I pericoli delle “gabbie”

L’intelletto più ingenuamente raffinato potrà rimanerse scosso dinanzi alla scelta operata dal centro-destra di puntare con indefessa costanza, nei dibattiti pubblici, su personaggi come la signora Santanchè. Si tratta, però e a ben vedere, di una scelta/strategia di comunicazione molto sottile e, cosa più importante, vincente; la Santanchè (e “quelli come lei”) parlano infatti il linguaggio comune, quello degli “everyman”, trattando i problemi della gente comune. Ma non solo: più l’avversario sarà preparato, educato, capace e razionale, più la “pitonessa” riuscirà a spiazzarlo, a disorientarlo. In poche parole, a batterlo. Almeno nella truffaldina percezione che ci consegna l’immediatezza televisiva. Questo perché una piattaforma argomentativa improntata alla provocazione e disancorata, pertanto, dalla razionalità, volutamente sconnessa, sfaccaiatmente e sguiatamenrte antconvenzioanle, farà saltare i dispositivi di lettura, filtraggio, difesa ed attacco di chi, invece, si muove secondo le coordinate della logica riflessiva e del contegno ponderato.

P.s: nelle tecniche della disinformazione codificate dal politologo statunitense H. Michael Sweeney, la strategia “santanchiana” si può individuare nei seguenti punti:

; Elusione
Non vedo, non sento, non parlo
Indipendentemente da quello che sai, non parlarne – specialmente se sei un personaggio pubblico, un conduttore televisivo, ecc. Se non viene riportato, non è accaduto, e tu non devi mai affrontare il problema.

; Diventa incredulo e indignato
Evita di discutere questioni chiave e invece concentrati su problemi marginali che possano essere usati per dimostrare come l’argomento di altri gruppi o temi altrimenti ritenuto sacrosanto sia diventato invece criticabile. Questa è conosciuta anche come la mossa del “Come ti permetti!“.

; Metti in dubbio le ragioni
Distorci o amplifica ogni fatto che può essere utilizzato per insinuare che l’avversario agisce in base a secondi fini nascosti o altre faziosità. Questo evita che si discuta dei problemi e costringe l’avversario sulla difensiva.

; Distrai gli avversari con insulti e ridicolizzandoli
Questa è conosciuta anche come la tattica fondamentale “attacca il messaggero“, anche se altri metodi si qualificano come varianti di quell’approccio. Associa gli avversari a titoli impopolari come “pazzi“, “conservatori“, “liberali“, “di sinistra“, “terroristi“, “fanatici della cospirazione“, “radicali“, “fascisti“, “razzisti“, “fanatici religiosi“, “maniaci sessuali” e così via. Questo spinge gli altri a ritirarsi dal sostenerli per paura di venire etichettati allo stesso modo, e tu eviti di confrontarti con i problemi.

; Utilizza un fantoccio
Trova o crea un elemento credibile della tesi dei tuoi avversari che puoi facilmente abbattere per farti sembrare dalla parte della ragione e mettere in cattiva luce l’avversario. Oppure tira fuori una questione della quale puoi con sicurezza insinuare l’esistenza basata sulla tua interpretazione dell’avversario / degli argomenti dell’avversario / della situazione, oppure seleziona l’aspetto più debole delle accuse più deboli. Amplifica il loro significato e distruggile in un modo che sembri ridicolizzare, allo stesso modo, tutte le accuse reali e costruite, evitando inoltre che la discussione si sposti effettivamente su problemi concreti.

; Associa le accuse degli avversari con vecchi avvenimenti
Una tattica derivata da quella del fantoccio – di solito, in qualunque situazione dove si abbia grande visibilità, qualcuno all’inizio farà accuse sulle quali si può discutere o si è già probabilmente discusso – un tipo di investimento per il futuro qualora la situazione non fosse facilmente controllabile. Dove puoi prevederlo, crea un problema fantoccio e trattalo come una parte contingente del piano iniziale. Le accuse successive, indipendentemente dalla loro validità o dalla scoperta di nuovi elementi, possono poi di solito essere associate con l’accusa originale e liquidate come un rimaneggiamento della stessa senza bisogno di affrontare problemi attuali – ancora meglio se l’avversario è, o è stato coinvolto, con la fonte originale. Falsifica.

