Negli ultimi due anni molti di noi si saranno sicuramente sentiti dare del “no-vax”, dell’irresponsabile oppure dello sciocco al servizio dei poteri forti, nel corso di una discussione sui social o nella vita offline. In quel caso avevamo davanti una persona “polarizzata”.
Il “polarizzato” non coglie la sfumatura, il dubbio e il particolare, perché ha un visione manichea e bicromatica. Di conseguenza assocerà al fronte opposto, agli avversari diretti (che trasforma sempre in “nemici”), tutto ciò che si discosta, anche solo minimamente, dalle sue idee.
Ecco perché il confronto con loro è spesso inutile se non dannoso ed ecco uno dei motivi per cui aver favorito la polarizzazione e il conflitto è stato un autentico crimine sociale, da parte delle istituzioni e dei media.
Negli anni ’20 del secolo scorso, l’università di Harvard riuscì a pubblicizzare con grande efficacia le scoperte sui Maya di un suo professore e questo grazie alla collaborazione di un consulente di comunicazione (James W.D Seymour).
Ecco cosa scrisse a riguardo Charles A. Merrill, opinionista del “Personality”: “Forse stupirà qualcuno sentirsi dire che il più antico e rispettato vertice del sapere in America ha deciso di imitare le ferrovie, le associazioni professionali, i produttori cinematografici e i partiti politici ingaggiando un addetto stampa. Eppure è così…e non c’è praticamente alcun college o università del paese che non faccia altrettanto con il benestare del suo senato accademico e del corpo insegnante, dotandosi di un addetto stampa e relativi assistenti che lavorano per intrattenere un rapporto cordiale con i giornali, e attraverso i giornali con il pubblico […] Questa procedura rompe nettamente con la tradizione. Nei più antichi luoghi del sapere è un’innovazione recente, che viola l’articolo fondamentale del credo delle antiche consorterie accademiche. La prima regola del docente sembrava essere la torre d’avorio. E il college faceva di tutto per essere separato dal mondo…Detestava che si ficcasse il naso dall’esterno nei suoi affari. Con riluttanza e disprezzo potevano anche ammettere qualche giornalista alla cerimonia delle consegna dei diplomi, ma non si andava oltre […] Oggi, se un giornalista vuole intervistare un professore d Harvard, gli basta telefonare all’ufficio informazioni dell’università. Ufficialmente Harvard ancora schifa la carica di ‘direttore pubblicitario’, ma in via informale il responsabile del suddetto ufficio, attualmente un importante funzionario di Harvard, è praticamene un addetto alla pubblicità.”
Merrill avrà forse peccato di eccessivo ottimismo, ad ogni modo è vero che già oltre un secolo fa le università e i centri di ricerca statunitensi avevano iniziato, e con ottimi risultati, ad avvalersi della mediazione di addetti stampa ed esperti di comunicazione. Questo non soltanto per “reclamizzarsi” (far conoscere le proprie scoperte, ottenere finanziamenti pubblici e privati, ecc) ma anche per avvicinarsi di più al pubblico attraverso un linguaggio ed un atteggiamento adeguati che rompessero con un certo auoreferenzialismo elitario dannoso per la loro immagine come per la credibilità delle stesse discipline di cui si occupavano.
Una lezione che risulta quanto mai utile oggi, e non solo guardando al caso italiano.
Dalle colonne del quotidiano danese “Ekstra Bladet”, il giornalista Brian Weichard chiede scusa al pubblico per la comunicazione allarmistica della stampa e per il suo appiattimento alla linea governativa.
La notizia passa poco in Italia oppure “Ekstra Bladet” (che esiste dal 1904 ed è uno dei principali giornali del Paese) viene accusato, qui ma anche altrove, di complottismo, dozzinalismo, ecc. Il “sistema” fa insomma quadrato e serra i ranghi (tecnica della “proiezione” o “analogia” incapsulata nella propaganda “agitativa”) contro una voce dissenziente oltremodo pericolosa, se si considera che la stampa è stata ed è uno dei principali vettori della narrazione dominante in questa fase sindemica.
