Trump, Maduro e quella Dottrina Monroe citata un po’ a sproposito



Il ricorso che  in questi giorni stanno facendo in molti (soprattutto commentatori “comuni”) alla Dottrina Monroe, per inquadrare il blitz di Caracas, risulta  improprio e fuorviante.

Va infatti ricordato come anche dopo il 1917-1918, gli USA non abbiano mai smesso di esercitare un’influenza marcata, invasiva e pervasiva, sul continente americano,  ricorrendo ad azioni “indirette” (guerra ibrida, “Sharp Power”, “Covert Power”, “Soft Power”, PsyOps, MISO, ecc), semi-dirette (forme di Proxy War, si pensi alla Baia dei Porci) e dirette (Repubblica Dominicana nel 1963, Grenada nel 1983 e Panama nel 1989, quando venne prelevato ed arrestato un capo di Stato, Noriega, proprio come oggi).

Washington ha, insomma, sempre considerato l’America un “cortile di casa” (da qui deriva la quasi settantennale spaccatura con Cuba, ritenuta colpevole di un affronto inaccettabile), come del resto ogni potenza ritiene di poter rivendicare diritti e influenze nel proprio spazio geografico vicino (l’Italia lo fa da sempre con il Mediterraneo).

Approfondimento

Grenada e la nascita del giornalismo “embedded”

Forte ai suoi inizi di un consenso diffuso e trasversale, la guerra in Vietnam si trasformò ben presto nella spina nel fianco per gli Stati Uniti, sempre più incalzati dalle proteste e dalle critiche e costretti infine alla ritirata ed alla sconfitta nel 1975.

Complice della progressiva ostilità da parte della pubblica opinione al conflitto, il ruolo dei media, che per la prima volta nella storia portarono “a casa” la guerra, tramite la televisione. Le immagini dei giovani americani uccisi e mutilati, convinsero l’americano medio a dire basta alla campagna militare nata con l’incidente del Tonchino.

Ancora “scottati” da quell’esperienza, le autorità decisero di coprire con la censura l’informazione sullo sbarco di Grenada (1983), ma la scelta si rivelò un errore clamoroso, dal punto di vista politico e comunicativo. Nel tentativo di evitare le polemiche, infatti, l’amministrazione Reagan le attirò, insieme all’accusa di voler ostacolare la libera circolazione delle informazioni e, con essa, la democrazia.

Lo scivolone indusse allora Washington ad un cambio di rotta, che si concretizzò nell’adozione di una “terza via” nel rapporto con i media; né la libertà concessa in Vietnam ma nemmeno la censura adottata per Grenada. Il piano, elaborato dalla “Sidle Commission” (1984), una commissione composta dai vertici militari di allora, era quello, come ebbe a dire il senatore William Fullbright, di una “militarizzazione” della stampa. In buona sostanza, si decise di “ospitare” i giornalisti tra la truppa, consentendo loro di riprendere, fotografare e raccontare, ma, di fatto, sottoponendoli ad un controllo, continuo e costante.

Nasceva così la figura del cronista “embedded” “(dall’inglese “incastonare”). Incastonato, in questo caso, tra l’esercito e le autorità.

Il giornalismo “embedded” è spesso avversato da chi ritiene costituisca una forma di asservimento all’establishment, perché privo di una capacità di movimento autonoma e dipendente dalle fonti politico-militari e dalla loro protezione; se da un lato l’osservazione può trovare accoglimento, è pur vero che l’alto numero di giornalisti uccisi, feriti o rapiti nelle zone “calde” dimostra tutta la difficoltà di svolgere la professione in modo sicuro e consapevole in quelle situazioni.