; Impressiona, contrasta e pungola gli avversari
Se non puoi fare nient’altro, rimprovera e schernisci i tuoi avversari e trascinali a risposte emotive che tenderanno a farli sembrare stupidi ed eccessivamente motivati, e generalmente rendono il loro materiale in qualche modo meno coerente. Nascondi le Prove

; Ignora le prove presentate, chiedi prove impossibili
Questa è forse una variante della regola “Fai finta di non sapere“. Senza tener conto del materiale presentato da un antagonista nei forum pubblici, dichiara che il materiale fornito è irrilevante e richiedi prove impossibili da ottenere per l’avversario. Allo scopo di evitare completamente di discutere dei problemi, potrebbe essere necessario che tu debba criticare e negare che i media e libri siano fonti attendibili, negare che i testimoni siano degni di fiducia, o anche negare che dichiarazioni fatte dal governo o altre autorità abbiano qualche significato o rilevanza.

Consiglio: sintonizzatevi su Giallo TV. O leggete un buon libro.

De Boldrinite

Tra le 25 regole della disinformazione individuate e illustrate dal politologo statunitense H.Michael Sweeney, se ne segnala una, di larghissimo impiego nell’arsenale retorico non solo berlusconiano ma, più in generale, del suo comparto di sostenitori. Questa strategia si presenta con la formula “attacca il messaggero”, e il suo obiettivo è quello di colpire e ridicolizzare l’interlocutore-avversario mediante epiteti particolarmente impopolari e richiamanti il grottesco. L’azionista di maggioranza del centro-destra e il suo popolo di simpatizzanti vi ricorrono in special modo per replicare alle critiche rivolte all’indirizzo dell’arcoriano, con i “contenders” bollati come “fissati”, “ossessionati”, ecc. Si tratta di una “exit strategy” estremamente efficace perché consente di spostare l’attenzione dall’oggetto del contendere (la difesa di Berlusconi non è certo cosa semplice ed agevole), alleggerisce il peso sul bersaglio dell’attacco e lo trasferisce sul “messaggero”, appunto, della critica, che in questo caso ci viene presentato alla stregua di un maniaco in preda a devianze ossessive. Di tattica, però, si tratta. Un diversivo. Altra cosa è l’atteggiamento, questo si realmente compulsivo, che destri e grillini stanno manifestando nei confronti di Laura Boldrini; ferma restando la mia personale ed inossidabile antipatia per la Presidente della Camera, che ritengo depositaria e portatrice di tutti gli stereotipi più peculiarmente negativi della sinistra occidentale nella sua declinazione “rosa” (protofemminista, misandrica, snob, bacchettona, radical chic”), l’acrimonia che i testimoni di Grillo e gli adepti di Berlusconi palesano e concretizzano nei suoi confronti meriterebbe, a modesto avviso di chi scrive, una riflessone ed una sosta di carattere extra-politico

Ecco dove e perchè Grillo è più debole di Mr.B

Da “L”Unità” (l’ex giornale degli ex amici di Mosca. Ohibò..i “liberali” chiudano pure gli occhi)

“Coerente, in fondo, lo è. Marco Travaglio viene da quella destra italiana che ha sempre avuto come sua ossessione la sinistra. La cui storia descrive con le mani insanguinate e con gli scarponi chiodati. Nel 1994, proprio per far deragliare i nipotini di Stalin, Travaglio accarezzò la Lega. Cioè un movimento ribelle dei territori, ma pur sempre agli ordini di Berlusconi. Nel febbraio scorso ha puntato invece sul M5S, ossia su un movimento ribelle della rete, e tuttavia garante del buon mondo antico presidiato dal grato Cavaliere.