Arricchirsi non è, di per sé , una colpa (anzi), neppure durante i periodi di emergenza. E’ sempre successo. C’è tuttavia da chiedersi se chi sta traendo vantaggi e benefici dalla fase sindemica non eserciti anche delle pressioni, indebite e occulte, su media e istituzioni, così da rimandare il ritorno alla normalità e/o aggravare lo scenario emergenziale e/o appesantirne la percezione. E’ sempre successo anche questo.
Dispiace che le sinistre, storicamente sensibili a certe problematiche, facciano oggi orecchie da mercante, bollando come complottismo gli allarmi a riguardo.
*negli ultimi due anni i 10 uomini più ricchi del mondo hanno raddoppiato le proprie fortune, mentre 163 milioni di persone sono cadute in povertà. In Italia abbiamo avuto invece 1 milione di poveri in più nel solo 2020
Per il suo status, per ciò che fa e rappresenta, un personaggio come Đoković trascende il presente e il contingente, li supera ed è già Storia, già leggenda, già mito. Questo perché, anche perché, atleti di quel calibro sono capaci di produrre “un’emozione identica a quella di un artista” (e qui la citazione non vuol essere spiritosa bensì serissima).
Viceversa il Covid è un fenomeno transitorio, come transitorie sono le normative eccezionali adottate per cercare (spesso inutilmente) di contrastarlo e le classi dirigenti che le hanno stabilite.
Una volta venuta meno l’emergenza e la cintura emotiva che la sostiene, quelle normative saranno sottoposte a revisione critica, i pensieri si faranno più lucidi e meno polarizzati, e il tennista serbo apparirà allora sotto una luce ben diversa (pure volendo considerare certi aspetti senza dubbio opachi e ambigui nella condotta delle autorità australiane).
La sua natura “ontologica” di figura al di là dei tempi prevarrà insomma, almeno questa è l’ipotesi sulla scorta degli esempi individuati dalla Storia, sul tempo-come-tempo-presente.
Secondo questo giornale (neanche definibile “minore”, anzi) cercare una cura farmacologica al Covid, come tra l’altro stanno facendo anche le case che producono il vaccino contro il virus, sarebbe un atteggiamento “no-vax”. Una posizione che definire fanatica, superstiziosa e anti-scientifica sarebbe poco, a maggior ragione se pensiamo che si tratta di un organo di informazione. La polarizzazione dominante e imperante in questa fase storica, nella sua veste peggiore.
Nota: la malafede è dimostrata anche dalla scelta della foto a corredo del pezzo
No-vax che vengono proiettati al centro delle cronache nazionali, qualsiasi cosa facciano o dicano, anche se sono persone anonime o quasi; no-vax che predicano la violenza, senza però esercitarla mai; no-vax che parlano di marce su Roma e assalti al parlamento, salvo cambiare bersaglio all’ultimo secondo; no-vax che predicano la violenza ma subito dopo la non-violenza; no-vax che non vengono mai arrestati, nonostante le ripetute denunce e la fedina penale sporca; no-vax che, nonostante multe e ammende salatissime, sembrano godere di un elevato tenore di vita o comunque di non risentire delle sanzioni pecuniarie ai loro danni; no-vax che sono sempre sopra le righe; no-vax con trascorsi nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine; no-vax che si fanno riprendere intubati e in uno stato pietoso, pur continuando a tenere il punto (esponendosi così al ridicolo).
Può darsi si tratti di soggetti borderline o semplicemente di “rivoluzionari da salotto” . O forse potrebbe esserci altro.
Al di là dell’immancabile politically correct e del facile buonismo secondo cui la vera vergogna per chi indossa una divisa sarebbero vicende come quella di Cucchi e Aldrovandi*, è sbagliato e controproducente dare in dotazione mascherine rosa alle forze dell’ordine.
I colori sono infatti una forma ben precisa di comunicazione (e di propaganda), una delle più potenti ed efficaci, ed una tonalità del genere stride (e non perché è considerata “da donne”, o meglio non solo per quello) con il ruolo assegnato a carabinieri e poliziotti, a chi si occupa di sicurezza.
