“Liberalismo” come “anticomunismo”; il vicolo cieco della destra italiana

Tema ricorrente nell’analisi della situazione politica italiana, l’assenza o la marginalità di una destra sul modello del resto del mondo occidentale.

La spiegazione di quello che con il passare degli anni si presenta sempre più con le caratteristiche di un autentico “vulnus”, è rintracciabile nella contrapposizione bipolare e nella presenza, nel nostro Paese, del più grande partito comunista dell’emisfero democratico, fenomeni cinquantennali che hanno indotto il nostro conservatorismo a ripiegare sulle istanze dell ‘anti-comunismo, auto-impedendosi così uno sviluppo ad ampio raggio della propria azione politica e della propria elaborazione teorico-ideologica.

La destra di casa nostra vive dunque un eterno fraintendimento tra i concetti e le categorie di “liberalismo” ed “anticomunismo”, all’interno del quale la sola antitesi rispetto alle sinistre è o sembra sufficiente a consegnare la patente di “liberale”.

Il pragmatismo dell’opportunità libica

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La guida di una missione militare internazionale in Libia* si tradurrebbe, per l’Italia, in un’opportunità decisiva per riaffermare il suo ruolo di potenza predominante nel Mare Nostrum e per (ri)riguadagnare quella quota di “royalties” andata perduta a vantaggio di altri Attori (ad esempio la Francia) dopo la rivoluzione popolare anti-gheddafiana

A ciò si somma l’urgenza di arrivare quanto prima ad una pacificazione dell’area, traguardo che soltanto l’opzione militare può, ad oggi, garantire in un marasma come quello libico.

Una lettura della politica e della geopolitica che sia pragmatica e libera dai legacci dell’ideologia non potrà dunque che legittimare una scelta basata sull’ “hard power” nella nostra ex colonia.

*La conditio sine qua non è, ovviamente, che tale opzione sia studiata in modo da offrire garanzie sul lungo periodo, senza concedere margini all’improvvisazione.

Donald Trump e Barry Goldwater: figure diverse per un destino comune

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La candidatura di Barry Goldwater (1909-1998) alla Casa Bianca, con il GOP nel 1964, rappresentò un atto suicidario per i repubblicani, che andarono incontro ad una debacle tra le più brucianti della loro storia.

 

A pesare contro Goldwater e ad avvantaggiare Lyndon Johnson, infatti, non ci fu soltanto l’elemento emotivo (il presidente in carica era entrato al 1600 di Pennsylvania Avenue dopo l’assassinio di JFK) ma anche le posizioni del repubblicano, considerate, anche all’interno del suo stesso partito, reazionarie e pericolose.

 

Benché l’etichetta di estremista sia un giudizio troppo frettoloso per Goldwater* (fu un “prodotto” peculiare della Guerra Fredda, capace anche di slanci liberali), un medesimo scenario potrebbe ripetersi qualora fosse Donad Trump a correre per l’Elefantino, a novembre. Il magnate di New York è infatti inviso alle varie correnti del suo partito, proprio per le stesse motivazioni che “azzopparono” Goldwater negli anni ’60.

*Martin Luther King denunciò in lui addirittura segni di hitlerismo.

Il “caso” Vendola, le donne “sfruttate” e quello strisciante maschilismo.

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L’idea secondo cui una donna che offre il proprio utero in “locazione” (surrogazione di maternità) debba necessariamente essere sfruttata e/o costretta da una situazione economico-sociale avversa, muove da un impianto teorico classista-borghese e, prima di tutto, sessista-maschilista.

In buona sostanza, si procede secondo l’ideale tradizionalista e reazionario che, identificando e ingabbiando la donna nello stereotipo materno-focolaristico, non ammette e concepisce variazioni e distacchi rispetto a tale percorso.