Alla forza meno granitica che ha espresso la storia repubblicana, Travaglio intende prestare un disperato soccorso. E perciò strilla contro il «giornalismo servo» che descrive i mitici deputati di Grillo come divisi, poco esperti, attardati sulle questioni degli scontrini. Urge una rapida controstoria delle eroiche gesta per riscattare l’onore perduto. Ed ecco però come il saggio, lui sì non «prostatico», Travaglio tira le fila: occorre un bel «collegio dei probiviri» che liquidi la senatrice «furbona», «l’altro genio» che andava in Tv, i dissidenti feriti solo «sul nobile ideale della diaria».
Ma come? Senza neppure accorgersene, Travaglio descrive l’esperienza del M5S proprio come abitualmente fanno le spregevoli «guardie del corpo dei partiti» che riempiono di insulsaggini i loro giornali. E però «il cameriere del contropotere» aveva l’intenzione di celebrare la missione storico-cosmica del M5S, santificato come «unico», «primo», «storico» in ogni gesto, opposizione, sogno e proposta.
Non meno confuso il corazziere di Grillo (e quindi un po’ carabiniere anche di Berlusconi) appare quando indossa gli abiti del suggeritore strategico. Oltre alle adunate dei probiviri per rimettere disciplina, i grillini «convochino conferenze stampa e iniziative di piazza» contro «quell’ente inutile che è ormai il parlamento». Perfetto. La memoria lo riporta, con un sospetto automatismo, all’aula sorda e non più grigia ma comunque inutile. Contro di essa occorre scaldare la piazza in un moto di ribellione perpetua contro istituzioni nemiche, con la subdola vocazione al «golpetto» e quindi senza alcun valore normativo.

È quello che Grillo sta già facendo, condannando all’irrilevanza un movimento di quasi 9 milioni di elettori, destinato alla frammentazione e alla fronda per l’assoluta mancanza di guida politica. Senza un briciolo di organizzazione, un confronto sui programmi, una strategia politica di breve e medio periodo non c’è nulla che possa trattenere una forza che sbanda e procede alla cieca: né gli anatemi di un comico arrabbiato né le scomuniche di un giornale amico.

Il disegno che Grillo persegue è quello di un movimento certo dimagrito ma non esangue, che si serve delle istituzioni come di un semplice megafono, che ricorre alla piazza per scopi di propaganda ma ha poi nel blog privato del capo il suo centro assoluto di riferimento. Il mondo è però troppo complesso per rinchiuderlo in un blog. E delle forze centrifughe, al cospetto dello scacco continuo che il non-partito incassa nelle sedi della rappresentanza, spingeranno alla deriva una litigiosa formazione flash da mesi chiusa in un vicolo cieco.

Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici. Anche Grillo dispone di un partito della micro azienda, con alcuni giornali e trasmissioni Tv di supporto. Ma la sua potenza di fuoco, che è stata devastante durante la campagna elettorale, pare spenta dopo l’ingresso trionfale nel Palazzo, occupato per non combinare nulla.
Il mito di un uomo solo al comando anche stavolta non funziona. Senza un’ideologia coerente, una macchina di un qualche spessore, un blocco di interessi sociali di riferimento nessun capo assoluto, seppure coadiuvato da un guru millenarista o da media vicini agli spifferi della polizia giudiziaria, riesce a mantenere il saldo controllo di una schiera di eletti reclutati con provini, autopromozioni, cooptazioni, filmati.
La velleità di raccogliere in ogni piazza un risentimento su una singola istanza e definire così una eterogenea aggregazione di micro-rabbie non porta ad una politica. La fenomenologia della rabbia a febbraio ha gonfiato una metafisica della rivolta. Ma se l’ingresso nel palazzo è sterile, e improduttiva si rivela la partecipazione al gioco politico, difficile pare accendere di nuovo la miccia della ribellione. Neanche se l’ordine di insurrezione lo redige Travaglio, che sogna un vecchio comico al Palazzo e un altro a scaldare la piazza invocando di visitare il suo blog”

Analisi lucida e puntuale che non posso che condividere, eccezion fatta per un passaggio:

“Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici”.

Grillo ha, per struttura caratteriale (personalità forte ed accentratrice come quella di Berlusconi ed ego ipertrofico) l’idea/obiettivo del capo carismatico/monarca assoluto, ma la sua fragilità rispetto al Cavaliere nell’edificazione di un simile progetto non risiede nella diversa potenza di fuoco mediatico dei due partiti o nell’immaturità organizzativa del Movimento, quanto nel fatto che il M5S, a differenza del PdL e di FI, è nato (almeno nelle intenzioni della sua base), proprio come “turning point” rispetto alle vecchie e stantie prassi del sistema, compreso il millenarismo avventista del capo che l’arcoriano incarna e che tanto ammorba ed affossa l’altra metà del cielo politico italiano. Pretendere che i tanti, tantissimi soggetti provenienti dai movimenti o dalle porzioni più radicali e idealiste della sinistra italiana e adesso gravitanti nell’orbita pentastellata, possano accettare epurazioni e diktat di scuola staliniana o xiaopingiana o, peggio ancora, sposare posizioni teonomiche, significa azzopparsi in partenza e consegnarsi ad una rapida ed irreversibile emorragia di consensi e credibilità.