L’inferno di ghiaccio in Groenlandia



Premesso che un’annessione della Groenlandia richiederebbe il voto favorevole del Congresso, ecco cosa potrebbe comportare un blitz, scellerato, per accaparrarsi l’isola:

1) rifiuto, da parte delle forze armate, di ubbidire agli ordini (diritto sancito dal codice militare statunitense)

2) rimozione e messa in stato di arresto/accusa di Trump (il quale ha già gravi pendenze giudiziarie)

3) intervento militare della NATO (o di alcuni paesi dell’Alleanza), ovvero la WWIII

4) una guerra civile negli USA (anche per i motivi in capo ai punti 1 e 2)

5) una reazione, da parte della comunità internazionale, più dura di quella avuta nei confronti della Russia (la Danimarca è un regno pacifico, senza conti in sospeso con alcuno)

6 (o 5b) ) gli USA di Trump diverrebbero uno “Stato canaglia”, isolato, senza più il loro “impero esterno” europeo e con un’immagine a pezzi

7) reazioni imprevedibili, sullo scacchiere mondiale, di altre potenze (come la Cina)

Per Washington, per il mondo, ma soprattutto per Trump e i suoi, si profilerebbero insomma conseguenze apocalittiche. E’ razionale pensare non siano idioti e sprovveduti a tal punto.

Parlare a Maduro perché (anche) Putin intenda? Il blitz e le sue conseguenze psicologiche.



Non è da escludere che il blitz di Caracas sia anche un “messaggio” a Putin. Se è vero che l’autocrate russo è uno degli uomini più protetti della Storia, la presenza di “talpe” (come sembra nel caso Maduro) potrebbe infatti tradire anche lui, qualora anche lui portasse il Paese vicino, od oltre, una soglia pericolosa o di non-ritorno, e/o perdesse il sostegno delle élites. Gli schiamazzi nucleari del solito Medvedev sembrano proprio voler “tranquillizzare” i russi (o meglio, i putiniani) rispetto ad un simile scenario, tra l’altro già profilatosi con l’ex fedelissimo Prigožin.

Ciò che è certo, è l’enorme rafforzamento dell’immagine muscolare degli USA, elemento che cambia le carte in tavola sia nel teatro ucraino che nel Mar Cinese. Questo offre l’opportunità per analizzare un altro aspetto non secondario della questione, ovvero il trauma “psicologico” patito dal movimento d’opinione anti-atlantico, destabilizzato e costretto a ricorrere alla dissonanza cognitiva per negare l’eclatante manifestazione di potenza di Washington*.

*ad esempio c’è chi parla di boomerang economico per gli USA e l’Occidente a vantaggio di Mosca e Pechino (!), dimenticando che, controllando il Venezuela, Washington potrebbe avere più che mai voce in capitolo  nello stabilire i prezzi del petrolio. Altri ancora vaticinano scenari iracheni e afghani, ma è realistico pensare che alla Casa Bianca abbiano imparato la lezione

Gli USA, il Venezuela, la Russia, le potenze vere e quelle da social:  cosa ci dice (per adesso) il blitz di Donald



Sebbene sia ancora troppo presto per averne un quadro completo, chiaro e dettagliato, il blitz in Venezuela ci consente già alcune considerazioni

Più nel dettaglio:

1) manda nel caos il blocco (trasversale ai partiti) anti-americano ma trumpiano, che si beava della convinzione che il tycoon non facesse guerre, a differenza dei “guerrafondai democratici” (limitare l’ “hard power” significherebbe, per un Paese come gli USA, perdere influenza, ecco perché a costoro piaceva l’idea che Washington mettesse in cantina  la forza)

2) manda nel caos il movimento d’opinione filo-russo (spesso
sovrapponibile a quello anti-americano/trumpiano), che adesso si trova a dover condannare un’azione per certi versi simile a quella del 22 febbraio 2022

3) manda nel caos lo stesso movimento d’opinione filo-atlantico, che adesso deve giustificare un’azione forse al di fuori del diritto internazionale (il riferimento è di nuovo al 22 febbraio 2022)

4) arreca un gravissimo colpo a Mosca, di cui il Venezuela maduriano era un fedele alleato, tra i pochi rimasti (anche se Trump e Putin si fossero accordati sul raid, resterebbe l’enorme danno di immagine per la Russia)

