Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione

La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.

Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.

Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.

La via dei dane’

Dopo la condanna dell’arcoriano e il palesarsi di un rischio “sudden death” per l’esecutivo Letta, i più moderati, nel M5S, avevano lanciato l’ipotesi di una convergenza con il centro-sinistra da tradursi in un governo di “scopo” che avesse come fine ed orizzonte alcuni punti, tra i quali la riforma elettorale. Puntuali e prevedibilissime, sono arrivate le smentite dei “pasdaran” pentastellati e del grande capo genovese. Perché? Non solo perché il M5S sviluppa nell’orgoglioso distacco dalle forze politiche “tradizionali” l’atomo primo della sua “alterità” (l’arma più potente ma allo stesso tempo la zavorra, sul lungo periodo, dei partiti catalizzatori il voto di protesta), non solo per le (probabili) riflessioni statunitensi (il M5S ha soppiantato, per il momento, la destra berlusconiana nella tutela degli interessi e negli indici di gradimento del grande fratello d’oltreoceano) ma, innanzitutto, per una ragione sociale e sociologica; Grillo e Casaleggio sono fondamentalmente due “ganassa”, che identificano nella sinistra l’archè e la trama di ogni male. Per loro, imprenditorotti arricchiti dell’opulento e produttivo Nord “che si dà da fare”, sinistra è tasse (il programma del Movimento è molto povero di traiettorie sulla lotta all’evasione), sinistra è difesa dei dipendenti incapaci e della pubblica amministrazione inefficiente (“eliminiamo i sindacati, voglio uno Stato con le palle”, ebbe a dire qualche mese fa l’ex comico), sinistra è immigrazione selvaggia (l’asserragliamento grilliano contro lo Ius Soli la dice lunga a riguardo), sinistra è caos (non come per Pizzarotti che stanga i barboni che “bivaccano”). Per questo, anche per questo, il Beppe nazionale e l’ex forzista di Ivrea non accetteranno mai un patto con quello che reputano il grande nemico culturale e sociale di ogni tempo e che, infatti, non perdono occasione di bersagliare con i loro strali, molto di più di quanto non facciano con il PdL o con i loro predecessori nelle preferenze dell’italico ventre, ovvero la Lega bossiana. Acquattati nel “grembo della provincia del Nord” (Belpoliti), i due compagni di viaggio incarnano alla perfezione i valori del “privatismo” ripiegato su se stesso tipico di quella borghesia italiana eternamente terrorizzata da un inesistente fantasma bardato da un lenzuolo rosso, quella borghesia “dell’ineleganza che si mette in mostra con il cartellino bene in vista” (Pellizzetti), quando il cartellino batte il prezzo di un panfilo alla fonda in Costa Smeralda o di una magione tran i boschi di Quincinetto.