M5S, istantanea di una debacle. O la (non) democrazia del frigorifero.

Il clamoroso rovescio subito dal Movimento 5 Stelle alle recenti Amministrative (2/3 dei voti andati perduti) si può comprendere soltanto esaminando l’istologia dell’ elettorato ed operando una distinzione tra il voto “tradizionale” e quello di “protesta”. Se il primo può essere infatti un voto molto spesso di abitudine, lasseferista, distratto, stanco (scelgo la lista X perché è uso nella mia famiglia, perché nella mia zona vincono sempre loro, ecc), il voto di “protesta”, liquidista, qualunquista o demagogico che sia, è sempre un voto di costruzione, di “pretesa”, di attesa, un voto “per”. L’elettore vuole, esige, che la sua scelta segni un “point break”, un giro di boa. In parole povere, si aspetta cambi qualcosa, e che cambi presto, con ritmo circadiano. Esattamente ciò che voleva e pensava chi a febbraio marcò con la crocetta il simbolo con le cinque stelle. Beppe Grillo avrebbe potuto imprimere a questo Paese la più grande svolta rivoluzionaria dal 1992-1994, tramite un governo di scopo e a “tempo” con il centro-sinistra; questo perché, brandendo il ruolo di ago della bilancia (il cartello bersaniano era sotto al Senato) aveva l’occasione di sedersi a capo tavola, negoziando ed ottenendo tutte quelle riforme ed istanze contenute nel programma elettorale del Movimento, tra le quali, cosa non da poco, l’ineleggibilità di Berlusconi. Ha invece preferito rinchiudersi in una torre d’avorio, in splendida ed urlata solitudine, bollando gli interlocutori come “stalkers politici”, alternando molotoviani “niet” ai più familiari “vaffanculo” all’indirizzo di chiunque imbastisse e presentasse ipotesi di convergenza. Nei 4 mesi di permanenza in Parlamento, il gruppo pentastellato si è segnalato per le liti e le polemiche sulla diaria, sui rimborsi, sugli scontrini e per un ddl, l’unico e tra l’altro ad personam, sull’abolizione del reato di vilipendio al Capo dello Stato (una ventina di attivisti grillini sono sotto inchiesta per aver offeso Napolitano sul blog). Un po’ poco, per il nuovo Terzo Stato della politica italiana. Nei sistemi democratici, il governo del Paese, e quindi la sua opera di cambiamento, è impossibile senza alleanze (salvo nelle realtà a bipolarismo rigido) ed attestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizione delle debolezze e contraddizioni altrui, reali o presunte che siano, alla lunga stanca, e senza tema di smentita non serve alla comunità. Voti in frigorifero, per l’appunto, come quelli di Covelli, come quelli del MSI ante-dicembre 1993. до свидания. Dasvidania.

Ruby, la Boccassini e la “tolleranza” a corrente alternata

La battuta della Boccassini su Karima El Marough, in arte Ruby, durante la sua requisitoria (“una ragazza intelligente, di quella furbizia orientale, propria delle sue origini”) è grave, gravissima, per diversi motivi e sotto molteplici punti di vista. E’ grave, è gravissima, perché Boccassini è una donna delle istituzioni, è grave, è gravissima, perché la togata si è lasciata andare ad uno “sconfinamento” oltre il perimetro delle sue competenze (e conoscenze), è grave, è gravissima, perché si tratta di una sortita dai chiari, manifesti ed inequivocabili contorni razzisti e xenofobi. Una battuta che denota ignoranza, dalla sciatteria intellettuale rumorosa, fragorosa, rutilante. Dispiace ma non stupisce, ancora una volta, il silenzio dei censori del politicamente corretto e dell’ecumenismo etnico a corrente alternata; sempre pronti a bacchettare tutto e tutti, anche e molto spesso a sproposito, mettendo sul bilancino del buonsenso virgole e congiunzioni, adesso tacciono, perché a sbagliare è stata una delle loro icone e perché la destinataria dello strale intinto nel qualunquismo è un'”amichetta” di Berlusconi. La mente libera, liberale e libertaria, non potrà che inorridire per la frase alla “Der Stürmer” pronunciata dal Pm milanese, come di questa parzialità ideologica che stupra e azzoppa la morale civile, inquinandola nel suo atomo primo, che è la comunicazione. Fiero di non aver bisogno di eroi.

