La difficile indipendenza e il falso mito dell’effetto domino

catalunya-espanya1

“Se non ti riconosce nessuno, le indipendenze sono un disastro”; così Artur Mas i Gavarró, presidente della Generalitat de Catalunya dal 2010 al 2016.

Strenuo sostenitore della causa indipendentista, l’ex numero 1 della politica catalana aveva tuttavia compreso come il riconoscimento internazionale, prima e più ancora dell’essere o del sentirsi nazione, sia l’unico ed il solo passaporto verso l’indipendenza. In caso contrario si è infatti nulla più di entità politicamente velleitarie e giuridicamente vuote, come il Principato di Seborga o l’Isola delle Rose.

Restando alla vicenda catalana, un distacco traumatico ed arbitrario dalla Spagna renderebbe di fatto impossibile il riconoscimento da parte della comunità internazionale, sia per l’influenza di Madrid che per il timore di alimentare i separatismi attivi in quasi tutti i paesi. Altrettanto impossibile l’ingresso di una Barcellona indipendente nella UE (il secessionismo catalano è di orientamento europeista), in quanto la procedura prevede un’unanimità che la Spagna non renderebbe possibile.

E’, quello descritto, uno scenario sovrapponibile anche ad altri contesti, come ad esempio quello italiano, anche se, è bene ricordarlo, i secessionismi nostrani siano molto meno solidi e credibili di quelli iberici. Il timore dell’effetto domino è quindi l’elemento che rende improbabile l’effetto domino stesso, oltre al peso e all’influenza di stati come Spagna o Italia.

Calamità: Luca Zaia e quella pecunia romana che, a volte, non puzza.

renzi zaia catreporter79Come spesso accade, il Veneto si è trovato esposto alla furia degli elementi, con ingenti danni al suo territorio. E, come sempre accade in simili circostanze, la Regione ha invocato, giustamente, lo stato di calamità ed il sostegno del governo centrale, quello di Roma.

Ci auguriamo che l’ “indipendentista” Zaia e il movimento d’opinione che condivide simili istanze facciano tesoro, per onestà intellettuale e raziocinio politico, di esperienze come questa, ringraziando chi, da Lampedusa a Predoi passando per la Campania, contribuisce e contribuirà ad aiutare i veneti a rialzarsi.

“Chi desfa bosco e desfa pra’, se fa dano e non lo sa”

Le regioni italiane senza Roma e senza la NATO: tutti i rischi di un futuro da colonie.

Tra le istanze principali dei movimenti d’opinione secessionisti italiani (in ogni caso delle vocal minorities ), l’uscita, una volta ottenuta l’indipendenza, dalle principali assemblee internazionali, continentali ed extra-continentali. Tra queste, la NATO.

L’elemento, se da un lato ci rivela una delle cause principali dell’insofferenza alla base del secessionismo (l’ingerenza o presunta tale negli affari interni delle varie entità territoriali), dall’altro rappresenta la cartina di tornasole per cogliere e comprendere tutta la sprovvedutezza delle formazioni che mirano all’ autogestione. Il loro impianto politico-ideologico, infatti, poggia e si snoda su una “wishful thinking”, ovvero la convinzione dell’immutabilità dell’attuale status quo, basato, almeno in Occidente, sulla, democrazia ed il rispetto del diritto internazionale. Non è così, e per realtà quali il Veneto, il Friuli o la Sicilia, collocate in zone geostrategiche particolarmente delicate ed a ridosso di vicini spesso più forti, sicuramente più instabili e con i quali esistono ancora delle gravi pendenze storiche, l’assenza di una tutela sovranazionale potrebbe risultare fatale (non a caso, noteremo come tutti i paesi usciti dal blocco sovietico mirino oggi all’ingresso nella UE o nella NATO).

Soltanto un “hard power” adeguato (una “force de frappe” nucleare) potrebbe garantire la piena indipendenza ed autonomia, almento sul piano politico, ma si tratta di un’opzione della quale nessun soggetto separatista potrebbe mai dotarsi.

Da segnalare inoltre come, nell’immediato, la mancanza di un sostegno estero renderebbe impossibile per soggetti come la Sicilia la gestione dei flussi migratori dall’Africa.

La forza del Paese “reale” nel referendum scozzese.Silent majority e Vocal minority.

La netta affermazione del NO nel quesito referendario scozzese (55% contro 45% con un 84% di affluenza) ha dimostrato, ancora una volta, la differenza netta, sostanziale e decisiva, tra il Paese “reale” ed il Paese “politico”.

Il primo è identificabile nella “silent majority” (“maggioranza silenziosa “) di memoria nixoniana, ovvero il segmento più consistente della popolazione, che fa politica attiva soltanto nell’urna. Generalmente tradizionalisti e conservatori (anche se non necessariamente moderati) gli appartenenti alla “silent majority” manifestano uno scetticismo abituale verso le novità e gli estremismi, indipendentemente dalla loro collocazione “cromatica”.

