Importanza storica ed imperativo etico del Concordato e dell’ Accordo di Villa Madama

Imperfetto, obsoleto e senza dubbio da riformare, il Concordato del 1929 tra l’allora Regno d’Italia e la Santa Sede intervenne tuttavia a ricomporre una frattura sessantennale, potenzialmente pericolosa per la stessa integrità nazionale italiana, venutasi a creare con la presa di Roma nel 1870.

Entità sovrana e riconosciuta dalla comunità internazionale fin dal 787 dopo le vittorie di Pipino il Breve e di Carlo Magno contro i Longobardi ma “de facto” già presente sulla scena storica tra i secoli IV e VI, lo Stato della Chiesa aveva quindi sulle spalle oltre un millennio di vita quando fu attaccato, invaso ed annesso da un Regno neonato (una soluzione di questo genere collocata nel presente scatenerebbe la reazione armata del mondo democratico) che lo spogliò delle sue prerogative legittime e consolidate.

Chi, in special moda a sinistra, parla di “invasione” in riferimento alla guerra contro il Regno delle Due Sicilie (dimenticando la tradizione risorgimentalista del PCI), cambia invece traiettoria logica e “modus cogitandi” quando l’analisi sosta sul 1870; si tratta di un doppiopesismo che trova origine e spiegazione nella partigianeria ideologica più immatura (in questo caso sotto forma di anticlericalismo).

Chi scrive è un risorgimentalista ed un sostenitore di Giovanni Lanza, ma prima di tutto un tecnico ed un tecnico imparziale (mi sia perdonata l’immodestia)

Appunti di storia – La banda Vardarelli.Quando il Regno Delle Due Sicilie tradiva e sterminava i briganti

Fenomeno conosciuto già in epoca romana, diffuso e distribuito in tutta la penisola e con connotazioni prevalentemente e peculiarmente criminali e criminogene, il brigantaggio fu malaccetto e combattuto con fermezza e vigore dallo stesso Regno delle Due Sicilie, che persino durante la guerra contro i francesi, prima, e contro le truppe unitarie, poi, scelse di appoggiarsi a squadre di mercenari provenienti dall’estero, non fidandosi delle compagini brigantesche. La storia del vile tradimento compiuto dalle autorità napoletane ai danni della fedele banda Vardarelli ne è la prova e la dimostrazione.

Briganti

Carbonari, perseguitati da Murat come da Ferdinando, i tre fratelli abruzzesi Vardarelli (guidati da Gaetano) decisero di darsi alla macchia come briganti, credendo di non trovare altra via d’uscita per il loro avvenire. Alla testa di decine e decine di uomini, compivano la maggior parte delle loro azioni in Puglia, in special modo nel “Vallo di Bovino”, un corridoio lungo e stretto tra le montagne che consentiva ai fuorilegge azioni rapide e sicure, al riparo dalla particolare morfologia di quel territorio, fatto di vette inaccessibili, impenetrabile vegetazione ed ampi fossati. Patrioti, desiderosi di servire i Borbone nonostante l’ostracismo del Re, i Vardarelli riuscirono alla fine ad ottenere un accordo dal governo di Napoli, che si impegnava a cessare ogni ostilità con loro e, addirittura, ad inquadrarli all’interno di una milizia regolare. Questi, i termini del patto:

“In nome della Santissima Trinità, il trattato seguente è stato scritto, giurato e firmato:

Art 1. Sarà concesso perdono ed oblio ai misfatti dei Vardarelli e suoi seguaci.

Art 2. La comitiva sarà mutata in squadriglia di armigeri

Art 3. Lo stipendio del capo Gaetano Vanardelli sarà di ducati novanta al mese, di ognuno dei tre sottocapi di ducati quarantacinque, di ogni armigero di ducati trenta. Sarà pagato anticipatamente ogni mese,.

Art 4. La suddetta squadriglia giurerà fedeltà al re, in mano di regio commissario; quindi obbedirà ai generali che comandano nelle province, e sarà destinata a perseguitare i pubblici malfattori in qualunque parte del regno”

