potenza inferiore a quelli sganciati sul Giappone imperiale), contrariamente alla Russia di “Corvo Bianco” è un Paese del tutto cristallizzato (e cristallizzante), impermeabile e capitanato da un soggetto il cui reale equilibrio umano e politico deve ancora essere testato. Per questo, nonostante i “secret agreement” allo studio e al vaglio delle diplomazie, la crisi non va presa sottogamba.
Differenza e difference
La differenza tra lo storico e lo scienziato politico sta nel fatto che il primo, a differenza del secondo, non fa un ricorso grottescamente “ad nauseam” alle terminologie inglesi. La legittimazione del proprio lavoro non passa attraverso l’esibizione di ramaioli pieni di nulla gettati nel pozzo di un dizionario straniero. Tra l’altro, cosi’ ogni testo risulta farraginoso e poco chiaro. Sono pennellate di dilettantismo ornato di cipria e merletti