Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione

La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.

Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.

Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.

“Stati Uniti d’Europa”

Da una dichiarazione di Emma Bonino:

“Questa Europa, così com’è, è inadeguata, ma il problema è dei nostri Stati nazionali. Il nostro sogno sugli Stati Uniti d’Europa è sempre più in controtendenza, dobbiamo saperlo e anche noi ci stiamo avvicinando a derive populiste”.

Come evidenziato in un precedente intervento, l’elemento “euroscettico” (sostenuto anche da vari segmenti del mondo liberale di notevole autorevolezza sotto il profilo pubblico ed intellettuale) viene rivestito di una connotazione negativa ed associato all’estremismo di matrice demagogico-populistica. Ma non solo: l’architettura progettuale europeista va ben oltre oltre, arrivando ad espellere dal proprio sistema normativo e dalle sue concezioni democratiche anche e persino l’idea di stato nazionale identitario, presentato come elaborazione “inadeguata” ed obsoleta, incapsulata in un indumento ideologico che si vuole superato dalle moderne convenzioni dell’evoluzione partecipata e dalle prassi sociali.
La mia personalissima analisi non è e non deve essere interpretata come un “tackle” su Bonino (visto il suo “cursus honorum” in seno alla UE, certi orientamenti risultano comprensibili ed ovvi) e nemmeno sull’ideale inclusivo strasburghiano; è opportuno notare e rilevare, però, come la critica e/o la distanza da taluni allestimenti programmatici venga, de facto, ostracizzata e marginalizzata, assegnata al primitivismo intellettuale e all’azzardo.

Altra cosa, la democrazia.

Ps. Soprattutto in un Paese come l’Italia, traiettorie di questo genere possono trovare e trovano facile accoglimento. La debolezza della nostra coscienza nazionale, il trauma collettivo (antropologico e sociale) dell’esperienza fascista (elemento ideologico a trazione ultranazionalista), il portato culturale internazionalista della sinistra comunista (fortissima e determinante nella e dalla nostra fase repubblicana) e l’universalismo cristiano di partiti come la DC, hanno sfilacciato ulteriormente il nostro patrimonio collettivo, facendo della sua difesa un tabù culturale. Di qui, l’ipertrofismo esterofilo, utilizzato e concepito quale terapia e naturale soluzione

Europeismo e strategie dell’emarginazione:una valutazione sul metodo e non sul merito

Non soltanto le posizioni euroscettiche godono, all’interno di un’ottica liberale e democratica, della stessa dignità politica, economica e sociologica di quelle europeiste, ma trovano e vantano ambasciatori di elevatissimo credito e livello, sia in campo nazionale che internazionale. Nonostante questo, si sta assistendo ad una loro progressiva e costante demonizzazione per opera di un vero e proprio metodo della “pars destruens” orientato a ridurle a feticci e retaggi di mentalità retrive, intellettualmente deboli e moralmente sciatte ed autolesionistiche. La propaganda europeista utilizza quindi il metodo della “proiezione o analogia” e dell’ “etichettamento” così da associare l’euroscettico ad immagini stereotipate e socialmente respingenti (“populista”, “qualunquista”, “razzista”, “ignorante”, le formule più gettonate). A dire il vero, il ventaglio propagandistico strasburghiano-francofortiano presenta e propone anche altri capisaldi dell’impianto classico della persuasione (il “senso comune”, la “garanzia” ed il ricorso alle “parole virtuose”) ma si tratta di elementi tutto sommato accettabili, sotto il profilo del galateo politico; i postulati ed i metodi precedentemente esposti, invece, costituiscono una menomazione delle dinamiche democratiche, in quanto il loro scopo è quello di intaccare il credito e l’immagine del dissenziente dislocandoli e dislocandolo ai minimi termini. Ancora una volta, quella che si presenta come cultura dell’inclusione disvela e palesa una fisionomia istologica del tutto altra e differente.

L’Italia che non capisce l’Euro

L’Italia si è abituata ed è stata abituata, da Giolitti in poi, ad una politica economica sempre più disinvolta e depauperante, orientata allo spreco, all’ assistenzialism­o più parassitario e ad una cultura del non controllo che, de facto, tollerava se non incoraggiava l’evasione e l’elusione fiscale (il boom del secondo dopoguerra si deve anche all’allentament­o delle maglie del fisco sull’imprendito­ria). L’ingresso nell’Euro e la pressione di quella che comunemente viene definita “Europa” (in realtà è la Banca centrale europea), hanno imposto un brusco stop a tale approccio gestionale; essendo infatti l’Italia la terza economia continentale e l’ottava planetaria, il suo peso era ed è troppo vincolante perché l’organismo comunitario possa consentire a Roma il prosieguo di traiettorie rischiose per l’interesse collettivo. Di qui, l’imposizione della revisione dei conti pubblici e di una austerity risanante che è andata scontrarsi, prima di tutto, con una mentalità sedimentata ed incarnita in oltre un secolo di soggiorno in un paese dei balocchi che al posto di giostre e zucchero filato offriva baby pensioni, interessi altissimi sui titoli di Stato ed una PA pachidermica ed improduttiva. Ecco perché il popolo rigetta l’Euro e quella che identifica come “Europa” (aizzato in questa pericolosa deriva isolazionistica­ dall’irresponsa­bilità demagogica delle forze del laissez-faire più peculiarmente destro), ecco perché vede nella Cancelliera tedesca una “culona”; perché non siamo in grado di gestirci e farci gestire con senso di responsabilità ed oculatezza, educati ai pensieri corti dell’interesse del momento da una classe politica immatura. La moneta unica ed il suo braccio politico-econom­ico sono l’unica e l’ultima possibilità che l’Italia (ed anche la Francia) ha per rimettersi in pari. Solo in questo modo potremo tornare a crescere. P.s: Sappiamo dove porta la strada di Weimar.