Berlusconi e l’amico Erdogan, Erdogan e l’amico Putin. L’etica dei gasdotti.

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Oggi percorso da uno scomposto sentimento anti-turco, il movimento d’opinione conservatore italiano sembra dimenticare come l’amicizia con Recep Tayyip Erdoğan sia stata uno dei punti fermi della politica estera, economica e geo-strategica di Silvio Berlusconi e dei suoi governi.

Questo, è bene sottolinearlo, contribuendo all’affossamento di progetti come il Nabucco*, il gasdotto voluto per ridimensionare la dipendenza energetica europea da Mosca, a vantaggio del South Stream, per adesso abbandonato ma concepito da Putin come asse portante della strategia energico-politica russa.

La Turchia è inoltre un partner fondamentale anche per il Kremlino, in ragione del suo ruolo di secondo cliente di Gazprom e di progetti come il Turkish Stream, una pipeline che, aggirando l’Ucraina (facendo di Ankara una hub per 63 miliardi di metri cubi di oro blu), toglierebbe molte castagne dal fuoco ai russi.

*da qui, il riferimento alla narrazione biblica

Jet russo: perché non scoppierà la III Guerra Mondiale e perché Putin ha commesso un errore. Lo scenario del 1962.

Turkey-Russia-FlagsTra i momenti più bui della Guerra Fredda vi furono l’abbattimento, da parte della contraerea sovietica, di un areo-spia statunitense U-2 (venne distrutto per errore anche un Mig-19 della Voenno-vozdušnye sily SSSR) e l’abbattimento sui cieli della penisola di Sachalincon, ad opera di un caccia intercettore sovietico Sukhoi Su-15, di un jumbo della Korean Air Lines con a bordo 269 civili, tutti deceduti.

Nonostante la forte reazione emotiva, soprattutto per l’attacco al jumbo sudcoreano (tra l’altro, in quel caso non c’era stata alcuna violazione intenzionale dello spazio aereo dell’URSS), l’Occidente non avviò nessuna rappresaglia di tipo militare contro Mosca; la posta in gioco era troppo alta, e valeva la vita di miliardi di esseri umani.

Allo stesso modo, oggi, il Kremlino è perfettamente consapevole, esattamente come gli USA e l’Occidente ieri, dell’irrazionalità di ogni risposta militare contro Ankara, membro NATO, dopo la distruzione di un suo bombardiere tattico nei cieli turchi.

Non solo la Federazione Russa si trova in una posizione debole sul piano politico-diplomatico (è improbabile che Erdogan abbia ordinato di colpire il bombardiere senza una valida ragione) ma sa che qualsiasi atto ostile verso la Turchia avrebbe come conseguenza una reazione armata e termonucleare occidentale, che porterebbe all’annientamento del Paese.

Lo scenario del 1962 e rischi per Putin

Paragonato più volte a Jurij Andropov per la provenienza di entrambi dal Kgb, Putin è tuttavia più vicino, almeno per quanto riguarda gli indirizzi della sua politica estera, a Nikita Chruščёv. Se, infatti, Chruščёv si dimostrò un riformatore “illuminato” dopo gli anni staliniani (Putin è, invece, un conservatore) in politica estera scelse una linea decisamente aggressiva ed avventuriera.

Forse confidando in una supposta debolezza dell’Occidente dopo l’insuccesso coreano e sottovalutando John kennedy in ragione della sua giovane età, l’ex contadino ucraino abbassò sempre più l’asticella del consentito, fino ad arrivare al punto di non ritorno della Crisi dei Missili di Cuba del 1962. Costretto ad una clamorosa quanto umiliante ritirata per evitare la III Guerra Mondiale (anche se gli accordi tra i due blocchi prevedevano per l’URSS la contropartita del ritiro dei vettori americani dall’Italia e dalla Turchia), il capo del Kremlino fu successivamente esautorato da ogni carica ed emarginato dalla vita politica nazionale.

Al pari di Chruščёv nel 1962, violando lo spazio aereo turco Putin ha commesso una mossa azzardata che, in assenza di una reazione (da escludere per i motivi sopracitati), potrebbe generare pesantissime ricadute sulla sua immagine e su quella del suo Paese.

Il successo di Erdogan: quello che l’Occidente non riesce a vedere

ErdoganI motivi della popolarità di Recep Tayyip Erdoğan vanno individuati nella durezza dell’approccio al secolare problema curdo-armeno e in quel muscolarismo autarchico in grado di risvegliare e sedurre la “revanche” ottomana dopo decenni di appiattimento alle coordinate atlantiche.

Costretta, durante la Guerra Fredda, ad una partnership con gli USA e la NATO contro un’URSS che aveva al suo interno la nazione armena (i missili turchi furono, insieme agli Jupiter pugliesi, uno dei nodi principali nei giorni della CMC*), Ankara si trova oggi a disporre di una maggiore libertà di manovra e decisione, svincolata da quella “solidarietà di blocco”** e da quel suo corollario valoriale che per 50 anni diressero la politica delle principali cancellerie democratiche.

*Crisi dei missili di Cuba

**(AntonGiulio de’ Robertis, “Riflessioni del Terzo Dopoguerra”)

La Turchia e le piazze italiane: il qualunquismo al potere

Leggo ancora adesso sortite demagogiche e qualunquistiche che contrappongono, esaltandola, la protesta turca ad una supposta inerzia da parte delle folle italiane, ovviamente messa (e messe) alla berlina. Come già sottolineato, un atteggiamento di tal genere rivela e palesa l’ assenza, più totale e sconfortante, di dimestichezza con gli strumenti base della storiografia, della sociologia e delle scienze politiche; la Turchia, intesa ed analizzata come approdo istituzionale e politico della parabola storica ottomana, reca un passato millenario di teocentrismo islamico di stampo imperialista, e dopo una parentesi di parziale secolarizzazione ed occidentalizzazione ( la vulgata del paradiso laico post-kemaliano abbisogna di un’opera di scavo e di un “labor limae” estremamente rigorosi) rischia di piombare , nuovamente, nell’oscurantismo confessionale ad opera di un tiranno reazionario e illiberale, Recep Tayyip Erdoğan. Si potrebbe accettare una simile convergenza solo se il Vaticano decidesse di muovere le armate per impossessarsi di quelli che furono i suoi antichi domini territoriali, ma così non è e così mai sarà.