Io sono “Charlie” se rispetto chi non la pensa come “Charlie”

Essere “Charlie” significa accettare e rispettare chi ha un’idea di informazione distante da quella di “Charlie”.

Essere “Charlie” significa comprendere le ragioni di chi, come il NYT, ha deciso di non pubblicare le vignette “motivo” del massacro, le vignette di “Charlie”.

Essere “Charlie” significa guardare a chi fa satira con sensibilità e percezioni diverse come ad un arricchimento e non come ad un vigliacco, oppure ad un bigotto, o ancora ad entrambe le cose.

Altrimenti non sarete “Charlie”, ma Said, Cherif, Amedy e Hayat.

Soltanto in modo diverso.

Caro Giovanni (Giolitti), chissà cosa ne penseresti….

Tra i nemici più accaniti della legge sul suffragio universale maschile (1912) non figuravano soltanto gli sponsor della grande borghesia, agricola ed industriale, spaventata dall’idea che il voto alle classi meno agiate potesse confluire nelle forze della sinistra più massimalista, ma anche coloro i quali pensavano che l’elettore ignorante od analfabeta non potesse offrire un contributo valido e consapevole in cabina elettorale (all’analfabeta fu permesso di votare soltanto al compimento del 30esimo anno di età). Sbagliavano i primi (le forze di ispirazione socialista non furono mai maggioranza, tra le classi popolari) ma, soprattutto, sbagliavano i secondi. Costoro avrebbero, infatti, dovuto vedere tutti quei salami muniti di un titolo di studio superiore che oggi abboccano, indefessi, alle macroscopiche bufale (in realtà si tratta di satira) de “Il Corriere del Mattino” e de “Il Giornale del Corriere”.