Facebook ha deciso di intervenire nella questione del tweet di Roberto Burioni (risalente al 2018 e tornato virale negli ultimi giorni ) sulle vaccinazioni durante una fase epidemica, avvisando che le dichiarazioni del medico marchigiano sarebbero state riprese senza tener conto del contesto dell’epoca e dunque in un modo che potrebbe “fuorviare le persone”. Sempre Facebook fa sapere che la valutazione è stata compiuta da “fact-checker indipendenti di Open” , pertanto il social ha deciso di inserire un banner che metta in guardia gli utenti (“contesto mancante”).
Una questione complessa, su cui è necessario fare alcune valutazioni e precisazioni:
PREMESSA:
Chi stabilisce l’indpendenza e la terzietà di Open? (la biografia del suo fondatore suggerirebbe tutt’altro) In base a quali criteri? Si rischia, è bene fare attenzione, di entrare in un ambito delicatissimo, nella speculazione più ardua, in distinzioni tra “vero” e “reale”, per intenderci, forse troppo grandi sia per Burioni che per i giornalisti di Open. Ancora: in base a quali criteri Facebook ha stabilito che lo staff di Open ha i numeri per fare un autentico ed efficace fact-checking?
Detto questo, il giornale spiega che: “L’intervento di Roberto Burioni non sostiene affatto la teoria del «non si vaccina durante un’epidemia». Coloro che diffondono il tweet, mettendolo in dubbio, non tengono conto del contesto dell’epoca relativo a malattie conosciute per le quali abbiamo i vaccini. Nel contesto attuale, la “cintura di sicurezza” contro la Covid-19 è stata scoperta dopo l’esplodere dell’epidemia in Cina e della pandemia nel mondo, non utilizzarla equivale a tentare il suicidio.”
Veniamo allora a fare chiarezza su alcuni punti:
Se è vero che è preferibile vaccinare prima che un’epidemia/pandemia scoppi, che prevenire è sempre meglio che curare, è tuttavia sbagliato sostenere che “l’idea di utilizzare un vaccino quando c’è un’epidemia è tanto brillante quanto quella da allacciarsi le cinture di sicurezza quando si ha un incidente”. Molte epidemie sono state infatti bloccate sul nascere o quasi proprio da una tempestiva campagna vaccinale, sia che la malattia fosse ancora poco conosciuta (si pensi all’Asiatica), sia che fosse già abbondantemente nota (si pensi, tra i moltissimi esempi a riguardo, all’epiemia di vaiolo in Jugoslavia nel 1972 oppure a quella colera a Napoli nel 1973).
Una comunicazione dilettanesca ed opaca, quella di Burioni, il primo ad aver abbandonao il focus del confronto. Un caso di mis-informazione che rischia di gettare ombre sui vaccini mettendone in dubbio l’efficacia e di prestare il fianco a facilissimi fraintendimenti (come infatti è accaduto). Un errore perdonabile ad un “profano” ma non ad un professionista della scienza e della Medicina. Un errore che ribadisce l’esigenza, per certe figure, di affidarsi alla mediazione di esperti di pubbliche reazioni e comunicazione.
Desta infine qualche perplessità che un social rivendichi la pretesa di assumere un ruolo pedagogico e didascalico, attraverso il contributo di un giornale online, sentenziando e stabilendo d’impèrio ciò che è fuori contesto e sviante e ciò che non lo è.
Definire “no-vax” Novak Đoković sarebbe semplicistico e fuorviante. Il campione serbo non si è infatti espresso contro i vaccini, in quanto tali, ma ha solo evidenziato delle riserve sulla vaccinazione obbligatoria anti-Covid. Né si può escludere che l’esenzione rilasciatagli fosse/sia scientificamente fondata o che tema reazioni avverse (ce ne sono state) capaci di pregiudicargli una carriera lanciata verso il record di Slam vinti.
Allo stesso modo sarebbe frettolosa e ingenua una certa esaltazione dell’Australia, che non lo ha respinto ma sta solo esaminando con accuratezza la sua documentazione, come avrebbe fatto qualsiasi altro Paese occidentale soprattutto dopo tanto clamore e dopo tante pressioni (esterne ed interne).
Non sono, insomma, solo i “complottisti” ed i “no-vax” a vedere le cose secondo il loro personale orientamento.