5) liquidando in pochi minuti la leadership venezuelana, gli USA mostrano al mondo la differenza tra una vera potenza (loro) ed una potenza di cartone (la Russia, impantanata da quattro anni nelle paludi ucraine)

Nota: la “legge del più forte” non è un’anomalia nuova, risultato dei nuovi non-equilibri. Gli USA, come del resto le altre potenze globali di ogni taglia, hanno fatto ampio ricorso ai muscoli anche dopo il 1945 ed il 1989/1991

Appunti di comunicazione “Tigre di carta”; quando le parole fanno più male delle sanzioni



La reazione emotiva di Peskov e Medvedev alle dichiarazioni di Trump (la Russia come “tigre di carta”) è dovuta al fatto che il tyconn ha toccato un nervo scoperto per la leadership putiniana. “Middle power” in concreto, alle prese con problemi strutturali mai risolti e che la guerra in Ucraina ha ulteriormente evidenziato ed enfatizzato, la Russia gioca infatti su una comunicazione  psicologica (PsyOps) focalizzata sull’ingigantire la percezione della propria forza. Questo, facendo ad esempio leva sul proprio passato,   sul proprio arsenale non-convezionale, sulle proprie dimensioni geografiche e sulla personalità del proprio leader, elementi che attivano nel target occidentali distorsioni interpretative e cognitive complesse e correlate quali l’ “escalation bias”, la “fallacia della deterrenza assoluta”, il “worst case thinking bias”, il  “negativity bias”, l’ “hostile attribution bias” l’ “euristica della disponibilità”, ecc.

Con le sue parole, Trump ha in un certo senso fatto cadere il velo della retorica persuasiva russa; se al contrario si fosse trattato di una esagerazione, e se i russi fossero davvero sicuri dei propri mezzi, la replica sarebbe stata ben più rilassata, se non assente.

“Immagine” e “identità” si fondono, invece, per Mosca. Se cade la prima, cade la seconda. Nota: è bene precisare come non solo il cittadino “comune”, ma pure analisti strutturati, tendano spesso a cadere negli errori interpretativi sopracitati, scoprendo il fianco alla suggestione propagandistica del Kremlino (quando è diretta alle élites, si parla di “treetops propaganda”).

A pungerli sul vivo potrebbe essere anche il fatto che Trump ha rispolverato una metafora che coniò Mao, in riferimento all’Occidente

https://www.agi.it/estero/news/2025-09-23/attacco-trump-onu-discorso-ue-russia-gaza-33309491/?fbclid=IwdGRjcANAwNhjbGNrA0DA1GV4dG4DYWVtAjExAAEe4cXoSZqp23GIUiJOfNwM0CvAxUZNkfc0QvFzEVS5zP1CP7eRbkppt83CWJ0_aem_DZgAaFdHhZdspcBlQXSmvw

Appunti di comunicazione Sconfinamenti, allarmi, terze guerre mondiali e il paradosso del gorilla: perché Mosca non vuole l’escalation e perché l’Occidente lo sa bene



Parlando (già in un romanzo del 2017) di un’ipotetica vittoria russa sulle democrazie occidentali in meno di una settimana, tesi peraltro giudicata non credibile dalla stragrande maggioranza degli analisti, l’ex vice-comandante NATO Richard Shirreff intendeva delineare quello che è potenzialmente il quadro più estremo per noi. Come sempre, tuttavia, i media italiani hanno riportato la notizia in maniera allarmistico-distorsiva, e questo per ragioni politiche, commerciali e per incapacità analitica. Volendo rendere l’idea, io sono un maschio adulto di 190cmx90kg, faccio pesi e pratico sport da combattimento, il che mi dà una chance pari allo 0,000001% di avere la meglio su un gorilla silverback. Seguendo la traiettoria logica di certa stampa, “vincerei” senza problemi sul primate, perché quello dello 0,000001% è, per lui, lo scenario probabilisticamente peggiore. Nella realtà, mi ucciderebbe, con un paio di zampate.

