“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” – Oscar Wilde.

Ai tempi della seconda guerra in Iraq nel 2003, un sondaggio dimostrò come l’86% degli statunitensi che credevano alle informazioni (poi rivelatesi distorte e manipolate) sul regime di Saddam Hussein fosse collocato tra coloro i quali erano comunque favorevoli al conflitto e all’amministrazione Bush. C’era quindi un legame tra queste “misperceptions” (nel gergo della comunicazione “false percezioni”) e l’ideologia-convincimento di base dei cittadini che le accoglievano come veritiere. In poche parole, la propaganda mediatica attecchisce più facilmente se i suoi argomenti sono, in qualche modo, collocati e collocabili sulla stessa traiettoria d’intendimento del bersaglio del messaggio.

Da diversi anni circola in rete e su alcune piattaforme mediatiche una presunta “Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani” datata 1919, nella quale i nostri connazionali sbarcati ad Ellis Island venivano bollati e descritti, tra le altre cose, come di piccola statura e di pelle scura, puzzolenti, dediti all’accattonaggio ed al crimine. Si tratta, però, di un rapporto la cui veridicità non solo non è stata mai provata e dimostrata, sebbene riportata anche da organi come RAINEWS24, ma che viene messa a dura prova da alcuni indizi quali, ad esempio, il linguaggio utilizzato nel rapporto (più simile a quello di un comunicato politico che non ad una relazione governativa) e da alcune discrepanze storiche, come l’utilizzo da parte dei migranti italiani dell’alluminio per costruire le loro abitazioni, materiale in realtà a quel tempo molto costoso e pregiato. E’ e resta comunque innegabile la durezza del trattamento riservato ai nostri connazionali (come alle altre comunità immigrate), per cui nel caso di specie non si potrà parlare di propaganda “nera” (ossia totalmente falsa) ma di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Scopo di coloro i quali hanno imbastito la (presunta) mistificazione è quello, senza dubbio benefico, di sensibilizzare l’opinione pubblica su una tematica molto delicata attraverso il canale, emotivamente forte, dell’immedesimazione, data la storia recente di disagio economico e sociale che spingeva molti italiani a lasciare la loro terra in cerca di fortuna, e infatti la nota trova larga diffusione ogni volta in cui, purtroppo, si ripetono tragedie come quella lampedusana. E però significativo notare come le strategie della persuasione riescano sempre e comunque a giungere a bersaglio, indipendentemente dal segmento che si desideri cooptare. Non c’è o non sembra dunque esserci differenza tra la vecchina eterodiretta dagli apparati mediatici berlusconiani (e per questo sovente oggetto di scherno ed aristocratico biasimo) e l’intellettuale, apparentemente meglio attrezzato, magari “liberal” e munito di un titolo accademico, che condivide certe informazioni disancorate dal reale senza la tutela del vaglio e della verifica.

Concludo con una piccola digressione storica: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Creel puntò molto sulla collaborazione con la stampa e sull’azione dei cosiddetti “Four Minute Man” (termine che traeva ispirazione dai famosi “Minuteman”, la milizia che ai tempi della guerra d’indipendenza dagli Inglesi era in grado di intervenire entro 1 minuto). Scopo dei “Four Minute Man”, un corpo di ben 75 mila uomini, era quello di intrattenere i cittadini in luoghi ad alta concentrazione di pubblico come i cinema, i teatri e gli stadi con orazioni patriottiche incisive ma brevi, appunto di 4 minuti. Inoltre, vennero coinvolte le star all’epoca più popolari come Douglas Fairbank e Mary Pickford e i circoli e l’associazionismo, dai clubs femminili ai boy scout, con l’incarico di estendere e diffondere il messaggio interventista e patriottico di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città. In breve, sugli USA iniziò a soffiare un vento antitedesco che rese possibile non solo l’entrata in guerra ma anche l’accettazione di provvedimenti pesantemente e platealmente illiberali ed anticostituzionali come il “Sedition Act” del 1918, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Sconvolto da questa torsione collettiva che dimostrava, de facto, l’asservimento dell’opinione pubblica di una democrazia alle opzioni della propaganda, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

Dal Vajont a Via Sturzo, a Via XX Settembre.

Nell’anniversario della tragedia del Vajont mi piace ricordare, insieme alle vittime, anche la bellunese Tina Merlin, una delle poche, pochissime figure che all’epoca si trovarono impegnate nella lotta a quello scellerato progetto che costò la vita a 1918 innocenti. Partigiana, attivista politica e giornalista de L’Unità, la Merlin lottò a colpi di inchieste e reportage, documentati con scrupolo e rigore scientifico come vuole il “Precision Journalism ” caro ai muckrackers e a Walter Lippman, contro la Enel-Sade e la sua cricca ci tecnici corrotti e incompetenti. Era donna, la Merlin, e questo non l’aiutava. Era anche di sinistra, e anche questo non l’aiutava; ma non si fece intimorire, nemmeno quando fu portata davanti al giudice per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, in una causa che non solo vinse ma nella quale il tribunale evidenziò e segnalò i rischi connessi alla realizzazione di quella diga voluta dall’iniquo Volpi di Misurata. “Non volete la diga? Ditelo quando non avrete la luce. Ditelo quando saranno mandati a casa gli operai addetti alla costruzione”. Questi, in linea di massima, erano gli argomenti utilizzati per screditarla, gli stessi, diversi soltanto nella forma, che adesso vengono branditi contro i No TAV e i loro sostenitori.

L’accusa di arretratezza culturale e di luddismo sociale è una tattica utilizzata con frequenza dai propagandisti ingaggiati a sostegno delle aziende e dei politici che sponsorizzano progetti di questo genere. Lo scopo è quello di associare gli ambientalisti ad immagini impopolari, screditando, di conseguenza, il loro impianto argomentativo e costringendoli al ripiegamento su posizioni difensive e non più di attacco. Non ascoltate quello che vi dice la tv.

“Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa” – Tina Merlin.

Ps. Sui luoghi devastati dal terremoto, l’arcoriano inventò un aneddoto con protagonista, ancora una volta, il padre, che gli raccomandava il perdono e non la “vendetta” della giustizia (in quel caso il consiglio andava applicato ai lestofanti che avevano costruito gli edifici non a norma). Ecco, pregiudicato, che cosa hanno fatto coloro i quali chiedevi di perdonare. http://www.youtube.com/watch?v=lE2ddNf5DrU

I nuovi tempi della comunicazione

“Cialente(primo cittadino de L’Aquila ndr) apre la crisi su Facebook”, titola una testata on line aquilana. Giornalismo e politica stanno circadianamente mutando, per mezzo ed effetto della rete. La rivoluzione è della stessa portata di quella impressa, nel XIX secolo, dall’invenzione del telegrafo, dalla “penny press”,dai virtuosismi grafici di Joseph Pulizer e dal rigorismo scientifico di Walter Lippman. Nuove traiettorie comunicative irrompono nella grammatica e nella prassi mediatica, spaesando, sicuramente, chi è ancorato al consueto, ma tracciando nuovi orizzonti per l’interscambio cognitivo e culturale e, soprattutto, confezionando un nuovo abito per chi è chiamato a gestire la res publica.

Pensiamo ai “tweet” del nuovo presidente iraniano. Avremmo mai potuto immaginarlo, ai tempi di Khomeini?