P.s: immaginiamo un intervento dello stesso tenore, da parte di un magistrato “vicino” al centrodestra, su un ebreo od una donna…

Governo Letta: il tempo della responsabilita’

La delicatezza dell’ attuale segmento congiunturale impone un ripensamento delle priorità nazionali (e non solo), con il conseguente accantonamento,­ ad esempio, di ogni “quaestio” legata alla situazione giudiziaria dell’ex premier, Silvio Berlusconi. Come nella forchetta 1943-1947, nel 1976 e , prima ancora, ai tempi degli Zanardelli-Giol­itti, il nostro Paese necessita di un esecutivo forte e coeso che sappia rilanciare l’economia nazionale, varando quell’imponente­ pacchetto di riforme necessario alla rivitalizzazion­e del tessuto connettivo economico, l’imprenditoria­, rinegoziando il debito e le sue modalità di pagamento a Francoforte e Strasburgo. Esasperate partigianerie di bandiera, multicromatici e centrifughi frondismi, fuorvianti populismi e sussulti ideologici di stampo 800-900esco, debbono e dovranno essere defenestrati dal buonsenso che l’ora impone. Nemmeno a me entusiasma un ” appeasement ” con l’uomo peggiore di queste due ultime decadi, ma ancor meno riesce ad entusiasmarmi la gravissima spaccatura, politica, civile, sociale, che una contrapposizion­e ideologica, in un momento tanto critico come quello che stiamo sperimentando, potrebbe generare.

Quanto a Giuseppe Piero Grillo, nel suo ultimo post mette in campo un corredo lessicale caotico che, come al solito, non dice nulla. Alza la polvere, confonde, estrae dal cilindro tutta la sua pittoresca “ars comica”, crea un montaggio in cui i membri del nuovo governo si trasformano negli Addams, Lupi diventa “Mariangela Fantozzi”, Letta “Capitan Findus” ma, come detto, nessuna proposta, nessuna ipotesi terapeutica, nessuna analisi economica e finanziaria, nessun lavoro di scavo degno di un politico da 8 milioni di voti. Soltanto una parata di rutilanti acrobazie gergali e figure retoriche, un “TRUMP! CRACAAACCKKKK! SDLENG! BUDUMMMM! TRAAAAAAAAMMMMM­BUSTIIIIIIIIOOO­OOOOOO!!”, riproposizione di un Futurismo, azzoppato e stanco, che nulla riesce a dare. Se non una risata.

“Dagli alla kasta!”, sarà il grido dell’ingenuo…

Grillo avrebbe potuto, acconsentendo ad un governo di “scopo” con PD e SEL, mettere Berlusconi definitamente alla porta, obbligando gli alleati a varare un dispositivo sul conflitto di interessi e facendo rispettare (cavilli a parte) la normativa del 1956 sull’ineleggibilità. Lo propone, macchiavellisticamente, adesso, sapendo che il centro-sinistra, impegnato in un progetto di larghe intese con l'”avversario”, non potrà accettare. Un tempo, i miliardari tentavano di uccidere la noia con droghe e prostitute; adesso usano la politica.