Un documento in piena regola, dunque, nel quale il Re e le autorità duosiciliane si impegnavano con la banda, ponendo sul tavolo delle trattative la credibilità e l’onorabilità dello Stato. Tuttavia, ben diverse erano le intenzioni del sovrano, deciso a distruggere i Vardarelli approfittando della fiducia che essi ormai riponevano nelle istituzioni. Sapendo che i tre fratelli solevano frequentare il villaggio molisano di Ururi, il Governo pagò allora alcuni degli abitanti del borgo perché tendessero una trappola alla banda, che fu decimata al termine di un’imboscata tesa nel cuore della notte (uno degli assalitori squarciò la ferita di Gaetano Vardarelli , frugò tra le sue interiora, le tirò fuori e imbrattandosene il viso iniziò a gridare: “la macchia è lavata!”, giacché l’ucciso aveva violentato sua sorella). Rimanevano però ancora 48 briganti, e giocando nuovamente d’astuzia, il Governo si finse sdegnato per la strage; il Generale borbonico Amato, che comandava nelle Puglie, mandò un distaccamento dai superstiti per tranquillizzarli, promise loro che si sarebbe istituito un processo per punire gli assassini ed invitò i due fratelli Vardarelli scampati al massacro a nominare nuovi capi ed a recarsi a Foggia per essere riconosciuti dalle autorità. Soltanto in nove decisero di non fidarsi della proposta, rimanendo nelle montagne, mentre il resto della compagine accettò l’invito. Era un giorno di festa, a Foggia, e i briganti furono accolti con tutti gli onori e passati in rassegna dal Generale in persona. La pantomima durò all’incirca un’ora, finché Amato non gettò a terra il suo copricapo. Era il segnale. Le forze napoletane comparvero da ogni angolo della città, facendo strage della banda. Soltanto in 17 sopravvissero, ma furono processati e condannati a morte. Regio Procuratore nel processo fu, per ironia della sorte, un ex sodale dei Vardarelli , tale D’Alessandro, che aveva tradito i vecchi compagni in cambio della vita.

Il progetto secessionista e la sua vulnerabilità.Il caso dei Padani che volevano parlare in Italiano

Il Primo Congresso Nazionale Ordinario della Lega Lombarda (Segrate, 8-10/12/1989) segnò la fine dell’idea bossiana di creare un idioma comune al progetto padano, da utilizzare in via ufficiale anche dal suo movimento, al posto dell’Italiano. Il leader di Cassano Magnago aveva pensato al “Lumbard”, ma la scelta si presentò da subito non priva di interrogativi e complicazioni: sarebbe stata accettata, quale lingua ufficiale, dai militanti delle altre regioni settentrionali e, in caso di secessione, dall’intero Nord ? Ancora: come avrebbero fatto, i “padani” appartenenti alle altre regioni, a comprendere il nuovo codice? E quale “Lombardo”, poi? Milanese? Bergamasco? Cremonese? Bresciano? Mantovano?

“Ma che lingua vuole che si parli, nella Repubblica del Nord? Naturalmente l’Italiano”, confidò Bossi ad un inviato. “Su questa storia dei dialetti abbiamo riflettuto. E siamo giunti alla conclusione che è meglio soprassedere. La Padania non ha prodotto una lingua comune, come la Catalogna. E allora non resta che l’Italiano, che non è poi da buttar via come lingua comune”.

Questa, la pietra tombale sui sogni e le speranze del popolo verde di fregiarsi di un marchio comunicativo che segnasse e segnalasse l’identità nordista e l’alterità leghista rispetto ai segmenti politici tradizionali (quest’ultimo, “must” e carburante primo delle forze a vocazione populistico-demagogica).

Perché un progetto separatista abbia fortuna, l’unità che secede deve poter contare su un’omogeneità, un’ organicità ed una solidità ad ampio raggio, dal punto di vista linguistico, culturale, etnico , sociale e storico, altrimenti il nuovo soggetto non sarà che una riproposizione, in scala ridotta, del precedente, con tutte le sue problematiche e le sue contraddizioni. Sicuramente imperfetto e perfettibile, lo stato unitario presidia e garantisce tuttavia un ecumenismo inclusivo ed asettico che le singole porzioni territoriali spesso non possono e non potrebbero assicurare, e l’esempio, a noi prossimo e vicino, del Regno delle Due Sicilie, ne è la conferma. Dilaniato da spinte centrifughe costanti e continue, il suo disomogeneo fascio di comparti locali non accettava (tra le altre cose) il dominio e la rappresentanza della corona di Napoli, senza tema di smentita meno universalizzante del progetto unitario e dell’ombrello storico romano, pur con tutto il suo corteo di errori, anomalie e fragilità..

Un triste “cadeau” della memoria ai tifosi partenopei: l’Assedio di Messina e le violenze borboniche.

Nato come costruzione politica fittizia ed avamposto aragonese nella penisola italica, il Regno delle Due Sicilie si segnalò non soltanto per l’estrema povertà ed arretratezza del suo sistema economico e sociale (punte di analfabetismo vicine al 100% in regioni quali Calabria e Basilicata, un impianto produttivo cristallizzato sul settore agricolo ed organizzato su base latifondistica in un’epoca che stava assistendo all’ esplosione industriale, un sistema bancario ridotto ai minimi termini, quasi totale assenza di servizi ed infrastrutture, occupazione, in Sicilia, delle prerogative dello Stato centrale ad opera della famiglie mafiose, flotta commerciale inadatta ai mercati internazionali, ecc) ma anche per la ferocia del suo sistema repressivo. Percorso da Sud a Nord da rivolte popolari continue e costanti (Palermo, Napoli, Reggio Calabria, Messina, spesso filo-sabaude), la corona borbonica non esitò a soffocare nel sangue e nella brutalità coercitiva le velleità democratiche e liberali del “suo” popolo. A questo proposito, è utile indicare all’attenzione il caso dell’ Assedio di Messina del 1848, pagina tra le più orribili dell’intera storia europea contemporanea. Penetrate in città dopo un accerchiamento durato diversi mesi, le truppe di
Ferdinando II (che da quel momento fu noto con l’appellativo di “Re bomba”) capitanante dal Generale Filangeri, si resero protagoniste di massacri, stupri e violenze di ogni sorta ai danni della popolazione civile incolpevole ed inerme, spingendosi addirittura a fare irruzione nelle chiese, dove molti dei malcapitati si erano illusi di trovare asilo e rifugio, per commettere i loro abomini. Drammaticamente celebri i casi dell’ Ospizio di Collereale e dell’Ospedale Civico , luoghi di sofferenza che non furono risparmiati dai miliziani borbonici, che brutalizzarono i malati, violentando, mutilando ed accecando, di nuovo ed ancora ed ancora. Molti furono i messinesi che cercarono di fuggire via mare, “assalendo” le imbarcazioni francesi ed inglesi alla fonda nel porto cittadino, tanto è vero che i responsabili delle diplomazie dei due Paesi chiesero al Filangeri di sospendere le operazioni militari in modo da consentire alle navi di offrire assistenza e ricovero ai fuggiaschi.