Benché sia innegabile che il revanscismo putiniano abbia fatto un salto di qualità, cosa che rende indispensabile l’ampliamento ed il rinnovamento delle forze armate del blocco atlantico, ad oggi non c’è però alcun elemento concreto che indichi l’imminenza di un attacco russo, la possibilità di un’escalation.

Più nel dettaglio:

1) il blocco atlantico ha una schiacciante superiorità sotto il profilo militare, tecnologico, economico, demografico, politico

2) Vladimir Putin ha riconosciuto in più occasioni tale superiorità

3) al di là della durezza retorica e di talune provocazioni (all’ordine del giorno ai tempi della Guerra Fredda), Vladimir Putin è sempre stato attento a non avvicinarsi davvero alle linee rosse dell’avversario

4) una guerra con la NATO, persino senza gli americani*, sarebbe devastante per la Russia, che già non riesce a prevalere nel teatro ucraino, non solo sul versante militare, ma pure su quello economico (le sanzioni diventerebbero totali e spietate) , geopolitico (Mosca si ritroverebbe quasi del tutto isolata) e socio-politico (la mobilitazione totale determinerebbe un malcontento incontrollabile, in primis nelle fasce più avanzate e giovani della popolazione)

5) la Cina punta alla crescita economica e non al suicidio termonucleare. Anche un blitz su Taiwan sarebbe un’incognita inaccettabile, per: a) l’estrema difficoltà logistica rappresentata da un’isola montuosa e con pochi approdi disponibili b) il già citato intervento occidentale (USA più, quasi per certo, Australia e Giappone) c) la potenza militare di Taiwan, ben  equipaggiato con missili anti-nave, mine navali e droni a respingere un attacco come quello cinese d) le conseguenze economiche catastrofiche che  deriverebbero per il Dragone, la cui economia è strettamente dipendente dal commercio e dalla tecnologia globale e) il collasso globale dei semiconduttori, della cui produzione Taiwan è leader che colpirebbe ogni settore e l’economia cinese stessa f) Pechino non è un alleato della Federazione Russa, ma un suo nemico storico ed esistenziale

E allora, per quale motivo lo Zar provoca?

Ci sono molte ragioni a riguardo. Ad esempio:

1) suggestionare e dividere l’opinione pubblica avversaria (propaganda “esterna”, “grassroots propaganda”), oggi soprattutto quella dei paesi confinanti. A tale scopo rispondono anche esercitazioni quali  “Zapad 2025” ed il mostrarsi in tuta mimetica

2) galvanizzare la propria opinione pubblica, mediante azioni “a basso costo” (propaganda “interna”, di nuovo “grassroots propaganda”)

3) presentare alla propria opinione pubblica le reazioni occidentali come prove di un odio anti-russo, così da avere argomenti forti per aumentare l’impegno militare in Ucraina e rafforzare la propria immagine (propaganda “interna”, di nuovo “grassroots propaganda”, “‘rally ‘round the flag effect”)

ATTENZIONE: non lo fa per testare le difese NATO, come suggerito dal cosiddetto “mainstream” , perché in caso di attacco reale la reazione dell’Alleanza sarebbe immediata, automatica ed automatizzata, bypassando il potere politico

Le provocazioni sono pericolose?

No. La NATO sa bene di cosa si tratta e Putin fa attenzione a non valicare certi limiti inaccettabili. Non è inoltre da escludere che il Kremlino “avvisi” l’Occidente, attraverso alcuni canali militari particolari, appunto per evitare escalation, cosa che succedeva spesso ai tempi della Guerra Fredda. Entrambi mostrano i  muscoli, Mosca con le provocazioni e noi minacciando ritorsioni e abbattimenti, ma avendo ben presenti “regole” e confini.

Esiste un pericolo reale?

