Uso e abuso della Costituzione ai tempi di renziani e berlusconiani (e grillini).

Quando i padri costituenti (una comunità che spaziava dai marxisti ai monarchici con una netta prevalenza dei centristi moderati) decisero di dotare il nostro Paese di un sistema di tipo inossidabilmente parlamentare, il loro intento era quello di blindare la democrazia con una serie di dispositivi che bilanciassero gli equilibri tra i vari poter dello Stato e della politica. Ancora traumatizzata dall’ esperienza fascista e dal suo strascico bellico, l’Italia voleva intatti scongiurare il pericolo di rimanere imprigionata in un “cul de sac” come quello che aveva prodotto la dittatura tra il 1919 e il 1922.

Chi riferisce di supposte violazioni della democrazia, della libertà e della dignità dei cittadini a proposito della nomina del futuro premier senza il passaggio elettorale, dimostrerà pertanto una scarsa conoscenza della Costituzione “formale” e della storia del nostro percorso repubblicano; in Italia (come nella quasi totalità delle democrazie occidentali) il capo del governo è nominato infatti dal Presidente della Repubblica e il suo esecutivo sottoposto al voto delle Camere. Non esiste elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri o della massima carica da parte del popolo. Non esiste presidenzialismo come non esiste “premierato forte”, in nessuna delle loro declinazioni, variabili ed opzioni. (Giovanni Spadolini giunse nel 1981 a Palazzo Chigi sulla scia dell’improbabile 3% raccolto dal suo partito, il PRI, alle consultazioni del 1979, mentre il grande trionfatore dei referendum del 1993, Mario Segni, si vide poi scalzato da Carlo Azeglio Ciampi ). Improprio anche il riferimento all’attuale legge elettorale come ariete per scardinare la legittimità della nomina di Monti, Letta e Renzi, giacché il “Porcellum” “prevede l’obbligo per ciascuna forza politica di indicare il proprio capo. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell’incarico.”

Detto questo, non si potrà che evidenziare la capziosa contraddizione di un segmento della sinistra (in questo caso il comparto renziano) tradizionalmente accanita sostenitrice della centralità del cittadino-elettore e del “liquidismo” democratico e impegnata adesso in un duello con la logica e con il portato storico recente , dimenticando e volendo dimenticare come dal 1994 il premier abbia comunque goduto di un’investitura popolare “de facto” e con il placet di tutti, in qualità di leader della colazione uscita vincitrice dalle urne.

Per molto meno, altri sono stati messi all’indice ed alla pubblica ordalia come tiranni e sabotatori della libertà e delle garanzie costituzionali.

Malavita organizzata e separatismo: breve storia di un amore lungo 1000 anni.

Il caso “Trinacria”.

La vicenda giudiziaria del separatista (evito la formula “meridionalista” che ha un significato storico ed un portato culturale e programmatico ben differente) nonché ex Presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa, non potrà cogliere impreparato il conoscitore di quegli elementi di saldatura tra malavita organizzata, società ed apparto statale propri di alcuni segmenti del territorio italiano. La complessità e la delicatezza della tematica rendono senza dubbio inadeguate e costringenti le potenzialità offerte da un circuito quale può essere un “social network”, ragion per cui farò ricorso alla semplificazione (a limiti dell’ aneddotica) per illustrare, brevemente, i legami di contiguità tra separatismo e malavita che hanno sempre contraddistinto ed ammorbato la politica siciliana, inquinando e manomettendo anche gli stessi movimenti indipendentisti e i loro impianti valoriali.

All’indomani dello sbarco anglo-americano in Sicilia, prese forma un vasto e variegato movimento antinazionale alimentato dal malcontento verso lo Stato dopo la tragedia della dittatura, della guerra guerra ed a causa delle mistificazioni sull’operato ( ineccepibile e responsabile sotto i profili morale, politico e giuridico) di S.A.R Vittorio Emanuele III e del Presidente del Consiglio dei ministri del Regno, Pietro Badoglio (la cosiddetta “Fuga di Pescara”, altrimenti nota come “Fuga di Ortona” , “Fuga di Brindisi” o “Fuga di Bari”) ). Gli Stati Uniti, terra da sempre idealizzata e vagheggiata anche in virtù di un arsenale cinematografico alterante i contorni e la fisionomia istologica del reale, divennero il polo di attrazione delle speranza e delle aspettative di una comunità stremata e in preda al caos; Washington seppe allora cogliere la palla al balzo, organizzando il movimento separatista nel MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia) con a capo Andrea Finocchiaro Aprile (l’uomo dalle tre dita) e, addirittura, un suo braccio militare, capitanato dal bandito Salvatore Giuliano. La Mafia fu l’atomo primo di questo velleitarismo autonomista e della sua trama progettuale, quando si reintrodusse, grazie gli Alleati che aveva agevolato nello sbarco, alla guida di numerosi municipi della regione (Calogero “Don Calò” Vizzini fu addirittura sindaco del suo paese). Lo scopo che Cosa Nostra si prefiggeva, soffiando sul vento antitaliano, era quello di ritrovarsi padrona del territorio (quale Stato indipendente o come parte di una nazione lontana migliaia di chilometri e quindi impossibilitata ad un gestione diretta della cosa pubblica), com’era avvenuto dagli Angiò fino all’arrivo del Prefetto Cesare Mori, in epoca unitaria. D’altro canto, anche la Camorra era stata libera di sguazzare nelle miserie della popolazione campana fino all’introduzione della “Legge Pica” (1863), il primo tentativo di contrasto alle mafie istituzionalmente organizzato (tra l’altro, la “Legge Pica” offriva ai briganti una serie di garanzie impensabili sotto il regno delle Due Sicilie).

Raramente il separatismo è ammantabile di nobili propositi e cavalleresche ambizioni.

Find the Grave?

“Sicuramente, o Popolo,/ ben grande è il tuo potere,/ poiché ciascun temere/ ti deve come un re!/ Però, pel naso è facile menarti; e troppo godi di chi ti liscia e abbindola;/ e chi discorre, l’odi a bocca aperta;/ ed esule va il senno tuo da te!” – Aristofane.

Giovanni Lanza (Destra Storica), medico, eroe risorgimentale, ministro, Presidente della Camera dei deputati e Presidente del Consiglio dei ministri del Regno, non fu soltanto l’uomo che restituì Roma all’Italia, ma anche il primo politico ad elaborare un disegno di legge sull’ obbligatorietà scolastica in un Paese umiliato ed offeso dall’analfabetismo di massa. Il popolo italiano lo ringrazia  lasciando nell’abbandono la sua tomba a Casale Monferrato, oggi preda della sporcizia e degli elementi al punto che persino le scritte sulla lapide risultano illeggibili. Quella di Benito Mussolini, però, è omaggiata di ogni onore ed attenzione, alla stregua di un novello santo sepolcro. Questo, anche questo, la dice lunga sul grado di immaturità di una fetta (preponderante anche se nella sua parabola discendente) della destra italiana.

A voi.

Ma non a me.