Sarebbe opportuno lo studio di queste dolorose pagine di storia meridionale da parte di chi, imbevuto di revanscismo miope e disancorato dal dettato documentale, inveisce negli stadi contro Bixio, Cialdini e Garibaldi. La borghesia più illuminata del Sud Italia collocava le proprie aspirazioni nella corona piemontese perché sapeva essere garanzia di libertà (come fu e sarebbe stato) a differenza di un Paese che conservava l’assolutismo monarchico di stampo 700esco quando  Vittorio Emanuele II veniva considerato soltanto un “Primus inter pares” da una delle carte costituzionali più avanzate del mondo occidentale.

Malavita organizzata e separatismo: breve storia di un amore lungo 1000 anni.

Il caso “Trinacria”.

La vicenda giudiziaria del separatista (evito la formula “meridionalista” che ha un significato storico ed un portato culturale e programmatico ben differente) nonché ex Presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa, non potrà cogliere impreparato il conoscitore di quegli elementi di saldatura tra malavita organizzata, società ed apparto statale propri di alcuni segmenti del territorio italiano. La complessità e la delicatezza della tematica rendono senza dubbio inadeguate e costringenti le potenzialità offerte da un circuito quale può essere un “social network”, ragion per cui farò ricorso alla semplificazione (a limiti dell’ aneddotica) per illustrare, brevemente, i legami di contiguità tra separatismo e malavita che hanno sempre contraddistinto ed ammorbato la politica siciliana, inquinando e manomettendo anche gli stessi movimenti indipendentisti e i loro impianti valoriali.

All’indomani dello sbarco anglo-americano in Sicilia, prese forma un vasto e variegato movimento antinazionale alimentato dal malcontento verso lo Stato dopo la tragedia della dittatura, della guerra guerra ed a causa delle mistificazioni sull’operato ( ineccepibile e responsabile sotto i profili morale, politico e giuridico) di S.A.R Vittorio Emanuele III e del Presidente del Consiglio dei ministri del Regno, Pietro Badoglio (la cosiddetta “Fuga di Pescara”, altrimenti nota come “Fuga di Ortona” , “Fuga di Brindisi” o “Fuga di Bari”) ). Gli Stati Uniti, terra da sempre idealizzata e vagheggiata anche in virtù di un arsenale cinematografico alterante i contorni e la fisionomia istologica del reale, divennero il polo di attrazione delle speranza e delle aspettative di una comunità stremata e in preda al caos; Washington seppe allora cogliere la palla al balzo, organizzando il movimento separatista nel MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia) con a capo Andrea Finocchiaro Aprile (l’uomo dalle tre dita) e, addirittura, un suo braccio militare, capitanato dal bandito Salvatore Giuliano. La Mafia fu l’atomo primo di questo velleitarismo autonomista e della sua trama progettuale, quando si reintrodusse, grazie gli Alleati che aveva agevolato nello sbarco, alla guida di numerosi municipi della regione (Calogero “Don Calò” Vizzini fu addirittura sindaco del suo paese). Lo scopo che Cosa Nostra si prefiggeva, soffiando sul vento antitaliano, era quello di ritrovarsi padrona del territorio (quale Stato indipendente o come parte di una nazione lontana migliaia di chilometri e quindi impossibilitata ad un gestione diretta della cosa pubblica), com’era avvenuto dagli Angiò fino all’arrivo del Prefetto Cesare Mori, in epoca unitaria. D’altro canto, anche la Camorra era stata libera di sguazzare nelle miserie della popolazione campana fino all’introduzione della “Legge Pica” (1863), il primo tentativo di contrasto alle mafie istituzionalmente organizzato (tra l’altro, la “Legge Pica” offriva ai briganti una serie di garanzie impensabili sotto il regno delle Due Sicilie).

Raramente il separatismo è ammantabile di nobili propositi e cavalleresche ambizioni.