Il secondo è identificabile nella “vocal minoity” (“minoranza rumorosa”), attiva e partecipe anche al di fuori degli appuntamenti elettorali e per questo più visibile e qundi, soltanto in apparenza, più forte.

In Italia, abbiamo avuto la dimostrazione di questa differenza, del suo peso e del suo ruolo, in occasione delle recenti consultazioni per il parlamento europeo, con un M5S, mattatore nelle piazze ed in rete (e per questo dato da molti observers come favorito), che ha perduto 3 milioni di voti, ed un PD, dato intorno al 25%, che ha addirittura sfondato la soglia del 40%, avvicinandosi al record che fu della DC a guida Fanfani, nel 1958.

Sul fronte indipendentista, i vari candidati appartenenti a formazioni che propugnano il ritorno delle Delle Due Sicilie non raccolgono che percentuali infinitesimali, nelle poche occasioni nelle quali riescono a presentare le loro liste (Michele Ladisa del Movimento DuoSiciliano si è fermato 0,20%). Anche in questo caso, potremo osservare una profonda differenza tra la forza “reale” e quella “sostanziale” di questi movimenti, attivissimi in rete (dove confezionano rielaborazioni stroiche al limite del grottesco) ma de facto inesistenti nelle urne.

In Veneto, regione considerata roccaforte leghista e laboratorio degli esperimenti separatisti del Carroccio, il partito di Salvini può invece contare su un 15,87% (politiche 2013), cifra assolutamente insufficiente per dare corpo e forma qualsiasi velleità rivoluzionaria.

A penalizzare l’indipendentismo, in Italia come altrove, anche una strategia comunicativa spesso aggressiva e un modus operandi borderline che spoglia le varie fazioni secessioniste di credibilità agli occhi dell’elettore moderato.

“For almost 200 years, the policy of this Nation has been made under our Constitution by those leaders in the Congress and the White House elected by all of the people. If a vocal minority, however fervent its cause, prevails over reason and the will of the majority, this Nation has no future as a free society”. Nixon’s ‘Silent Majority’ speech. 1969

I “tankisti” senza memoria.L’evoluzione e la crescita del Veneto postunitario e i mali della dominazione austriaca

E’ indubbio che l’Unità del Paese abbia comportato sostanziali vantaggi alla popolazione veneta, dal punto di vista economico come da quello sociale, politico e culturale. Sottoposto ad un rigido controllo da parte dello Stato centrale, concretizzatosi in un regime di polizia, nell’obbligatorietà del Tedesco negli istituti scolastici (i veneti facevano uso dell’ Italiano) e in una tassazione esasperante alla quale non corrispondeva un’equa redistribuzione, il Veneto austriaco non godeva, inoltre, della dovuta e necessaria rappresentanza (la congregazione centrale, cinghia di trasmissione con Vienna, aveva carattere puramente formale), relegato ai margini della sfera d’interesse dei conquistatori, animale da mungere per interessi altri e diversi rispetto a quelli del popolo della ex Serenissima, merce di scambio con Francesi e Piemontesi (Armistizio di Villafranca).

Sul versante e conomico, strategie ottuse avevano messo in ginocchio la già debole e scarsamente diversificata struttura produttiva del territorio, ad esempio tramite l’abolizione del pensionatico (il diritto di pascolo invernale negli appezzamenti di proprietà privata), dando vita ad una situazione recessionistica protrattasi fino agli anni ’50/60 del secolo successivo che avrebbe costretto i veneti ad una massiccia emigrazione, con una spoliazione demografica dalle conseguenze particolarmente severe e destabilizzanti per la struttura sociale della regione . Soltanto con i moti del 1848 (unitari) e la breve restaurazione della Repubblica di San Marco ad opera di Manin e Tommaseo, il Leone poté dotarsi di un’intelaiatura più evoluta, mediante soluzioni illuminate come l’alleggerimento fiscale e , soprattutto, il suffragio universale maschile (il sogno ebbe tuttavia breve vita, perché la rivoluzione venne presto soffocata dall’azione sinergica delle batterie asburgiche e del colera, diffusosi in modo pandemico tra i patrioti).

Da non dimenticare, in aggiunta, l’atrofizzazione della vita culturale, la quale riperse a ritmi serrati dopo l’ Unità e la riconquista della democrazia, con la creazione, a Venezia (città che l’Impero aveva punito per la rivolta del ’48 con il trasferimento della capitale a Verona), di istituti come la Scuola superiore del Commercio (1868), la Deputazione di storia patria per le Venezie (1874), l’Opera dei Congressi (1874) e con la nascita di importanti testate quali il “Gazzettino” (1887). Del ‘900 , invece, la Fondazione Cini, il Centro internazionale delle arte e del costume, l’Istituto Ellenico, il Centro tedesco di studi veneziani, la “Casa di Goldoni”.

Si è scelto di sostare sul periodo asburgico giacché , a differenza delle altre dominazioni straniere, esso è diventato il punto di riferimento della comunità indipendentista veneta e l’oggetto della sua azione revisionistica più astorica.