Beppe Grillo, il “Vento divino” che salvò Silvio Berlusconi

Nel 1274 e nel 1281, la poderosa flotta mongola agli ordini di Kublai Khan tentò lo sbarco sulle coste giapponesi, così da invadere l’Impero del Sol levante, assoggettandolo­. In entrambe le occasioni, giunse ai nipponici dalla natura un aiuto tanto inaspettato quanto determinante: un tifone, il “kamikaze”, il “vento divino”, appunto. Beppe Grillo aveva la possibilità di creare con il centro-sinistra­ un governo di “scopo”, che desse al Paese quelle riforme (in buona parte giuste e condivisibili) che avevano fatto da propellente al suo successo elettorale. Avrebbe potuto sedersi a capotavola, negoziando dalla posizione di forza che la sua consistenza numerica gli assicurava, per cambiare le cose. Avrebbe, soprattutto, potuto eliminare Berlusconi in via definitiva dalla vita pubblica e politica nazionale, varando un dispositivo sul conflitto di interessi, impedendogli di far slittare i processi, facendo applicare la legge del 1956 sull’ineleggibi­lità. Invece, il comico genovese ha preferito adottare una strategia di attacco, prima contro il PD, scardinandolo (o cercando di scardinarlo) con il grimaldello Rodotà, e adesso contro il duo PD-PDL, costringendo il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte e quello di Via dell’Umiltà ad un responsabile (ma sicuramente impopolare) “menage a dois”, pretesto, strumento e volano ideale per la sua demagogica campagna “anticastista”.­ Nessuna riforma auspicata dall’elettorato­ pentastellato sarà varata, e Berlusconi continuerà, impunemente, a dettare legge in politica, a detenere il timone della nave Italia. Questo, “stricto sensu”, il risultato prodotto da Grillo, il “vento divino” che spazzò i giudici dall’orizzonte berlusconiano. Il comico ha così fornito la prova definitiva sulla sua reale natura: affetto da ipertrofia dell’ego, vede nella politica un mezzo di affermazione personale e di personale rivalsa, innanzitutto nei confronti del PD, cui non ha perdonato il “gran rifiuto” ai tempi delle primarie del 2009. Anni di “confino” alla corte dello yogurt Yomo dopo le battute sul Garofano, hanno inoltre reso esasperate la sua ambizione, la sua voglia di riscatto, la sua acrimonia revanscista. E a pagarne le spese siamo in 61 milioni. Anzi, sono. Au revoir, mon docue pays. Bonne chance.

ProvviRenzi

Secondo la dottrina cristiana, la Divina Provvidenza si esprime e manifesta per mezzo di un’intersezione apparentemente causale e contorta di eventi che, però, ha una progettualità ben precisa e definita leggibile soltanto attraverso gli occhi, bendati, della fede. Riducendo il concetto all’ambito più squisitamente immanente e secolarizzato della politica, il “knock down” subito dal centro-sinistra potrebbe trasformarsi, paradossalmente, nell’occasione irripetibile per parcheggiare “in omne tempus” (rendendolo inoffensivo) Silvio Berlusconi. Il pareggio, con il conseguente fallimento del progetto bersaniano, consegnerà infatti la leadership del cartello politico-elettorale liberal a Matteo Renzi, il quale è senza tema di smentita, al pari e in sinergia con Grillo, l’unico in grado di raschiare il principale serbatoio di voti del Cavaliere, drenandogli i consensi di quell’uomo qualunque da sempre sensibile ai richiami del populismo-qualunquismo-liquidismo.
Renzi
Il borgomastro fiorentino è abilissimo populista nell’accezione storico-politica del termine, e lo è quanto e forse più del leader pidiellino e del comico genovese; la rottamazione, le campagne contro la “casta”, l’esperienza, trionfale, da sindaco e presidente di provincia, il giovanilismo fatto di maniche tirate su e di “X” al posto dei “per” nelle insegne dei suoi comitati (un orgasmo per chiunque sia dentro la comunicazione e il giornalismo) confezionano il ritratto ideale di un capo forte, giovane, capace, nuovo. L’apparato gli rimprovera quisquilie salottiane come il non aver conferito la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro o l’aver sfrattato gli immigrati in protesta contro la “sanatoria truffa” o ancora aver appoggiato politiche di tipo liberistico, senza però capire, di nuovo, di nuovo e di nuovo, che all’uomo della strada, a quel segmento che sposta l’ago elettorale dal 1946 e forse da prima, tutto questo non importa. Anzi.

Bersani e il giaguaro

Messa da parte la facile e truculenta ironia cui il personaggio Pier Luigi Bersani si presta, vorrei spezzare una lancia in suo favore; non è cosa semplice ed agevole prevalere su un competitor che dispone del potere mediatico-economico di Berlusconi e che può contare su un cartello politico-elettorale del tutto privo di una reale collegialità e di una fisionomia consociativa. Non lo è, in special modo, quando al populismo-qualunquismo del proprio avversario si preferisce la trasparenza dei pensieri lunghi della responsabilità civile. A Bersani è stato infatti rimproverato il non aver parlato alla “pancia” del popolo italiano, ma come ho già avuto modo di sottolineare, un leader dev’essere una guida (“to lead”) non un (in)seguitore, un folower degli umori della piazza. Bersani non ha scelto il facile consenso che la strampalata promessa della restituzione di un’imposta può garantire, e questo lo ha sicuramente penalizzato in termini di voti. Ma non di dignità. Agli occhi della storia, sarà lui ad avere il braccio alzato.