-solo se l’economia russa o l’esercito russo collassassero in modo plateale e irreversibile, ma è un’eventualità che gli stessi Alleati non vogliono, sia con Biden che con Trump, preferendo logorare Mosca in una lunga guerra di attrito. Pensare di rilanciare la propria economia attaccando la NATO,  equivarrebbe a voler curare un problema ad un piede amputando la gamba, una scelta semplicemente irrazionale per quanto suggestiva. In teoria andrebbe contemplato lo spettro “groupthink”, tuttavia la catena di comando russa è esperta ed articolata.

Perché in Occidente c’è un clima da apocalisse alle porte?

Si tratta, di nuovo, innanzitutto di forme di propaganda “grassroots” , elaborate per convincere l’opinione pubblica della bontà delle politiche di riarmo (in questo giocano un ruolo massiccio anche motivi di natura economica, si pensi alla Germania). Ancora, PsyOps per dimostrare ai russi di essere in stato di prontezza. Il resto lo fa un sistema mediatico/informativo che, soprattutto in Italia, vira sull’allarmismo per le ragioni già citate. Un copione già visto nel 2020-2022, seppur con contorni differenti.

*le teorie sull’inazione di Trump davanti ad un attacco russo non hanno, ad oggi, alcun riscontro affidabile

La comunicazione responsabile – Iryna e gli altri incolpevoli



Qualche giorno fa ho visto una controllora avere dei problemi con un tizio. Quando mi è passata accanto le ho chiesto: “Tutto bene?” e lei mi ha risposto di sì, con un mix di tensione ed orgoglio. Se mi capitano situazioni in cui qualcuno si trova in difficoltà (viaggio molto) intervengo quasi sempre, chiamando la polizia o mettendomi davanti al potenziale aggressore tentando di calmarlo e distrarlo. Per fortuna non ho mai dovuto alzare le mani, anche perché l’idea di prendere a pugni una persona fuori dalla palestra mi terrorizza. La vita non è un film, potrei ucciderlo o lui potrebbe essere armato. Il caso della povera Iryna è tuttavia diverso: troppo rapido, troppo improvviso l’assalto, troppo sconvolgente. Inoltre, lui aveva un coltello e quel tipo di arma è ancor più ingovernabile di una pistola (io mi sono trovato in mezzo agli spari, ma non avevo la paura che proverei di fronte ad una lama). Per questo non  punterei  il dito contro i presenti e non parlerei nemmeno di “effetto spettatore”; semplicemente, come ho già detto, Charles Bronson o Superman esistono solo al cinema. Purtroppo.

Appunti di comunicazioneKatharina l’incoerente: un paradigma “indipendentista”



Katharina Zeller ha ovviamente il diritto di sposare posizioni indipendentiste, ma non dovrebbe, nel caso, ricoprire cariche istituzionali, rappresentando quindi lo Stato italiano, giurando fedeltà ad esso e ricevendo, da esso, compensi in denaro ed altra forma.

La scusa addotta è invece una grave mancanza di rispetto alle donne, che strumentalizza (“mi sono opposta a un gesto provocatorio, teso a presentarmi come una bambina infantile obbligata ad ubbidire a un esperto uomo maturo” ), ed  alla stessa causa secessionista, che rinnega, di fatto, nascondendosi appunto dietro ad un escamotage.

Nota: l’Alto Adige fa geograficamente parte della regione fisica italiana e fu abitato, in origine e per lunghissimo tempo, da popolazioni italiche (la “germanizzazione” è successiva). Si tratta comunque di uno dei modelli più riusciti di convivenza tra culture ed etnie diverse, indicato come possibile esempio anche nella disputa ucraino-russa.

Appunti di comunicazione – Meloni l’italiana: molto più di una passerella



L’Italia si è sempre contraddistinta (e questo già prima del 1860) per la qualità della sua diplomazia, elemento andato rafforzandosi dopo il 1945 allorché  i limiti, formali ed informali, imposti dalla sconfitta, hanno indebolito l’ “hard power” di Roma in maniera significativa.

