
Nel 2001 un informatico italo-americano di nome Jonah Peretti inviò provocatoriamente alla NIKE la richiesta di personalizzare le proprie scarpe con la scritta “Sweatsop”*, termine che indica un luogo di lavoro caratterizzato da condizioni povere e socialmente inaccettabili per il dipendente. L’allusione era alle fabbriche della multinazionale nei paesi del Secondo e Terzo Mondo.
Il vivacissimo scambio di mail che ne derivò (“potete mandarmi un paio di scarpe del colore della pelle della bimba vietnamita di dieci anni che ha lavorato per farle?”) fu reso virale da una catena partita dagli amici dell’informatico, che nel giro di poche settimane si ritrovò famoso a livello globale e a dibattere sui media dei diritti dei lavoratori. Lui, senza alcuna competenza ed esperienza a riguardo, come infatti ebbe a riconoscere per primo.
L’aneddoto è emblematico non solo dei meccanismi della viralità ma pure dell’informazione, specialmente al giorno d’oggi; più del messaggio, in sé, conta chi lo veicola. Anche il caso di Gino ed Elena Cecchettin può essere per certi versi paragonabile a quello di Peretti.
*la NIKE aveva lanciato un sito tramite il quale i clienti avrebbero potuto scegliere colore e scritta delle loro scarpe