La visita di Giorgia Meloni a Washington andrà pertanto letta all’interno di tale quadro storico-politico; scegliere la linea “dura” contro un alleato così importante, oltretutto in una fase così delicata per l’intero blocco occidentale/atlantico e tenendo conto della psicologia di Donald Trump, sarebbe un errore dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche e irreversibili e la PdC ne è consapevole. Preferibile sarà dunque cercare il dialogo, laddove possibile e fin quando possibile, memori del fatto che in ogni caso la Casa Bianca cambierà inquilino tra tre anni. Chiedere un approccio oltranzista e muscolare, simmetrico, sull’onda dell’ avversione ideologica per “The Donald” (e per Meloni stessa), è invece un approccio ideologico, emotivo, tarato sul breve/brevissimo periodo, su una presunta contingenza del momento o, peggio, su interessi particolari.

Non va inoltre dimenticato come Meloni abbia “tenuto il punto” di fronte a Trump, dando prova di carattere e ribadendo, al contrario o meglio di altri, concetti e valori fondamentali per il mondo democratico, non in ultimo riguardo la questione ucraina. Molto più, insomma e volendo concludere, di un’inutile od autoreferenziale passerella.

“La vera diplomazia mira a coltivare un terreno fertile per la cooperazione duratura, indipendentemente dal giardiniere di turno.”

Appunti di comunicazione – Cosa manca davvero nel kit di “sopravvivenza”



Quello dell’improbabile Hadja Lahbib è molto più di un pittoresco siparietto, ma risponde ad una precisa strategia politico-comunicativa (non a caso è stato diffuso dai canali YouTube della Commissione).  Sebbene sia difficile individuarne con certezza gli obiettivi, è possibile delineare, con un certo margine di ragionevolezza, alcune ipotesi:

1) un “ballon d’essai”, con cui sondare i sentimenti dell’opinione pubblica

2) un tentativo di “alleggerire il clima”, in una fase percepita come critica

3) preparare psicologicamente il cittadino a quelli che si ritengono scenari futuribili

4) convincere, mediante un richiamo velatamente terroristico, il cittadino della bontà dei programmi di riarmo (che, è bene ricordare, sono a scopo di deterrenza e distraggono una cifra irrisoria rispetto al PIL della UE)

5) inviare un messaggio a Putin (“attenzione, siamo pronti”)

Ad esclusione dei punti 2 (due) e 5 (cinque) saremmo, di nuovo, di fronte a PsyOps mosse dal presupposto che i cittadini siano “stupidi”, incapaci cioè di elaborare spiegazioni più articolate e mature. Verrebbe insomma “rispolverato” lo stesso approccio, opaco, odioso e paternalistico, usato nel biennio “pandemico”, dimenticando quanto esso abbia contribuito a minare la credibilità delle istituzioni. Se tuttavia poteva risultare facile allarmare l’ “uomo della strada” agitando la minaccia, comunque concreta (almeno per una parte della popolazione) di un virus, ben più difficile sarebbe convincerlo, e con questi mezzi,  della concretezza e credibilità dell’ipotesi di un’invasione su larga scala messa in atto da un Paese lontano (almeno per l’Europa occidentale), oltretutto in gravi difficoltà sul piano economico-militare.

Le stesse considerazioni varranno per il governo italiano: quando ad esempio Crosetto dice che l’Italia non sarebbe in grado di resistere ad un blitz simile a quello subito da Israele nell’ottobre 2023, cosa intende? Forse che la Russia (perché il riferimento era quello) potrebbe invadere lo Stivale? E come? Per “corrispondenza”? Oppure, c’è altro?

Aumentare subdolamente il carico di stress emotivo e tensioni, non avrà altro esito che quello opposto, inducendo la gente a sganciarsi da qualsiasi progetto contrappositivo rispetto a Mosca e Miensk.

Se le leadership continentali vogliono ricomporre lo strappo con un segmento consistente dell’opinione pubblica, anche in modo da elaborare soluzioni di contrasto alle minacce esterne ed interne di qualsiasi natura, dovranno come prima cosa adottare una postura il più possibile trasparente ed onesta. Quella va messa nel kit e per molto più di 72 ore.